· Città del Vaticano ·

Ignazio, la santità
la ricerca e l’incontro

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26 maggio 2021

Nel suo lavoro sugli Esercizi ignaziani — di recente tradotto in lingua italiana e pubblicato con la prefazione di Papa Francesco — il padre Fiorito avverte che «spesso sant’Ignazio nelle Costituzioni e nelle Lettere si riferisce a questo tema, “cercare Dio nostro Signore in tutte le cose”» e spiega pure che questa è «una delle frasi con cui il gesuita Jerónimo Nadal (…) ha riassunto e riepilogato l’esperienza di Dio nell’azione, dopo aver fatto lo stesso con l’esperienza di Ignazio stesso nell’azione»; si domanda, tuttavia: «Che vuol dire (…) come si fa a cercare e a trovare Dio non soltanto nell’ambiente calmo e riposato della preghiera in solitudine — dove a volte già facciamo fatica a trovarlo sensibilmente! — ma anche in una vita agitata dagli avvenimenti? Nella nostra vita ci sono mille problemi di lavoro, di relazioni sociali, di situazioni politiche e di vario tipo. Né più né meno succedeva a sant’Ignazio nel xvi secolo (…) La vita è così. Nel bel mezzo di questa agitazione dobbiamo cercare “una cosa sola” (Lc 10, 42), “un tesoro nascosto” (Mt 13, 44), “una perla di grande valore”. Come?».

È davvero una bella domanda, si direbbe. Non credo che io debba e, ancor meno, possa dare proprio a voi e qui la risposta. Dovrei, anzi, essere io ad attendermela dagli amici della Compagnia di Gesù! Mi pare, ad ogni modo, che il padre Fiorito rimandi al discernimento degli spiriti indicando proprio la loro «varietà» come luoghi privilegiati della pedagogia divina e dell’incontro con Dio.

Prima ancora, però (e questo per non allontanarmi dal tema assegnatomi), mi pare importante ricordare l’esordio della stessa opera. Qui, il senso stesso degli Esercizi Spirituali e, perciò, del «cercare e trovare la volontà di Dio», l’Autore l’inserisce nel contesto della vocazione universale alla santità, di cui ha trattato il concilio Vaticano ii . Lo fa citando due suoi importanti passaggi: quello di Lumen gentium n. 11, anzitutto, dove leggiamo che «tutti i fedeli d’ogni stato e condizione sono chiamati dal Signore, ognuno per la sua via, a una santità, la cui perfezione è quella stessa del Padre celeste»; l’altro passo è tratto da Gaudium et spes n. 19, dove si ricorda che «fin dal suo nascere l’uomo è invitato al dialogo con Dio». Il «cercare e trovare la volontà di Dio», dunque, è un metodo di santificazione, una via di santità.

Santità, tuttavia, non è soltanto la via percorsa dall’uomo; prima ancora è la via percorsa da Dio verso di noi. Ignazio parla di una «contemplazione per giungere ad amare» dove, per quanto mi è dato intendere, si tratta sostanzialmente della relazione della creazione con l’uomo a partire dall’amore stesso di Dio. Essa ci parla della relazione tra l’Infinito divino e il creato — nel Verbo (Lògos) e nel dinamismo dell’Amore (lo Spirito) —; dell’ambito trinitario in cui l’essere umano, mosso dall’amore ricevuto, in tutto può amare e servire la divina Maestà ed essere così divinizzato.

È noto, tuttavia, che la «contemplazione per giungere ad amare» ha uno stretto legame con il Principio e fondamento di cui scrive Ignazio in ES 23: «L’uomo è creato per lodare, riverire e servire Dio nostro Signore, e, mediante questo, salvare la propria anima». Si tratta, allora, della relazione dell’uomo con la creazione basata sulla dipendenza da Dio; del processo (antropologico) che va dall’uomo a Dio attraverso l’uso ordinato delle cose come ambito di adorazione (lodare, riverire e servire).

Nel rapporto fra Principio e fondamento e la Contemplatio, dunque, come scrive il padre Arzubialde, occorre riconoscere «una grande inclusione di apertura e chiusura». Se il Principio e fondamento è sul versante del rapporto dell’uomo con la creazione in funzione della dipendenza da Dio, la Contemplatio tratta, invece, del rapporto fra la creazione e l’uomo a partire dall’amore stesso di Dio.

Mentre, allora, il Principio e fondamento mira a un processo antropologico ascendente dell’uomo verso Dio mediante l’uso ordinato delle creature come spazio di adorazione (lodare, riverire e servire), la Contemplatio ci parla, piuttosto, del descensus di Dio verso l’uomo ed è proprio questo descensus a rendere l’uomo capax in tutto di amare e servire il suo Creatore.

Tutto, allora, si svolge nel dinamismo di questi due movimenti nei quali troviamo il senso pieno della creazione: Dio esce da Sé nel suo amore per l’uomo (exitus – descensus … ) e tutto ritorna a Dio (reditus) mediante la libertà e l’amore dell’uomo verso di Lui. L’uomo e, nella sua libertà, l’intera creazione ascendono, grazie all’amore di Dio che si comunica, alla loro origine.

Da questi due fondamentali pilastri noi comprendiamo il pieno significato dell’eterno progetto di Dio. In forza dell’infinitudine e della positività del suo Essere, Dio è uscito da sé stesso liberamente nella creazione (Dio discende), nel suo Verbo e nello Spirito. Il creato, a sua volta, ritorna a Dio attraverso la libertà e l’amore dell’essere umano, ora modellato — come direbbe sant’Ireneo — da queste due Mani di Dio. L’uomo e tutta la creazione, nella libertà storica del Verbo incarnato, attraverso il dinamismo dell’Amore (nello Spirito, Signore e datore di vita) ascendono all’Origine (il Padre), dal quale un giorno sono usciti. Così che «in Cristo e nello Spirito», nei quali il Dio assolutamente trascendente si comunica, si compie la grande opera di salvezza e divinizzazione di tutta la creazione. Siamo, dunque, sempre negli ariosi spazi dell’incontro.

Quale Dio cercare e trovare?


In Gaudete et exsultate troviamo, riguardo al «cercare e trovare Dio in tutte le cose», alcune annotazioni che mi pare sia utile riprendere qui, anche per portare a conclusione le mie annotazioni. È, difatti, un’esortazione apostolica dedicata proprio alla «chiamata alla santità nel mondo contemporaneo».

È pur vero che l’assioma ignaziano del cercare e trovare non è qui letteralmente presente; vi si legge, tuttavia: «Dio ci supera infinitamente, è sempre una sorpresa e non siamo noi a determinare in quale circostanza storica trovarlo, dal momento che non dipendono da noi il tempo e il luogo e la modalità dell’incontro. Chi vuole tutto chiaro e sicuro pretende di dominare la trascendenza di Dio. Neppure si può pretendere di definire dove Dio non si trova, perché Egli è misteriosamente presente nella vita di ogni persona, nella vita di ciascuno così come Egli desidera, e non possiamo negarlo con le nostre presunte certezze. […] Se ci lasciamo guidare dallo Spirito più che dai nostri ragionamenti, possiamo e dobbiamo cercare il Signore in ogni vita umana. Questo fa parte del mistero che le mentalità gnostiche finiscono per rifiutare, perché non lo possono controllare» (nn. 41-42). Sono parole, queste, che riecheggiano quanto Jorge Mario Bergoglio aveva già scritto dieci anni prima: «L’esperienza spirituale dell’incontro con Dio non è controllabile. Uno sente che Lui c’è, ne ha la certezza, ma non può controllarlo. L’uomo è fatto per dominare la natura, questo è il suo compito divino. Ma con il suo Creatore non lo può fare. Per questo, nell’esperienza di Dio, c’è sempre un punto interrogativo, uno spazio per immergersi nella fede».

Non si può pretendere di definire dove Dio non si trova… Dio non è controllabile… Affermazioni come queste pongono alla fine una domanda decisiva: cercare e trovare Dio, ma quale Dio? Se non si dà una risposta chiara a questa domanda, il rischio è davvero grande. Se non altro perché molte delle nostre immagini di Dio hanno a che fare con l’immagine che ciascuno di noi ha di se stesso.

Per cercare Dio — disse una volta Francesco — occorre mettersi in cammino e questo vuol dire «lasciare tante sicurezze, tante opinioni di come è l’immagine di Dio, e cercarlo». «Chi non si mette in cammino, mai conoscerà l’immagine di Dio, mai troverà il volto di Dio» disse pure e aggiunse: «I cristiani seduti, i cristiani quieti non conosceranno il volto di Dio. Hanno la presunzione di dire: “Dio è così, così...”, ma in realtà non lo conoscono».

Chi è, allora, il Dio di cui parla sant’Ignazio e nel quale egli confida? Alla domanda, ho trovato questa risposta (in J. Cl. Dhotel, La spiritualità ignaziana. Punto di riferimento), che ora leggo: «Non un dio che farebbe tutto al nostro posto nel campo del mondo e della salvezza, in modo che noi avessimo solo da contemplare pigramente la sua opera. Non un dio interventista che ci guardasse agire e che si mettesse all’opera solo ogni tanto, quando noi lo preghiamo in situazioni catastrofiche, a cui le nostre capacità umane sono incapaci di porre rimedio. Fondato sulla fede in Gesù Cristo mediatore, in cui sono congiunti il divino e l’umano, la grazia e la libertà, i doni soprannaturali e quelli naturali, guidato da questo a “considerare Dio in tutte le cose”, Ignazio crede in questo Dio di cui diciamo nella preghiera eucaristica: “Tu hai fatto l’uomo a tua immagine, e gli hai affidato l’universo, perché nell’obbedienza a te, suo Creatore, esercitasse il dominio su tutto il creato”. Egli crede dunque in quel Dio il quale ha voluto che la libertà e l’attività dell’uomo si mostrino in tutte le sue imprese, si avvalga di tutte le sue risorse personali e di tutto ciò che gli è offerto nella creazione per rendere gloria a Dio. In questa certezza di fede, rinnovata ogni mattina, il credente è all’altezza di mobilitare tutte le proprie forze e di mettersi all’opera, “come se tutto dipendesse da lui”». (...)

Quale Dio? Solo il discernimento metterà in condizione di rispondere. E la risposta non potrebbe essere che questa: Iddio che è stato contemplato e incontrato lungo le quattro settimane, dunque il Re eterno, il Signore che voglio seguire, Colui che nella passione nasconde la sua divinità… e che «piange» quando io, vedendolo non habentem speciem neque decorem (Is 53, 2), non lo cerco.

di Marcello Semeraro
Cardinale prefetto della Congregazione delle cause dei santi