· Città del Vaticano ·

Sessant’anni fa moriva Gary Cooper, tra i più celebrati attori di Hollywood

Quella stella di sceriffo
gettata nella polvere

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29 maggio 2021

Appena ventenne, Gary Cooper (1901-1961), figlio di irlandese del Montana, si trasferisce a Los Angeles per metter su una galleria d’arte ma non riesce a vendere che pochi pezzi, pare paccottiglia ottocentesca (porcellane sbreccate e orologi a cucù zoppicanti). Intorno al 1923, mentre Hollywood sta fiorendo (Chaplin, De Mille, Griffith) bazzica gli studios come comparsa, per pagarsi una nuda camera in affitto «con tanto di muffa».

La sua agente, Nan Collins, dopo averlo inserito come protagonista nel corto The Last Hour, gli fa avere un contratto quinquennale con la Paramount. Tra particine e parti ecco Fiore del deserto (1926) di Henry King, I figli del divorzio (1927) di Frank Lloyd, Wings (Ali, 1927) di Wiliam Wellman. Il pubblico si accorge di quel bell’ufficiale quando capita tra le grinfie della cantante Marlene Dietrich in Marocco (1930), di Josef Von Sternberg. Ormai corteggiato da Hollywood, eccolo anche nella ambiziosa traduzione del romanzo Addio alle armi (1932), regia di Frank Borzage. Qui, per seguire la durezza dei personaggi di Hemingway, esordisce come ufficiale ubriacone e poi finisce romantico innamorato, pronto alla diserzione per l’infermiera Catherine (la poco convincente Helen Hayes). Torna a recitare il giovanotto provinciale e ingenuo, personaggio caro a Frank Capra, in È arrivata la felicità (Mr. Deeds Goes To Town, 1936).

Capra intuisce che gli occhi chiari, i tratti regolari, il ciuffo ondulato rimbalzante sulla tempia destra, il largo sorriso, nonché la consistente statura, rappresentavano il vero gigante buono atteso dal pubblico. Se poi al personaggio si aggiungeva l’ingenuità del provinciale che scopre New York zeppa delle doppiezze dei ricchi, della voracità degli avvocati corrotti, cui deve opporsi da solo (allungando qualche pugno: siamo sempre in Mr. Deed Goes to Town) o, al momento giusto, aiutato da un angelo (la lei del caso è Jean Arthur), il successo era garantito. L’aitante Mr Deed dividerà i venti milioni di dollari, ereditati da un lontano zio, tra le centinaia di contadini disoccupati, donando loro un pezzo di terra e le sementi. Capra traduceva la nuova etica del New Deal, dell’aiuto vicendevole proclamato da Roosevelt, in concreta speranza tramite una commedia capolavoro. Il finale, con Mr Deed che si difende da solo in tribunale dalla falsa accusa di follia, smontando le accuse dei testi attraverso i loro tic, osservati mentre seguono il dibattimento, è una sublime invenzione di sceneggiatura.

Cinque anni dopo Cooper viene chiamato nuovamente da Capra per un ruolo simile in Meet Joe Doe (Arriva Joe Doe, 1941). Anche qui è un provinciale ingenuo e puro, giunto a New York per cercare lavoro, al fine di pagarsi un’operazione al braccio e continuare a giocare a baseball. Viene però incastrato da un quotidiano che lo usa come cavia, tramite un diario del disoccupato tenuto da una spregiudicata giornalista (Barbara Stanwyck: si ripete il modello della donna inizialmente perfida e ingannatrice, ma poi pentita e innamorata). Indimenticabile il finale, sul terrazzo del municipio: Joe è pronto a suicidarsi come promesso per mantenere la parola data e non deludere migliaia di disoccupati che credono in lui, ma arriverà un originale e melodrammatico happy end.

Uno dei film più riusciti di Cooper in divisa è il soldato costretto a lasciare il suo villaggio per raggiungere, con la sua divisione, il fronte in Europa, nel 1917: Il sergente York (Sergeant York, 1941), regia di Howard Hawks. Il giovane Albert, contadino laborioso, ha il vizio di bere con gli amici ed essere un attaccabrighe. Chiede aiuto al pastore lamentandosi che Dio non lo ascolti. Una sera, ubriaco, a cavallo, sta andando a farsi giustizia per uccidere un compaesano che non ha mantenuto la promessa di vendergli un pezzo di terra. C’è un temporale: un fulmine lo getta a terra, come san Paolo, e un secondo lampo fonde la canna del fucile. Albert inizia la sua conversione. Chiamato al fronte non vorrebbe uccidere, ma il maggiore gli chiede di riflettere, inviandolo in licenza: al rientro gli accorderà, se il soldato vorrà, l’obiezione di coscienza. Albert passa un giorno e una notte su un monte a leggere la Bibbia e un volume sulla storia della democrazia in America, datogli dal maggiore. La camera inquadra la Bibbia aperta, poggiata in terra. Il vento (lo Spirito Santo?) sfoglia le pagine e si ferma su una. Albert legge: «Date a Dio quel che è di Dio, date a Cesare quel che è di Cesare». Albert scioglie quel nodo etico che lo strangolava: torna dal maggiore e decide di combattere per difendere la libertà.

Nel pieno della sua maturità artistica Cooper scolpirà l’indimenticabile figura western dell’onesto sceriffo di Mezzogiorno di fuoco (HighMoon, 1952) di Fred Zinneman. Will Cane, lasciato solo dall’intero villaggio e dal giudice che scappa davanti al ritorno di quattro banditi, decisi a vendicare una (giusta) condanna in carcere, ora accorciata per grazia, riuscirà a far valere la giustizia. Li affronterà uccidendone tre. La giovane moglie (Grace Kelly), sposata poche ore prima, refrattaria alle armi, per difenderlo colpirà alle spalle uno dei quattro. La scena finale, con i codardi cittadini colti mentre escono dalle case e dal saloon dopo che egli ha ucciso l’ultimo bandito, è da antologia. Un plongée ci mostra la via centrale che rapidamente si ripopola; Will ha riabbracciato la moglie scaraventata a terra dal capo dei banditi, poi ucciso. Ora si toglie la stella di sceriffo e la getta nella polvere davanti a tutti. Mezzogiorno di fuoco è il primo film americano contro l’omertà mafiosa.

Nel 1958 Cooper fonde i suoi personaggi — l’innamorato (Marocco), l’altruista (È arrivata la felicità), il puro di cuore (Arriva Joe Doe), il convertito (Il sergente York), il mite (Mezzogiorno di fuoco) — nel migliore film della sua vita: la conversione al cattolicesimo. Sorprendenti anche i titoli di coda: ci lascia il 13 maggio 1961, anniversario delle apparizioni di Fátima.

di Eusebio Ciccotti