· Città del Vaticano ·

Assegnato il riconoscimento internazionale dedicato alla “santa degli impossibili”

Le donne di Rita

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22 maggio 2021

Il perdono e l’amore. Sono i valori che hanno accompagnato l’esistenza di santa Rita da Cascia, sorretti dalla fede e alimentati dalla preghiera. Margherita Lotti, vissuta fra il xiv e il xv secolo, era una donna semplice, umile ma caparbia: bussava continuamente alla porta di Dio, per mettere in pratica gli insegnamenti del Vangelo, per avere sostegno dalla Provvidenza, per imparare a percorrere la strada di Cristo. Sposa, madre e poi monaca, è stata ed è un esempio per tante donne che ne hanno ricalcato le virtù e che continuano ad ispirarsi a lei nella vita di ogni giorno. E proprio per promuovere i suoi principi, nel 1988, il monastero delle religiose agostiniane di Cascia e il Comune hanno istituito il Riconoscimento internazionale Santa Rita.

Ogni anno, alla vigilia della memoria liturgica della santa dei casi impossibili, viene conferito a donne di ogni età, condizione, nazione e religione, che si sono contraddistinte per la forza del perdono o per avere vissuto come una missione la difesa della dignità, dei diritti e dei doveri dell’uomo. Sono 119, ad oggi, le donne insignite del Riconoscimento; sono “le donne di Rita”, che come Rita, hanno perdonato, sofferto, amato e si sono aperte all’altro con gesti concreti di solidarietà e carità; donne i cui valori sono quelli che hanno caratterizzato l’esistenza della santa di Roccaporena.

Quest’anno Cascia ha premiato Gina Garrisi, Annalori Gorla e Monika Kornecka. Le loro sono storie di quotidianità, di dolore e sofferenza, in cui hanno prevalso l’amore e il perdono, come è accaduto nella vita di santa Rita la cui testimonianza ha lasciato un segno indelebile. «Tante donne si ispirano al suo ideale — spiega la badessa del monastero di Cascia, suor Maria Rosa Bernardinis — e, anche nei momenti tragici, sanno trovare il conforto e nello stesso tempo le motivazioni per andare avanti nell’amore. Il Riconoscimento internazionale Santa Rita vuole evidenziare che anche oggi ci sono delle “Rite”».

«L’esperienza di Rita è quella di una fede forte, che si è rafforzata nelle prove — aggiunge la badessa di Cascia — che non è venuta meno nelle ore più buie, e oggi molte donne, come Rita, sono esempi di vita, perché, animate e illuminate dallo Spirito, e aperte alla Grazia, vincono con l’amore il dolore, l’odio e la sofferenza. Per questo noi le chiamiamo “le donne di Rita”».

Geltrude Garrisi — chiamata Gina — di Caltabellotta, in provincia di Agrigento, è una “donna di Rita” perché ha accolto e accettato con amore la malattia della figlia primogenita, che assiste con dedizione e fede; per il suo impegno al fianco di malati e sofferenti; per la sua devozione a santa Rita che l’ha portata anche a promuovere, insieme ad altre donne, la Pia unione primaria Santa Rita nella sua città.

Anna Lorenza — per tutti Annalori — Gorla, di Milano, è la vedova di Giorgio Ambrosoli, commissario liquidatore della Banca privata italiana nel 1974, ucciso l’11 luglio 1979 per non aver ceduto a minacce e pressioni che volevano costringerlo a celare irregolarità e trame illecite. Ha ritirato il Riconoscimento perché, come santa Rita, si legge nella motivazione, «ha saputo volgere la sua dolorosa esperienza personale e familiare ad impegno fattivo per costruire il bene comune». Annalori Gorla, da anni, infatti, promuove i valori della giustizia e dell’equità sociale, tramandando l’eredità morale del marito ai suoi figli, ai suoi nipoti e ai giovani che incontra nella sua instancabile attività sociale.

Infine, Monika Kornecka, polacca, di Cracovia, ha ricevuto il Riconoscimento internazionale Santa Rita perché ha perdonato l’uccisore del figlio fermando il clima di odio e di vendetta creatosi attorno alla sua famiglia. Dawid, 23 anni, è stato assassinato da un ubriaco il 7 settembre 2013, nel tentativo di difendere la fidanzata e un’amica dalle molestie dell’uomo. Con la forza della fede, Monika, è riuscita a perdonare chi l’ha privata del figlio e a cominciare una nuova vita dedicandola agli altri. Ha lasciato il suo lavoro da commercialista, ha deciso di spendere la sua vita per i bambini malati e sofferenti e oggi si dedica anche ai malati di covid-19. Continua, inoltre, a pregare per l’assassino del figlio che si trova in carcere e al quale, durante le prime festività natalizie senza Dawid, ha inviato un pacco dono con una Bibbia e una lettera assicurando il suo perdono.

Con la consegna del Riconoscimento internazionale Santa Rita, venerdì 21 maggio, hanno preso il via a Cascia le celebrazioni per la festa di santa Rita. Nel tardo pomeriggio ha avuto luogo il Transito e, in serata, è giunta la “Fiaccola della pace e del perdono”, segno del “gemellaggio di fede e di pace” fra la cittadina umbra e Tolentino. Giunto alla 63a edizione, il gemellaggio, che ogni anno unisce Cascia a un’altra città, stavolta è dedicato all’anno “Famiglia Amoris laetitia“ voluto da Papa Francesco e per tale motivo propone santa Rita — modello di vita familiare — e San Nicola — uomo di pace e riconciliazione — come fari di speranza, segni della misericordia di Dio e della vittoria contro ogni male. Il gemellaggio fra Cascia e Tolentino vuole anche evidenziare la devozione alla santa dei casi impossibili così viva nella città di san Nicola — fra i santi ai quali Rita rivolgeva le sue preghiere — e il comune impegno per la ricostruzione dopo il sisma del 2016.

Oggi, giorno di santa Rita, fedeli e devoti hanno partecipato alle liturgie anche in streaming, grazie alla cosiddetta “maratona della festa” su festa.santaritadacascia.org. Durante le otto ore di diretta è stato possibile scrivere e condividere intenzioni di preghiera a santa Rita, scaricare “rose virtuali” e fare donazioni per il monastero e l’Alveare, la struttura voluta dalle religiose agostiniane per accogliere minori provenienti da famiglie in difficoltà. Il solenne pontificale, con la supplica a Santa Rita e la tradizionale benedizione delle rose, i fiori che simboleggiano la taumaturga, è stato presieduto dal cardinale Angelo Comastri.

di Tiziana Campisi