· Città del Vaticano ·

Storie dal mondo

Il dramma dell’isola
di Migingo

cq5dam.thumbnail.cropped.500.281.jpeg
28 maggio 2021

L’isola di Migingo, incastonata nel cuore dell’Africa, è così piccola da non comparire sulla mappa, eppure, questo piccolo lembo di territorio, apparentemente insignificante, è la più abitata del mondo. Non stiamo parlando di una meta turistica o di un isolotto sperduto nei mari dell’oceano. Tutt’altro. L’isola rocciosa, situata lungo il confine lacustre fra Kenya e Uganda, ospita una baraccopoli in mezzo al Lago Vittoria, del quale riflette però uno squarcio inquietante. Difatti, se l’inferno esiste, deve assomigliare a questo minuscolo agglomerato urbano, dove vivono stipate un migliaio di persone.

Le acque ricchissime dell’isola attirano per lo più pescatori che, spinti dal miraggio di guadagnare soldi in fretta, esauriscono le risorse ittiche del Lago Vittoria per poche decine di euro al mese, catturando e rivendendo il pregiato pesce persico del Nilo, ricercato dai mercati europei e asiatici. Sovrasfruttato per vent’anni, questo pesce si trova ormai solo molto lontano dalla costa. Così lontano che i pescatori hanno dovuto colonizzare la piccola roccia, poco più grande di un campo di calcio, che in questi ultimi anni è diventata oggetto di una spinosa disputa confinaria tra Kenya e Uganda. Nel 2008 entrambi ne reclamarono la proprietà.

Ad essere contesi sono in primo luogo i diritti sulla pesca della lucrosa esportazione internazionale. Chi arriva nel minuscolo porto, diventato un’attrazione fatale, spera invece in un’alternativa alla povertà. Ai pescatori non sembra importare molto di ricevere solo il 10 per cento del ricavato. Abitare nell’isola permette comunque di risparmiare carburante e offre la possibilità di vendere il pescato ai mercanti all’ingrosso che riforniscono Kenya, Uganda e Tanzania. Tuttavia i bagliori delle lamiere ondulate delle baracche viste in lontananza sono i riflessi di una speranza effimera, che lascia presto spazio a un inverno dell’anima. Nella bidonville, dove spuntano decine di negozi, una trentina di bar e altrettanti bordelli, cercano di sopravvivere intere famiglie accalcate in spazi angusti, prigioniere della miseria e del vizio.

Eppure il lago non è come il mare, dove tutto apparentemente si disperde. Le storie degli abitanti di una delle comunità più isolate della terra, coinvolti in una sorta di girone dantesco, lasciano loro malgrado il segno. Degrado, prostituzione, alcolismo, fame e malattie dilagano. La regione di Nyanza, di cui fa parte Migingo, ha uno dei più alti tassi di Hiv in Kenya. In questo piccolo scoglio non ci sono scuole e i bambini sono abbandonati a se stessi. Qui non c’è attenzione all’ecologia; i rifiuti vengono gettati direttamente nel lago. La priorità è la sopravvivenza. Trattandosi di un territorio disputato, la battaglia quotidiana dei pescatori provenienti dall’Uganda e dal Kenya è per aggiudicarsi il punto più pescoso.

Il pesce abbonda proprio dentro i confini keniani, dove è ubicata Migingo. Le acque contese per la pesca, un bene prezioso per molte popolazioni, riflettono anche anche delicati equilibri geopolitici. L’isola costituisce indubbiamente un avamposto adatto sia al pattugliamento sia al controllo delle attività commerciali nelle sue vicinanze. Quello che è stato da alcuni definito lo scramble for fish del Lago Vittoria rischia in ogni momento di trasformarsi in una fonte di conflitto, capace di minare la sicurezza regionale. In effetti il bacino, che va inevitabilmente legato all’economia del fiume Nilo, interessa numerosi Stati della regione.

L’isola è anche motivo di preoccupazione per l’impatto devastante che esercita sull’ecosistema che la circonda. La pesca indiscriminata ha drasticamente ridotto la presenza del pesce persico africano, il quale si riproduce proprio nelle acque circostanti Migingo, che sono tra quelle più pescose in assoluto, secondo i dati del Lake Victoria Fisheries Organization (Lvfo). Due sono le ragioni principali della diminuzione delle colonie ittiche di persico: da una parte la crescente domanda internazionale e dall’altra gli effetti del degrado ambientale e dell’inquinamento, patiti dal lago. L’insieme di queste cause ha concorso a determinare lo spostamento dei pescatori alla ricerca di migliori zone di cattura, come è accaduto per Migingo.

Ogni giorno una flotta di pescherecci, proveniente dalla costa, percorre numerose miglia, per avvicinarsi all’isola. Nelle sue acque profonde abbonda il pesce, mentre in altre zone del Lago Vittoria — il più grande dell’Africa e con la maggiore biodiversità lacustre al mondo — si assiste a una drammatica diminuzione della quantità e della varietà ittica. Centinaia di specie di pesci d’acqua dolce endemici, come i ciclidi, sono a rischio d’estinzione, a causa dell’immissione proprio del pesce persico del Nilo (Lates niloticus), un predatore, che è stato introdotto negli anni Cinquanta in Uganda per incrementare la pesca industriale. La motivazione paradossale avanzata dai coloni inglesi era quella di migliorare le condizioni dei pescatori locali. A causa della pesca indiscriminata ora lo stesso persico sta scomparendo. Il lago riflette così una delle tante piaghe del continente africano, depredato anche di questa preziosa risorsa ittica. Alla base di tali saccheggi ci sono soprattutto vuoti normativi, omertà politica e corruzione. Il progressivo impoverimento delle acque del Lago Vittoria, oggi troppo inquinate e saccheggiate, ha fatto crescere la posta in gioco. Trenta milioni di persone vivono lungo le sue coste. Negli ultimi quarant’anni è già andato perso l’80 per cento delle specie ittiche indigene. Inoltre, a causa dell’aumento della temperatura, ampie porzioni del lago sono state soffocate da enormi distese di giacinti d’acqua, infestanti e dannosi per i pesci. La distruzione della biodiversità sta procedendo a un ritmo allarmante. Tutto l’ecosistema del lago è quasi al collasso. Al di là delle dispute dagli esiti imprevedibili è urgente una soluzione che conduca allo sfruttamento sostenibile delle risorse idriche della regione dei Grandi Laghi.

di Alicia Lopes Araújo