· Città del Vaticano ·

Il suono dell’organo come metafora del «vento» dello Spirito Santo

Bach esegeta

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21 maggio 2021

Per i suoi contemporanei Johann Sebastian Bach è stato prima di tutto un organista prodigioso. Ancora oggi l’immagine del maestro dell’organo tende a superare, per esempio, quella del clavicembalista, del compositore di cantate, del pedagogo. Organista virtuoso, dunque, Bach superò tutti i suoi predecessori e contemporanei componendo numerosi pezzi organistici ad uso personale, per l’insegnamento e per il culto. Tra questi un ruolo determinante era ricoperto dai corali, legati al culto evangelico luterano, poiché parafrasavano con grande maestria i temi dei canti popolari conosciuti dai fedeli, i quali potevano porre il testo, in tedesco, sulla melodia che ascoltavano. Ogni fedele del culto luterano ascoltando un corale di Bach, ne riconosceva la melodia, entrava nel significato della festa e del momento liturgico comprendendone appieno e apprezzandone la sottigliezza del commento sonoro e dell’esegesi in musica compiuta dal maestro. L’organista-Bach ci appare così come una sorta di “diacono laico” — secondo la felice definizione del musicologo francese Gilles Cantagrel — predicatore della parola di Dio nella comunità dei fedeli.

Nella tradizione luterana l’ascolto della parola è strettamente legato all’ascolto della musica. E questo perché, secondo la celebre parola dell’apostolo Paolo ai cristiani di Roma, la fede nasce dall’ascolto, o ancora meglio la fede si riceve attraverso l’udito (Fides ex auditu!, Lettera ai Romani10,17). Lutero aveva fatto sua questa prospettiva paolina, prestando un’attenzione appassionata alla musica e al canto e dando a questa attenzione una motivazione teologica: quella del legame fra credere e ascoltare. La musica quindi non adempie soltanto a una funzione cultuale ma si rivolge al fedele, al suo cuore, nel quale essa introduce il principio spirituale per eccellenza — ilprincipio primo — ossia la parola, il Verbo di Dio. La musica porta la parola di Dio fino in fondo al cuore e ne fa risuonare e intendere l’eco.

È questo, ad esempio, quello che il Kantor ha fatto nel primo brano della raccolta dei diciotto Preludi corali di Lipsia — o meglio, dell’autografo di Lipsia, perché il manoscritto fu lì ritrovato — composti nel suo ultimo decennio di vita, tra il 1740 e il 1750 a partire da altri brani scritti precedentemente a Weimar.

Componendo la Fantasia sopra il corale Komm, Heiliger Geist, Herre Gott per la Pentecoste, Bach avrà sicuramente pensato di tradurre in musica i primi versi del capitolo 2 degli Atti degli Apostoli. Forse il Kantor di Lipsia aveva già intuito che «è difficilissimo parlare dello Spirito ma impossibile anche tacerne» (Karl Barth) e quindi più che una invocazione, il brano sembra piuttosto una raffigurazione degli effetti provocati della discesa dello Spirito sulla terra. L’incipit di questa grande fantasia corale è descrittivo e travolgente: le veloci semicrome raffigurano il vento e le fiamme della Pentecoste («un fragore, quasi un vento che si abbatte impetuoso… apparvero loro lingue come di fuoco, che si dividevano, e si posarono su ciascuno di loro»: Atti 2, 2-3). Il cantus firmus al pedale — che funge da basso della tessitura polifonica del manuale — scandisce maestosamente la melodia dell’antico corale Komm, Heiliger Geist, Herre Gott (Vieni, Spirito Santo, Signore Dio) il corale per la Pentecoste scritto da Lutero sul testo della sequenza Veni Sancte Spiritus. L’intera melodia del corale, scandita dal pedale, è come la forza invincibile e il fondamento dello Spirito alla nostra fede, un faro di tranquillità in mezzo alle note che cadono l’una sull’altra nella polifonia del manuale.

All’inizio del manoscritto Bach scrisse in organo pleno, cioè l’uso simultaneo di tutti i registri disponibili sugli strumenti dell’epoca, tale da produrre la sonorità forte e piena di tutto lo spettro acustico dell’organo. L’indicazione bachiana di suonare con tutti i registri forse si spiega perché l’organo è lo strumento che, per conformazione e struttura, simboleggia lo Spirito Santo: essendo un aerofono, è l’aria — gli organari e gli organisti non a caso utilizzano il termine “vento” — il mezzo primario che serve per produrre il suono.

Bach ha letto la pagina di Atti 2 e il testo luterano del corale di Pentecoste e con la sua composizione organistica svolge quasi la funzione di esegeta di quella parola, aprendo agli ascoltatori il cammino di una avventura interiore che egli stesso descriveva come una «ri-creazione» dello Spirito, da cui egli non cessava di attendere ogni dono. In questo senso la sua musica è un dono divino e diventa uno strumento col quale l’uomo fa esperienza concreta e indimenticabile dell’azione dello Spirito di Dio.

di Agostino Greco