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«Troppa felicità», straordinaria raccolta di racconti pubblicata in Italia dieci anni fa

Alice e la regina

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01 giugno 2021

«Il caso volle, però, che a un ricevimento di personalità (…) la regina si trovasse a parlare con Alice Munro e, una volta saputo che scriveva (…) racconti, le chiedesse un suo libro, che le piacque moltissimo. E la cosa non finì lì, perché scoprì che ne erano usciti parecchi altri». Dopo la lettura anche di una sola opera della scrittrice canadese — premio Nobel per la letteratura nel 2013 — si rischia di imitare la protagonista de La sovrana lettrice (Adelphi, 2007, traduzione di Monica Pavani) di Alan Bennet. In altre parole, la necessità d’entrare in possesso di un secondo libro di Alice Munro si fa viscerale.

Della sua ampia produzione (si ricordano Danza delle ombre felici, Le lune di Giove, In fuga, La vista da Castle Rock) fa parte Troppa felicità (Einaudi, 2011, traduzione di Susanna Basso), straordinaria raccolta di racconti pubblicata in Italia dieci anni or sono.

Si tratta di una delle ultime opere della «maestra del racconto breve contemporaneo», per citare le parole degli accademici di Stoccolma al momento della consegna dell’onorificenza, a seguito della quale, tuttavia, Munro – 90 anni a luglio — annuncia di non voler più scrivere.

Madri, figlie, mogli, amanti, studentesse, lavoratrici, giovani e adulte: sono loro le protagoniste, provenienti perlopiù dall’Ontario sudoccidentale, dei dieci racconti che compongono Troppa felicità. Protagoniste alle prese con intrighi di famiglia e il lato oscuro delle cose: c’è la donna a cui il compagno, convinto senza ragione di un suo abbandono, uccide i figli (Dimensioni); le bambine che ne annegano una terza (Bambinate); la piccola Nancy che si sfregia una guancia per mostrare vicinanza al suo amico, nato con una grande voglia viola sul viso (Faccia) e chi, ancora, non s’aspetta di compiere gesti “anormali”.

Ebbene, in questi racconti Alice Munro pare descrivere vicende meramente private, ma in realtà tratteggia donne dal respiro universale, fragili e forti al contempo, sempre vive e libere, e nelle quali, in qualsiasi tempo e spazio, ci si può riconoscere (e se la stranezza di ciò che accade, riguardasse una di noi?). Non è un caso che il «New York Times», riferendosi proprio alle protagoniste di Troppa felicità, scriva: «Ne siamo scioccati; solo per renderci conto, pochi secondi dopo, che è lo shock del riconoscimento».

Troppa felicità ricalca, è vero, i temi delle precedenti opere (l’amore materno e filiale, l’inganno, la doppiezza) eppure, oltre agli inediti toni cupi, rappresenta la raccolta che meglio fa comprendere l’essenza della scrittura dell’autrice. Lo dimostra un altro dei racconti presenti, Buche-profonde, in cui Sally va alla ricerca del figlio, volontariamente allontanatosi dalla sua famiglia modello, diventando così uno straniero. Una storia che potrebbe somigliare a Pastorale americana (Einaudi, 1998) di Philip Roth, dove anche lo Svedese, per via della figlia, vede rompersi d’un tratto l’equilibrio perfetto, costruito secondo i canoni del sogno americano. La differenza però sta in questo: se alla base della narrazione di Roth c’è la Storia (gli eventi sociali sono propedeutici allo scombinarsi del suo privato), in quella di Munro si abbraccia la vita («Scrivo di dove sono nella vita», dice, per l’appunto, la scrittrice); si dà cioè conto delle esistenze, fatte di cose quotidiane (amicizia, violenza, senso di colpa, umiliazione, malattia) e di quei sentimenti basilari che muovono le azioni, coi suoi meccanismi a volte incomprensibili, dell’uomo.

A ogni modo non solo universalità. Dopo dieci anni Alice Munro continua a essere attuale e lo è soprattutto grazie alla donna di Troppa felicità che grandeggia nelle pagine dell’omonimo racconto. Ci si riferisce a Sof’ja Kovalevsky, la scienziata e romanziera d’origine russa di fine xix secolo. È lei che il lettore segue nel viaggio tra Italia, Francia, Germania, Danimarca (segnata, guarda caso, da un’epidemia di vaiolo) e Svezia, dove sorge l’unica università disposta a dare impiego a una donna. Attraverso Kovalevsky, l’autrice mette pertanto nero su bianco un (fondamentale) tema femminista («I complimenti […] distribuiti a profusione a copertura di certe verità tanto importune quanto immutabili. Il fatto che non le avrebbero mai concesso un incarico degno del suo talento»). Un tema che, per qualcuno, «stride» con i precedenti racconti (non è così perché, come le altre protagoniste, anche Sof’ja cerca il suo posto nel mondo e il senso ultimo delle cose) e che, poi, la scrittrice avrebbe potuto «sviluppare in un romanzo».

Per fortuna è in Troppa felicità che Munro, contro chi considera il racconto la Cenerentola della letteratura, fa dell’ironia con la sua solita eleganza stilistica, permettendo a una delle donne (quella di Racconti) di dire: «È una raccolta di racconti; non un romanzo. Il che è già di per sé una delusione. Sembra sminuire l’autorevolezza del libro e far apparire l’autore come qualcuno che sta solo appeso ai cancelli della letteratura con la L maiuscola, anziché averli saldamente varcati».

Dunque, non solo tocca concordare con La sovrana di cui sopra, ma pure con Jonathan Franzen quando in suo saggio protesta davanti a chi sui racconti ha un pregiudizio (senza magari aver letto The Bear Came over the Mountain, da Nemico, amico, amante…). Affrontando tale polemica, Franzen passa inoltre a sottolineare, accostandola a Čechov, la grandezza della scrittrice, perché — dice in Più lontano ancora (Einaudi, 2012) — si rivolge a tutti, «qui e adesso i suoi racconti parlano di persone». Come dargli torto: in Troppa felicità Alice Munro scrive di «cose dentro le cose», di quanto possano essere nebulosi i rapporti con gli altri e, più di quanto si sia disposti ad ammettere, con se stessi; di donne (e uomini) incompresi o che ancora devono capirsi.

di Enrica Riera