· Città del Vaticano ·

Comunicare in un mondo che cambia

Questione di sguardi
(e di scarpe)

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20 maggio 2021

Riportiamo l’intervento, dedicato all’identità, al ruolo e alle prospettive dei media in un mondo che cambia, con il quale il prefetto del Dicastero per la comunicazione ha chiuso – lo scorso 16 maggio – la Settimana della comunicazione promossa dal gruppo editoriale San Paolo per discutere del messaggio inviato dal Papa per l’annuale appuntamento della Giornata mondiale delle comunicazioni sociali.

È una questione di sguardi. Ed è una questione di scarpe, di suole da consumare; in un tempo che sembra consumare tutto tranne le suole delle scarpe.

È una questione di andare e vedere, incontrare e ascoltare.

Questo ci dice il Papa nel suo messaggio per la giornata mondiale delle comunicazioni sociali.

Ci dice che la verità è sempre una ricerca, il punto di arrivo di un cammino lungo un sentiero stretto, difficile. Dove è facile inciampare.

Che la realtà è dinamica, e solo camminandoci dentro la si vede davvero, la si capisce. E si può provare a raccontarla.

Che un buon comunicatore deve essere libero da pregiudizi.

Che deve spogliarsi del suo ego.

Non c’è peggior giornalista di chi crede di sapere già tutto, di chi ragiona per schemi astratti, e così facendo si illude di poter mettere una camicia di forza alla realtà. Di poter fare a meno dell’incontro con gli altri.

Come possiamo raccontare del resto ciò che non abbiamo incontrato, visto, toccato?

«L’oltre di Dio — come ha detto il Papa nel suo viaggio in Iraq, nell’incontro interreligioso del 6 marzo — ci rimanda all’altro del fratello».

Ci dice anzi che è proprio nell’altro che incontriamo Dio. Come accadde ai discepoli nel Cenacolo. Chiamati da Gesù a guardarlo, a guardare le sue mani e i suoi piedi. A toccarlo.

E la comunicazione, alla fine dei conti, riguarda proprio l’altro, gli altri. Gli altri a cui raccontiamo, che hanno bisogno di noi per conoscere. Gli altri che raccontiamo, che hanno bisogno di noi per essere conosciuti.

Gli altri, non noi, sono il centro. Come scriveva Oscar Wilde, la maggior parte della gente è altra gente.

Mentre il problema di questo nostro tempo, ma forse dovremmo dire più correttamente di tutti i tempi, è come non considerare l’altro un nemico, come evitare di pensare che per essere sé stessi bisogna negare gli altri.

Anche questo è un problema di sguardo, di sguardi. Di prospettiva.

E nessuna prospettiva è migliore di quella di chi davvero è vicino a ciò che racconta.

Un grande fotoreporter Robert Capa, diceva «se le tue foto non sono buone vuol dire che non sei abbastanza vicino».

Per questo sono importanti i media locali. I più prossimi alla realtà che raccontano.

Solo la prossimità ci permette di vedere — come scrive il Papa — il dramma sociale nascosto delle famiglie scivolate rapidamente nella povertà; le persone che, vincendo la vergogna, fanno la fila davanti ai centri Caritas per ricevere un pacco di viveri.

Solo la prossimità smaschera l’eloquenza vuota di chi parla all’infinito e non dice nulla.

Solo la prossimità dona allo sguardo (dato e ricevuto) la forza di cambiare le cose.

Solo la prossimità non perde la bussola; e nel suo andare e vedere sa da che parte stare. Quella dei puri di cuore, che soli riconoscono Dio nel prossimo.

di Paolo Ruffini


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