· Città del Vaticano ·

Il sacerdote morto di covid contagiato dopo aver portato la Comunione a una malata

Don Tabolacci, il sorriso
di una fede semplice
e accogliente

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29 maggio 2021

Nelle tante fotografie scattate al fonte battesimale, l’espressione del suo volto contento. Don Alfonso Tabolacci era sempre circondato dalla gioia e dalla commozione delle famiglie in festa per il Battesimo dei loro piccoli. Il suo cammino vocazionale caratterizzato da una parola di fede, tratta dalla lettera di San Paolo agli Efesini: «Tutto posso in Colui che mi dà la forza» (Fil 4, 13). Parola che lo ha sostenuto e accompagnato dal giorno dell’ammissione agli ordini fino alla sua ordinazione presbiterale nel 1998. Parola che lo ha confortato durante il lungo ricovero, mentre era attaccato a un respiratore nella terapia intensiva dello Spallanzani.

Don Tabolacci, parroco romano di 51 anni, è morto prematuramente dopo aveva contratto una variante del covid-19, portando la Comunione a casa di una anziana malata della sua parrocchia. Sacerdote accogliente e gioviale, molto attento alle necessità dei fedeli, don Alfonso ha vissuto il suo ministero con semplicità e generosità, donando se stesso con amore a Cristo, nel servizio al popolo di Dio, fino al dono totale della sua vita che si è compiuto il 7 maggio scorso, giorno in cui è stato chiamato alla Casa del Padre.

Quando i medici hanno deciso il ricovero, dopo i risultati preoccupanti della Tac ai polmoni, don Alfonso ha chiesto a un amico parroco di confessarsi e una volta arrivato in ospedale ha ricevuto l’Unzione degli infermi e la Comunione. Telefonando ai suoi amici più cari, il sacerdote ha condiviso, non senza dolore e lacrime, la dura percezione che la sua vita stesse per terminare. Ha chiesto di salutare con affetto “don Angelo” (il Vicario), suo padre spirituale fin dal primo giorno di Seminario e guida per i ventitré anni di sacerdozio. Ha anche espresso un desiderio al quale teneva molto, una richiesta da far pervenire al cardinale De Donatis: «Qualora le mie condizioni si aggravassero, vorrei che fosse don Angelo a presiedere il mio funerale a San Giovanni in Laterano».

Ripercorrendo la sua storia, a diversi confratelli più vicini aveva confidato: «Non posso recriminare nulla al Signore riguardo alla mia vita. Non mi posso lamentare. Dio mi ha dato tutto e più di quello che potessi desiderare: il dono della vocazione, diventare sacerdote e parroco. È vero ho vissuto anche un forte dolore nella mia vita, la morte della mamma». Poi aggiungeva con lucidità: «Per quanto mi riguarda non ho paura della morte, ma della sofferenza sì. Ma guardo con fiducia al Signore che mi ha saziato, posso dire di aver ricevuto il centuplo in questa vita».

Sono queste le ultime parole affidate con semplicità da don Alfonso ai suoi amici fraterni, seguite nei giorni successivi da pochi messaggi inviati dal suo cellulare in cui esprimeva la sua preoccupazione per l’aggravarsi delle sue condizioni, prima del silenzio dovuto all’isolamento della terapia intensiva. Don Alfonso viene descritto dai suoi parrocchiani come «un sacerdote riconoscente al Signore per tutto quello che aveva ricevuto». Le sue ultime parole sono cariche di fiducia e di gratitudine.

Proprio nella basilica del Santissimo Salvatore e di Santi Giovanni Battista ed Evangelista al Laterano, la cattedrale di Roma, dove esercitava il suo ministero come parroco, si sono raccolti in preghiera il cardinale Vicario, i vescovi ausiliari, centinaia di confratelli presbiteri e molto fedeli per rivolgergli l’ultimo saluto, affidando la sua anima alla misericordia del Dio vivente.

Il ricordo più ricorrente di don Alfonso riconduce al battistero di San Giovanni, dove era facile incontrarlo, pronto ad accogliere tutti con attenzione e disponibilità, sia i fedeli che i pellegrini. Ritorna alla memoria l’espressione del suo volto gioioso.

Un uomo allegro e cordiale, con un marcato accento romano che suscitava empatia, con un temperamento bonario e capace di cogliere il lato positivo delle situazioni in cui si veniva a trovare. Animato da una profonda curiosità e desiderio di conoscenza, a cui univa una spiccata passione per la storia e i viaggi.

Un uomo docile allo Spirito, con un cuore grato e riconoscente a Dio per i doni e le grazie ricevute, per questo non si lamentava, ma assumeva un atteggiamento propositivo anche nelle prove e nelle difficoltà.

Un sacerdote capace di entrare nel cuore delle persone con la forza della sua semplicità e con quella dose di spontaneità che lo rendeva amabile e simpatico.

Negli ultimi anni di ministero al battistero ha vissuto e testimoniato il carisma dell’accoglienza. In questo servizio presso l’antico fonte battesimale del Laterano, il grembo dove la Madre Chiesa genera nuovi figli a Dio, don Alfonso ha esercitato in pieno la sua paternità spirituale.

Alcuni fedeli e confratelli ricordano con emozione le parole dell’omelia pronunciate da don Alfonso nella Veglia pasquale di quest’anno, durante la quale egli aveva testimoniato con fermezza la sua fede nella resurrezione e nella vita eterna, incoraggiando tutti a non temere.

«Tutto posso in Colui che mi dà la forza»: don Alfonso custodiva sempre nel suo cuore questa Parola, come ha ricordato il cardinale Vicario Angelo De Donatis durante l’omelia del suo funerale. Questa frase l’ha «accompagnato per tutta la vita e gli ha dato la possibilità di sperimentare tanti momenti belli, in cui era al pieno delle forze» e anche «quando si sentiva debole, fragile, inadeguato, era certo di come la presenza costante di Gesù fosse la sua sicurezza e lo spingesse ad andare avanti ed affrontare ogni avversità».

di Walter Insero