· Città del Vaticano ·

«Ninanana» di Giuseppe Salvatori esposta alla Fornace Canova

Tutto il creato
in un solo colpo d’occhio

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31 maggio 2021

Dove Antonio Canova cuoceva i suoi bozzetti di terracotta c’è ora una galleria (Fornace Canova, Via Canova 22), e proprio nella camera del fuoco, già forse fornace romana per la costruzione della tomba di Augusto, arde un’opera di Giuseppe Salvatori, Ninanana, impercettibilmente oscillando, appesa a un filo al centro dello spazio. Con un testo di Emanuele Trevi e una musica di Simonpietro Cussino, l’opera è esposta — a cura di Fiorenza D’Alessandro e Alice Rubbini — alla Fornace Canova, a Roma, fino al 1° giugno. La forma del quadro somiglia una gondola, circondata da una corona di tondi come piccoli oblò della camera ignea, come fossimo in una nave spaziale che attraversi il cosmo. In ognuno dei tondi è una figura mitica femminile: Persefone, Medusa, Selene, Euridice, Perseide, Europa.

E tanto il volume del forno che ci ospita è informe e impreciso, con chiazze di intonaco bianco tra gli antichi mattoni, tanto la linea di Salvatori è assoluta, come, dentro un mallo grezzo e spugnoso, un seme puro di luce. Con pazienza indescrivibile, Salvatori lascia che le gocce di tempera si depositino lungo una linea immateriale invisibile che è il profilo di Nana, una fanciulla amata da Casanova, a cui il veneziano (che qui non è il seduttore vanesio, ma uno che ama veramente) dedicò una canzon in forma di ninna nanna (Nana smania; la se sente / cuor oppresso testa ardente / voggio farla indormenzar / voi cantar fin che la dorme / quanto amor, e in quante forme / fa de Nana innamorar…). E il profilo del viso di Nana dormiente evoca le onde del mare, e la gondola oscillante sull’acqua evoca una culla. L’addormentarsi di Nana al canto di Giacomo, come dei bimbi alle ninnananne materne, e delle fiere e mostri infernali al canto sublime di Orfeo, è, nella sua essenza, incanto. Non distrazione, come chi si addormenta a un concerto per noia, ma attenzione perfetta. E l’incanto non è astrazione dalla realtà, ma conoscenza vera delle cose, o meglio è esattamente il contrario dell’astrazione, in quanto conoscenza delle cose non nella loro individualità separata, astratta, ma nel loro essere tutte collegate, nel loro essere insieme. E ce lo dice molto bene Emanuele Trevi nella lettera che accompagna la mostra, affissa su una parete vicina: il quadro di Salvatori (e, potremmo dire noi, l’arte in genere) è «uno spazio, un campo magnetico nel quale le cose del mondo convergono come se si fossero date appuntamento lì, di fronte a noi, fin dall'inizio dei tempi».

Spesso davanti a un’opera d’arte contemporanea è possibile sentire dire: “Ah questo lo posso fare pure io”. Questo non succede davanti a un’opera di Giuseppe Salvatori, quella la può fare solo lui. Lo spettatore non capisce dov’è la “sutura”, come nell’intreccio vertiginoso del Laocoonte, e non lo capisce perché non c’è, ogni cosa a ogni cosa è collegata, magneticamente, come nell’universo, dove neanche un atomo è possibile annullare, perché tutto non si annulli all’istante.

Giuseppe Salvatori, uno degli artisti più limpidi e coraggiosi del nostro tempo, non si limita a dirci che l’arte è questo spazio, ma, in virtù della sua mano ferma e paziente, che è dono e fede nello stesso tempo, lo ricrea questo spazio, attraverso una linea che percorre il contorno invisibile, inconsutile degli esseri, abbracciando tutto il creato in un colpo d’occhio, noi compresi che lo guardiamo incantati, felicemente addormentati.

di Claudio Damiani