· Città del Vaticano ·

Ignazio
il cercatore di Dio

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27 maggio 2021

A Pamplona, il 20 maggio, il padre Arturo Sosa, superiore generale della Compagnia di Gesù, ha dato inizio all’Anno ignaziano. A Pamplona, perché è la città della Spagna dove si svolse la battaglia nel corso della quale Ignazio di Loyola fu ferito gravemente ad una gamba al punto di rischiare la morte. Il 20 maggio, perché esattamente 500 anni fa, 20 maggio 1521, ci fu quel ferimento.

Non è un evento particolare della biografia di Ignazio ciò che la Compagnia di Gesù intende celebrare. Ma ciò che da questo evento è scaturito. Perché, in un certo senso, si può ben dire “da lì tutto è iniziato”: la trasformazione da parte di Dio di Ignazio da uomo di corte, quindi totalmente dentro tutte le logiche di successo e di gloria mondana, in un pellegrino — come egli amerà definirsi — della volontà di Dio. Geograficamente, attraverso l’Europa (e la Palestina) fino a Roma. Spiritualmente, sia attraverso soprattutto la redazione del testo degli Esercizi spirituali, “manuale” per innumerevoli generazioni future della ricerca della volontà di Dio, che egli ha di fatto cominciato a concepire proprio a partire dalla sua esperienza personale durante la convalescenza dopo la ferita di Pamplona, analizzando ciò che si muoveva in lui davanti a questa o quell’ipotesi di come spendere pienamente la propria vita, e sia attraverso la fondazione della Compagnia e conseguentemente ciò che essa ha significato per la Chiesa.

Quindi l’Anno ignaziano (20 maggio 2021 - 31 luglio 2022, anniversario della morte di Ignazio) non è tanto la celebrazione di un fatto, la ferita di Ignazio a Pamplona, quanto la celebrazione di ciò che il Signore ha fatto in Ignazio, e da lui ha fatto scaturire. Possiamo dire: una spiritualità. Per la Compagnia di Gesù e per tutti coloro che la riconosceranno vera per sé. Cioè un modo di vivere, di procedere, una via per andare a Dio, pienezza e fine, che se ne sia consapevoli o meno, di ogni esistenza umana.

Primo elemento fondamentale di questa spiritualità (come chiaramente di ogni spiritualità cristiana) la relazione personale con Gesù Cristo, contemplato negli Esercizi spirituali lungo tutta la sua vita, per conoscerlo, amarlo e seguirlo sempre di più. Un secondo elemento: «Cercare e trovare Dio in tutte le cose». Proprio in tutte: anche in una palla di cannone che ti fracassa una gamba, ti porta ad un passo dalla morte e distrugge tutti i tuoi progetti. Da questi elementi il lemma scelto per illuminare tutto l’Anno ignaziano: «Vedere nuove tutte le cose in Cristo» (che si rifà a quanto Ignazio racconta di una sua straordinaria esperienza mistica a Manresa: «Non ebbe una visione, ma conobbe e capì molti principi della vita interiore e molte cose divine e umane con tanta luce che tutto gli appariva come nuovo... gli pareva di essere un altro uomo»). Un terzo elemento che caratterizza la spiritualità di Ignazio, maturato in lui fin dalla convalescenza dopo Pamplona, è il discernimento. Strumento principe di esercizio di libertà e quindi di crescita nella libertà.

Questi tre elementi sono alla base della vita che la spiritualità ignaziana propone, adattissima — mi sembra — all’uomo di oggi: una relazione personalissima con Gesù riconosciuto come verità dell’uomo e quindi via eminente per diventare uomini; uno sguardo “simpatico” con ogni realtà umana («nulla di ciò che è umano mi è estraneo») identificandovi il positivo e cercando di farlo crescere; uno statuto di libertà che si nutre di discernimento e apre al discernimento in ogni circostanza, nella ricerca del maggiore amore possibile qui ed ora, per una vita che sia, in umiltà, «in tutto amare e servire».

Il risalire alle nostre origini storiche e spirituali attraverso un Anno ignaziano vuole dunque essere — ribadisco ancora una volta — non un fatto celebrativo di eventi passati ma, anzi, un modo ulteriore per fondare e realizzare più efficacemente tutta la nostra attività apostolica dei prossimi anni. Essa si esprime in particolare nelle quattro “preferenze apostoliche universali” che Papa Francesco ci ha affidato per il decennio 2019-2029. Esse sono: indicare il cammino verso Dio, in particolare attraverso gli Esercizi spirituali e il discernimento; camminare insieme ai poveri e agli esclusi dal mondo in una missione di riconciliazione e giustizia; accompagnare i giovani in un futuro di speranza; collaborare nella cura della casa comune.

Non illustro — sarebbe troppo lungo — questi punti. Mi limito a sottolineare come questo sguardo, che vuole essere in qualche modo universale sul mondo di oggi, vuole guidarci e spingerci, umilmente, all’impegno con la forza dello Spirito per la trasformazione del mondo, oltre che all’accettazione della trasformazione da parte dello Spirito di noi stessi, come avvenne per Ignazio. Il nostro padre generale insiste ripetutamente su questo. In particolare in un tempo in cui sembra che, almeno in certe parti del mondo, a cominciare dalla nostra, la pandemia vada rallentando, è fondamentale che non ci lasciamo prendere da un desiderio di “ritorno alla normalità” inteso come ritorno al modo di vivere di prima. Le divisioni e l’ingiustizia lo attraversavano in maniera inaccettabile. La ferita di Pamplona ha trasformato Ignazio modificando radicalmente i valori secondo i quali viveva, le aspirazioni che lo muovevano. Lo stesso deve avvenire per noi. Trasformazioni personali e istituzionali in vista di quel mondo più riconciliato e più giusto nell’amore che anche Papa Francesco continuamente ci addita come unica meta sensata del nostro vivere.

di Gian Giacomo Rotelli