· Città del Vaticano ·

Riflessioni sul sentimento che sa durare

Leggero come l’amore

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27 maggio 2021

«Quando è nato l’amore? Conosciamo la prima donna e il primo uomo che si sono innamorati e perché lo abbiano fatto? E perché non lo facevano prima? L’amore è proprio sempre esistito? E a che serve l’amore?».

Se impari un po’ meglio come la “leggerezza” dell’amore è venuta al mondo — e come facilmente, nella vita, se ne vola via — allora sarai anche più capace di riconoscere come sa durare, attecchire, crescere, invecchiare. E la morte stessa arriverà prima che lui finisca: così che rischi di trovartelo anche dopo, senza neppure fare più fatica a cercarlo. Mi sono immaginato che sia stata questa la chiave che ha ispirato a Riccardo Mensuali questo suo incantevole apologo delle convenienze e delle inconvenienze dell’amore (Leggero come l’amore. Riflessioni sul sentimento che sa durare, San Paolo, 2021), che cerca ostinatamente un varco nella nostra vita: mentre noi, che diciamo di cercarlo più di ogni altra cosa, gli facciamo un sacco di pressioni e gli mettiamo un sacco di ostacoli.

L’amore non teme gli ostacoli, ma non sopporta le pressioni. Quando cerchi di fargli fare quello che non vuole, diventa pazzerello e inafferrabile: rompe i vetri, fa volare via le cose, ti lascia senza neanche i vestiti che hai addosso. Ma poi, diventa anche una febbre, un’infezione, ti toglie l’aria, ti riduce a uno straccio. Certo, lui non è nato per questo. Se però lo tratti male, o cerchi di approfittare di lui, per fargli fare quello che non vorrebbe, si ammala. E ti riduce a uno straccio. Il racconto dell’autore di questo saggio sta ben piantato nella condizione odierna dei modi in cui l’amore si insedia a transita, appare e scompare, abita e trasloca le attuali forme di vita. Però cerca, con acutezza di sguardo pari al garbo della parola, le illuminazioni che vengono dalla storia antica e sempre nuova della passione e dell’intelletto d’amore. In questa storia si intrecciano — ascoltate o dimenticate che siano — le folgoranti illuminazioni della Parola di Dio: dalla creazione del mondo, che dell’amore ha seminato l’origine, al vangelo di Gesù, che ne ha giurato la destinazione.

Don Riccardo conosce bene la teologia. Ma qui non troverete nulla di quella sua versione pedante, che toglie in partenza all’amore ogni lievità, mettendogli uno scafandro da palombaro: la mossa, nelle intenzioni, vorrebbe proteggerci mentre ci immergiamo nelle profondità dell’amore, ma spesso ci fa semplicemente affondare sotto il peso. Del resto, non troverete neppure quella leggerezza, che vorrebbe essere incoraggiante e invece appare pateticamente frivola, con la quale catechesi troppo spensierate che esaltano entusiasmi d’amore psicologicamente troppo instabili per arrivare alla sorpresa dell’incontro di eros e agape. Niente di tutto questo, grazie a Dio.

Il racconto di Riccardo Mensuali si tiene sul filo della narrazione più condivisa e oggi più comune dell’amore. Questa narrazione, per tutte le avventure e le divagazioni del pensiero sull’amore, adotta come punto di partenza e immagine di apertura la storia a noi più nota, fino ad oggi, dell’eros che incanta reciprocamente l’uomo e la donna, dopo essersi imposto come forma della libertà: che attesta un volere affettivo individuale, emancipato dalla costrizione parentale, e una scelta generativa personale, che non si limita alla riproduzione della specie.

Questo eros è un’invenzione prodigiosa, che matura in una vicenda evolutiva che ne ha dispiegato progressivamente la qualità propriamente umana. Mensuali annota, non senza affettuosa ironia, la pulsione regressiva che ha incominciato ad abitare questa straordinaria maturazione, nel momento in cui l’eros è tentato di immaginarsi più libero, se si consegna di nuovo all’estro dell’accoppiamento multiplo, senza stabilità e senza generazione. E spunta l’idea — tipica della società dei consumi — che anche i protagonisti del legame erotico e generativo, possano essere goduti e sostituiti in funzione dell’eccitazione self-made e di un prodotto on-demand. Il narcisismo — più che il matrimonio — è l’odierna “tomba dell’amore”. E il figlio, nell’epoca della sua riproducibilità tecnica, non porta più l’eccitazione dei legami fra le generazioni e la felicità del legame di generazione, che ci tengono in vita anche quando siamo vecchi. Il risultato è che i singoli si consumano tutto l’eros che rimane a disposizione dell’innamoramento, e non ne lasciano neppure un pochino a disposizione della comunità. La comunità è destinata a deperire, senza ricevere forza e forma dai legami dell’eros. Ma anche per i singoli, l’eros che non è più capace di fare il lavoro di cui è capace l’amore — la fedeltà, la cura, la compassione, la creatività, il pensiero, l’arte e la spiritualità — quando rende bella la vita dell’intera comunità umana, l’amore si fa malaticcio, privo di forze, povero di forme. E diventiamo tutti più vuoti: ci sembra di essere leggeri, ma non siamo affatto più lievi. Siamo come bottigliette di plastica che galleggiano.

La Chiesa è stata puntigliosa nel riconoscere la “modernità” di eros: un legame costretto dalla paura, dalla violenza, dalla pressione di conformità è nullo di significato umano e di potenza sacramentale. Parola del diritto canonico. Ma siamo stati altrettanto veloci nell’illuminare la storia generata e conseguente a quel legame, senza accontentarci di proiettare semplicemente su di esso gli incanti adolescenti dell’innamoramento, assicurando che esso — proprio nella sua forma adolescente — era “la grazia” e sarebbe durato “per sempre”?

Nessuna ingenuità di questo genere si trova nel vangelo di Gesù. Il vangelo illumina la grazia del “regno di Dio” che viene, e trasforma la vita in una forma di iniziazione alla intimità della vita di amore di Dio, rivelando la sua felicità e la sua potenza nelle pieghe — entusiasmanti e drammatiche — della condizione quotidiana della vita: la cui ossatura si regge sui legami della costellazione familiare e sulle sue irradiazioni nella forma della comunità umana. Le parabole e le opere di Gesù insistono sul riscatto che la grazia porta nella casa e nel campo, nella guarigione e nella cura, nell’accoglienza e nel perdono, negli uomini, nelle donne, nei figli persi e ritrovati. Perché l’amore di Dio dà sempre loro una seconda e decisiva occasione. L’Amore di Dio, la sua “grazia” è pensata creata e programmata per l’uomo. Per qualcuno che c’è. Se non trova nessuno, anche a costo di trovare resistenza, scivola via, se ne va. La resistenza può essere dolcemente vinta, dalla grazia, la nullità se la vede passare attraverso senza alcun effetto. L’abitudine ad alleggerire l’amore dal lavoro che arricchisce — senza arretrare verso scelte di consumo — la generazione e le generazioni, dà assuefazione, purtroppo. Nella nostra società, persino i nonni sono incalzati dall’ingiunzione a regredire: “forza nonno, puoi farcela ancora”. I figli, in compenso, “non ce la fanno più”. Possiamo moltiplicare “le famiglie”, con qualche gioco di prestigio. Ma il gioco delle tre carte ci spinge a fare le nozze con i fichi secchi. La potenza dell’amore è quella che ricrea il mondo: se la impieghi semplicemente per rifarti il trucco, invecchierai e morirai prima di sapere quanta vera bellezza della condizione umana ti sei perso.

La parola evangelica è paradossale e intrigante: se cerchi prima di tutto l’amore come abilità che afferra al volo il regno di Dio, possiederai anche l’amore della terra — compresi genitori e figli, fratelli e sorelle, case e campi — e i suoi incanti. La leggerezza dell’amore che viene dal cielo sosterrà ogni peso. E ti mostrerà una terra che non sapevi neppure di abitare. Dopo questa lettura, ti sembrerà meno difficile di quello che immaginavi.

di Pierangelo Sequeri