· Città del Vaticano ·

Aule senza muri
La scuola e l’asilo nel bosco «Terre di Castalia» è a Rende, in Calabria, per bambini dai 3 ai 10 anni

Verde, orti, cerchi
e pozzanghere

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25 maggio 2021

Un bambino farfuglia delle parole. Qualcuno, tra i suoi amici, lo ha spinto. «Credi sia necessario fare qualcosa?», gli chiede l’adulto a cui viene raccontato il fattaccio. «Propongo il tribunale» risponde lo scolaro. «Il tribunale?», esclama chi scrive. «Sì, il tribunale dei pari — spiegano — dove non esistono punizioni, ma solo soluzioni condivise». Nel frattempo altri bambini raccolgono delle ciliegie («Ne vorresti una?»); tra loro c’è Edward — ultimo anno di scuola dell’infanzia e abile cacciatore di lucertole — che gioca a comporre rime. Spostandosi al centro del grande giardino con la casa sull’albero e i tavoli a misura di piccino, ci si imbatte invece in Calipso, Deva, Matilda: chi col cappello di paglia, chi col tutù da ballerina. È Deva a mostrare quanto realizzato. «Cos’è?», le si domanda. «Un biglietto del cinema», afferma. Lo scambio di battute viene interrotto dal vociare delle altre, che parlano di una certa Elsa. Al che, considerati i lineamenti di diritto e letteratura dei momenti precedenti (sempre per chi scrive), è naturale ribattere: «Chi? Elsa Morante?». Fortunatamente a calare è il silenzio: Elsa è la protagonista di Frozen.

È un assolato lunedì di maggio quando si giunge a Le Terre di Castalia, asilo nel bosco e scuola libertaria di Rende, a pochi chilometri da Cosenza, che prende il nome dalla regione immaginaria tratteggiata da Hermann Hesse ne Il giuoco delle perle di vetro (1943). L’accoglienza, tenendo conto delle misure anticontagio, è calorosa: ci sono i bambini, che alla vista della cronista si domandano invano se finiranno in televisione, e la natura — l’orto, l’uliveto, l’immensa distesa verde — che fa da sfondo al progetto educativo avviato dal 2019 da Emilio Ruffolo (referente scientifico), Luana Florio (coordinatrice educativa e accompagnatrice) e da coloro che hanno contribuito alla sua realizzazione.

Apprendere all’aria aperta, co-costruire le regole, promuovere i talenti di tutti sono alcuni dei principi sottesi a Le Terre di Castalia, in cui ogni bambino, dai 3 ai 10 anni, impara che ha diritto di appassionarsi a ciò che gli interessa, rispettando le decisioni altrui e responsabilizzando la propria partecipazione. «Il nostro metodo — spiega Ruffolo, psicologo e psicoterapeuta — si struttura in tre cerchi. Quello della scuola, in base al quale scolari e accompagnatori (li chiamiamo così gli adulti, perché accompagnano i bambini ad auto-organizzarsi) si riuniscono quotidianamente in assemblea per decidere insieme le attività da svolgere; il cerchio degli stessi accompagnatori, che ha cadenza settimanale e coordina, non appianando alcuna differenza, l’azione educativa; infine il cerchio della comunità, che promuove la cultura dell’educazione e di cui fanno parte i genitori e chiunque sostenga il servizio, non solo economicamente ma, ad esempio, preparando una torta, tagliando il prato e mettendo a disposizione le proprie competenze».

C’è insomma un mondo dietro a Le Terre di Castalia, a questo tipo di scuola d’ispirazione, per l’appunto, libertaria che in Italia rappresenta una realtà in forte crescita, seppur poco conosciuta al contrario di quanto avviene in altri Paesi (tra le prime e tuttora vitali scuole libertarie c’è Summerhill, fondata nel 1921 in Inghilterra da Alexander Neill). Ogni scuola ha comunque le sue peculiarità e qui a Castalia — dove la giornata tipo, oltre all’assemblea, si basa su attività strutturate e attività libere affinché gli scolari potenzino le loro attitudini — si prediligono gli spazi esterni.

«Le Terre di Castalia privilegiano il contatto con la natura — prosegue Ruffolo — All’inizio il bambino che non l’ha mai vissuta può sentirsi intimidito. È in casa che si trova meglio, fuori incontra una serie di difficoltà: il sole, le spine, il dover gestire il fatto d’essersi sporcato». Parole che sembrerebbero dunque confermare la tesi del pedagogista statunitense Robert Louv che, in riferimento ai bambini, parla di «deficit di natura». Ma Ruffolo chiarisce: «In realtà credo sia più corretto affermare che se negli spazi interni i bambini sono più autonomi nella misura in cui conoscono le regole, negli spazi esterni si confrontano con un luogo dove questa autonomia non esiste e in cui, non riuscendo ad anticipare quanto potrebbe accadere, vedono pericoli dove non ci sono. Vivendo la natura si può così ottenere una seconda socializzazione». Mentre Ruffolo parla, a interromperlo è il rumore di un trattore e, pertanto, si decide insieme di spostarsi e raggiungere i bambini. I più piccoli, stivali ai piedi, stanno esplorando il laghetto ricolmo di ninfee. Sembra un quadro di Monet e impressiona piacevolmente il fatto che, data la perdita da parte di Matteo di una delle calosce, tutti gli altri si attivino per cercarla. Questi stivali sono messi a disposizione dalla scuola, così come gli impermeabili: sorge spontaneo chiedere come ci si comporti quando piove. «Se i bambini vogliono stare sotto la pioggia — risponde Ruffolo — noi li mettiamo nelle condizioni di farlo, appunto con le attrezzature adeguate. Anzi, da quando hanno scoperto il salto nelle pozzanghere e il modo per colorarle, in assemblea c’è sempre un forte accordo sul da farsi. Il nostro intento è massimizzare lo stare all’aperto (e ciò è stato ed è ancor più importante in tempi di pandemia) ma è anche vero che non intendiamo svalutare gli spazi interni, presenti e vissuti». Massimizzare l’esterno, a ogni modo, può significare che a mensa i prodotti usati provengano dall’orto de Le Terre di Castalia. E ancora che tra le attività svolte — attività differenziate tra asilo e scuola primaria — ci sia stato per i più piccoli lo studio degli insetti e degli uccelli, che ha riscosso successo e ha promosso le abilità di catalogazione e memoria, le competenze scientifiche e artistiche.

«Una delle cose che mi piace ricordare — dichiara Ruffolo — è la storia di Edward, il bambino delle rime. Ecco, a 4 anni il piccolo aveva problemi a stare all’aperto ma poi ha imparato a vincere le sue paure e ora sua madre non riesce a spiegarsi come mai sia tanto diverso dal fratello, il quale, nonostante sia nato in Angola e perciò nella natura, continui a esserne intimorito». Un modo di fare scuola, quindi, che promuove una forma di natura culturalizzata e la comunità che la abita. Comunità protagonista, non spettatrice. Il rischio però potrebbe essere la formazione di luoghi frequentati da soli figli di “eccentrici”. Emilio Ruffolo risponde alla provocazione, avanzata anche dal «New York Times». «Se tra gli “eccentrici” rientrano coloro che hanno vagliato tante opzioni per l’educazione dei figli, potrebbe pure essere. Rimane comunque il fatto che noi accogliamo tutti».

È poi dell’università di Heidelberg uno studio secondo cui chi proviene da asili nel bosco e scuole libertarie abbia, rispetto agli altri, un «vantaggio» nello sviluppo della socialità. «Credo — conclude Ruffolo — che chi frequenta altre realtà abbia ben socializzato un certo sistema di regole e che di conseguenza in contesti simili a quelli vissuti potrà dirsi socievole. Circa le competenze di socializzazione, per le quali bisogna intendere la capacità di leggere le regole in plurimi contesti, realtà come queste, se condotte in qualità, dovrebbero produrre un vantaggio. Ma, sottolineo, non perché i bambini siano socializzati a regole più giuste: sono messi nella condizione di comprendere come vivere qui, nella natura, e altrove».

Conclusa la giornata si torna in città. È in macchina che si fa forte l’esigenza di abbassare il finestrino, dopo aver respirato aria di libertà.

di Enrica Riera