· Città del Vaticano ·

L’artista di strada Fausto Delle Chiaie

Alzate gli occhi verso il cielo
(voi che passate)

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22 maggio 2021

«Dico sempre ai visitatori che l’opera non l’ho fatta io e quando loro di riflesso mi chiedono: “Allora chi l’ha fatta?” Rispondo Dio, perché questa è la creazione. Con tale formula voglio evidenziare che in tutti i miei lavori, in un certo senso, è sempre Dio la “mano-d’opera”…». A Fausto Delle Chiaie sono stati dedicati numerosi articoli giornalistici, vari programmi televisivi, documentari, reportage, un cortometraggio presentato al Festival di Cannes nel 2013, una puntata di "Che ci faccio qui", di Domenico Iannaccone, andata recentemente in onda su Rai 3. E un paio di volumi, in uno dei quali, quello da cui è tratta la citazione in incipit, sono raccolti i suoi racconti e pensieri. Un bel libro, dal titolo ironicamente paradossale: Fuori catalogo (a cura di Pino Giannini, con fotografie di Paolo Buatti, edito da Kellermann nel 2018 e ristampato ad aprile di quest’anno). E non è un caso: perché dei ready-made di questo artista sono parte inscindibile proprio i titoli, appunto, scritti in varie lingue con il pennarello su piccoli cartellini: «Oggetto e cartellino solo insieme rappresentano l’opera d’arte…Ogni oggetto non sarà percepito come opera se non avrà il cartellino laterale accanto», spiega. Le targhette infatti non assolvono un compito meramente didascalico, ma si rivelano come ironici, fulminanti e geniali sollecitazioni verbali a connettere le opere al mondo, e talvolta «a dirigere lo sguardo verso il cielo».

Delle Chiaie, settantasette anni compiuti lo scorso gennaio, dispone con cura ogni giorno i suoi lavori in piazza Augusto Imperatore, «l’atelier più grande d’Europa», come lo definisce, dove tra l’altro gli giunge anche la posta, che gli viene recapitata nell’adiacente Museo dell’Ara Pacis Augustae. Dalla fine degli anni Ottanta prende il treno da Sgurgola, un paesino in provincia di Frosinone a una settantina di chilometri da Roma. Là c’è la casa di campagna in cui abita, in una stanzetta in penombra ricavata in un sottotetto che lascia filtrare l’acqua piovana. Lì, sul suo letto, provvidenzialmente al riparo dal trasudamento, realizza alcuni dei suoi lavori.

Trascinando il suo carrello della spesa ricolmo delle opere da esporre, giunge nel primo pomeriggio nella grande piazza augustea, al centro della quale troneggia il Mausoleo imperiale. A questo spazio urbano è rimasto legato per via di un’ispirazione, «una specie di carpe diem prolungato». Qui spalanca ai passanti le invisibili porte del suo personale «Open Air Museum» — nel quale anche lui si considera opera in mostra — dando nuova vita, attraverso cortocircuiti metaforici e poetici fra parole e cose, a oggetti di piccole dimensioni abbandonati per strada o rimediati altrove: «Prima erano cose. Adesso sono opere».

Se Duchamp portava l’oggetto nel museo, Delle Chiaie lo lascia «nel luogo dove è morto» restituendogli respiro: lacerti consunti di gratta-e-vinci (titolo: “Lascia perdere”), una vecchia radiolina scassata (“Silentium”), un mezzo piatto rotto (“Lo chef suggerisce: metà porzione”), alcune monetine a bordo di una barchetta di carta stagnola (“Ho fatto una barca di soldi”), un pezzo di catena arrugginita (“Avanzi di galera”)… (ci siano perdonate le stentate “ecfrasi”). Sulle colonnette, vicino ai muri, sotto ai lampioni, Delle Chiaie sistema anche i suoi disegni su carta. Altri li traccia col gesso sul marciapiede o sulla strada. C’è gente che si ferma; alcuni, stupiti, chiedono informazioni, altri comprano anche qualcosa, inserendo l’offerta nel taglio fontaniano di una scatola-opera su cui sta scritto: “Co-operazione libera e obbligatoria”. L’artista parla con tutti, spiega se necessario il significato di qualche lavoro, e la sua voce leggera è spesso graziosamente screziata da un sorriso, perché «l’ironia è sempre stata compagna della mia arte».

Verso le 19 chiude il suo museo all’aria aperta raccogliendo il materiale e riponendolo nel carrello. Si avvia verso casa, verso l’umido sottotetto di Sgurgola. Fino a oggi sono alcune decine di migliaia i firmatari della petizione al presidente del Consiglio e al ministro della Cultura per chiedere la concessione della Legge Bacchelli in favore di un artista che, si legge nel testo dell’istanza, «ha sempre vissuto della sua arte onorando con ironica genialità il Paese e la città di Roma in particolare». E che invita chi si imbatte nelle sue opere appoggiate in terra a «dirigere lo sguardo verso il cielo».

di Paolo Mattei