· Città del Vaticano ·

I cileni e la dignità come concetto alla base di ogni cambiamento e riforma

La sfida dell’equità sociale

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22 maggio 2021

Riuscirà il Cile, ancora una volta, a dimostrare di essere uno dei Paesi più “evoluti” dell’America Latina? È quanto si chiedono gli analisti politici che stanno assistendo all’importantissima e altrettanto delicatissima fase inauguratasi nel Paese dopo il voto popolare che nello scorso fine settimana ha determinato la formazione definitiva dell’Assemblea costituente, incaricata di formulare la nuova Costituzione cilena. La prima Magna Charta del Cile risale al 1925. Quella attualmente in vigore è stata approvata da un referendum l’11 settembre 1980, e poi ratificata nel 1981, sotto la dittatura di Augusto Pinochet (1973-1990). Ha subito, col ritorno alla democrazia, alcune modifiche ma senza mai vedere apportati cambiamenti sostanziali per i quali sarebbe stato necessario un quorum del 66%. In maniera unanime la Costituzione che verrà abrogata è considerata superata e non più adeguata alle situazioni di vita attuali, nonché alle aspettative, soprattutto in materia di giustizia sociale, della grande maggioranza della popolazione.

I 155 componenti dell’Assemblea appena eletta — un organo formato per metà da donne, in cui i partiti storici ricopriranno per la prima volta posizioni di debolezza e scarsa influenza, e gli indipendenti avranno un ruolo centrale — dovranno senz’altro tener conto delle disuguaglianze che hanno visto milioni di cileni privati delle condizioni minime necessarie al loro sviluppo. Differenze, spesso incomprese dalle istituzioni, che hanno messo in serio dubbio, per il Cile, l’aspetto di Paese solidissimo, capace di ridurre in maniera considerevole la povertà nonostante una distribuzione non equa della ricchezza. Il 2% del pil cileno, infatti, è nelle mani del 50% della popolazione, e il restante è prodotto dall’altra metà.

Ripercorrendo velocemente le tappe che hanno portato alla formazione dell’Assemblea, l’elemento centrale è rappresentato dalle imponenti proteste antigovernative che per giorni, dal 18 ottobre 2019, caratterizzarono la quotidianità nelle principali città cilene. Il malcontento scoppiò con l’iniziale motivazione dell’aumento del costo del biglietto della metro, che scoperchiò una serie di annose tensioni, dovute alle smisurate disuguaglianze sociali e alle forme di corruzione ereditate dal periodo della dittatura. Il 14 novembre del 2019, governo e opposizioni raggiunsero a Santiago del Cile un accordo per avviare un processo costituente. Da subito è stata netta la sensazione che potessero, in questo modo, finalmente essere ascoltate le richieste dei manifestanti e che potesse svanire, in loro, la paura di veder la qualità della propria esistenza stabilita da alcune élite. Ancor di più, da quel momento maturò la speranza e, perché no, la consapevolezza che la futura Costituzione cilena avrebbe potuto vedere la luce grazie alla collaborazione fattiva dei cittadini. Il 27 dicembre 2019 il presidente Sebastián Piñera aveva annunciato la convocazione del referendum costituzionale, inizialmente programmato per il 26 aprile 2020 e poi rimandato al 25 ottobre a causa dell’emergenza sanitaria legata al Covid.

Il Capo di Stato cileno, in questi mesi, nonostante un gradimento ai minimi evidenziato peraltro dalla sconfitta al voto, anche nei momenti di maggiore tensione, si è fatto garante della democrazia, sostenendo l’avvio del processo che porterà alla nuova Costituzione.

In questi mesi sembrerebbero essersi delineate sempre più chiaramente le aspettative dei cileni, incentrate sulla dignità come concetto alla base di ogni cambiamento e riforma. Il processo costitutivo che caratterizzerà lo scenario politico dei prossimi mesi in Cile, oggi come oggi, può sembrare imprevedibile. Avrà, indubbiamente, l’opportunità di riformare lo Stato dalle fondamenta e la possibilità di ridurre gradualmente la mancanza di fiducia nelle istituzioni presente nella società. Per questo dovrà essere percepito dalla popolazione vicino, o meglio ancora, dovrà essere un processo partecipativo in grado di inglobare al suo interno i bisogni e le aspettative della popolazione. A partire dal riconoscimento dei diritti delle popolazioni indigene, neanche citate nell’attuale Testo fondamentale, e in particolare del delicato rapporto tra i mapuche e il governo centrale. È altrettanto sicuro che nei prossimi mesi, come spesso accaduto in passato, il resto dell’America Latina guarderà con attenzione l’operato della costituente cilena. Il sistema cileno potrebbe tornare a essere un modello da seguire.

Durante questa importante fase storico-politica per il Paese, non sono mancati gli appelli da parte di rappresentanti dell’episcopato cileno. Già un mese prima del voto, la conferenza episcopale aveva pubblicato sul proprio sito internet, www.iglesia.cl, un documento dal titolo “Principi e valori dell’Insegnamento sociale della Chiesa”, con il proposito che potesse costituire «un contributo al necessario dialogo costituente nella ricerca del bene comune».

Alla vigilia dell’elezione della Costituente, l’arcivescovo di Concepción, monsignor Fernando Chomalí aveva invitato la popolazione ad «andare a votare, perché è nostra responsabilità rafforzare la democrazia, indebolire la possibilità di populismo e dittature e sradicare l’uso della violenza — in ogni sua forma — come arma politica» e soprattutto a «studiare e analizzare senza pregiudizi, da fonti attendibili, le proposte di ogni candidato alla carica di costituente». Rivolgendosi ai candidati aveva chiesto loro un doveroso momento di discernimento nella delicata fase che sta per aprirsi nel Paese, in modo tale che «i valori e le proposte che presentate coincidano con quelli che speriamo, affinché la giustizia, la prosperità, la pace e la fraternità prevalgano in Cile, così come il bene comune sul bene individuale».

«Crediamo che la Costituzione debba avere alcuni elementi indispensabili ed essenziali, che sono il rispetto e la valorizzazione dei diritti umani; e all’interno di questi diritti fondamentali ci sono anche beni comuni, soprattutto i più basilari per la vita come l’acqua; e poi, come sottolineato più volte da Papa Francesco, le tre T: terra, tetto e lavoro», sono state le dichiarazioni rilasciate dal vicario apostolico di Aysén, monsignor Luigi Infanti della Mora, o.s.m. , secondo cui quello che si sta aprendo in Cile è «un momento importante per ripensare l’intera questione del potere». Per Infanti della Mora, infatti, non si dovrà assistere esclusivamente a un ripensamento dell’economia; occorrerà al contrario riuscire a sensibilizzare «sui problemi più urgenti, compresa la povertà, la corruzione, la violenza, l’esclusione di popoli come i fratelli mapuche o altre minoranze che la nostra società spesso emargina».

di Fabrizio Peloni