· Città del Vaticano ·

RISUS PASCHALIS - VERSO LA PENTECOSTE CON LA GIOIA DELLA RESURREZIONE

Il “like” di Dio

cq5dam.thumbnail.cropped.500.281.jpeg
20 maggio 2021

«E si guardino i frati dal mostrarsi tristi all’esterno e rannuvolati come gli ipocriti, ma si mostrino gioiosi nel Signore e lieti e cortesi come si conviene» ( Rnb VII, 16: ff 27). È questa la raccomandazione che san Francesco fa a noi frati nel capitolo vii della Regola non bollata, descrivendo l’importanza del lavoro ma anche di saper accogliere ogni categoria di persone: «Chiunque verrà da essi, ladro o brigante, sia accolto con bontà» (v.14).

E nell’Ammonizione XXVII, 3 (FF 177), il Poverello ci ricorda che è necessario tenere insieme povertà e letizia, se si vuole evitare di cadere nella cupidigia e nell’avarizia. Nel suo vocabolario san Francesco usa varie parole per dire l’esperienza e il sentimento della gioia: sostantivi (gioia, gaudio, giocondità, letizia, delizia), aggettivi (gioioso, dilettevole, delizioso, piacevole) e verbi (gioire, giubilare, esultare, allietarsi, dilettarsi in coppia con piacere).

Parole che ci invitano a fare delle scoperte, ci aiutano a distinguere tra una gioia superficiale e inconsistente e una gioia vera e profonda, a scoprirne la sorgente e a sentirsi parte della gioia dell’intero creato.

La vera e la falsa gioia


Per Francesco esiste una vera e una falsa gioia. Due sono i testi che descrivono questa situazione. Il primo è il testo Della vera e perfetta letizia che è diventato famoso attraverso i Fioretti che lo intitolano La perfetta Letizia. Negli Scritti (FF 278) Francesco descrive a frate Leone tutta una serie di situazioni di successo dal punto di vista umano, istituzionale, religioso e anche personale. In tutto ciò, dice Francesco, non è la vera letizia. Poi descrive la situazione paradossale in cui ipotizza di trovarsi lui stesso quando in una notte fredda e piovosa bussa alla porta del convento e viene rimproverato, insultato e lasciato fuori all’addiaccio. La conclusione di Francesco è: «Io ti dico che, se avrò avuto pazienza e non mi sarò inquietato, in questo è vera letizia e vera virtù e la salvezza dell’anima» ( v Let 15: ff 278). La perfetta gioia dunque non è nel non soffrire ma nel riuscire a rimanere paziente e in pace in una situazione difficile.

In un altro testo, l’Ammonizione xx ( ff 170) Francesco distingue tra il religioso beato e quello vuoto: «Beato quel religioso che non ha giocondità e letizia se non nelle santissime parole e opere del Signore e, mediante queste, conduce gli uomini all’amore di Dio con gaudio e letizia. Guai a quel religioso che si diletta in parole oziose e vane e con esse conduce gli uomini al riso». Parole chiare in se stesse: chi mette al centro se stesso e fa spettacolo per soddisfare il proprio narcisismo è un infelice e manifesta semplicemente il vuoto che ha dentro, anche se può sembrare moderno e alla moda.

Tu sei gaudio e letizia


Di fatto per san Francesco l’esperienza della vera gioia altro non è se non l’esperienza di Dio. Nella Regola non bollata (XXII, 46: ff 62) il Santo di Assisi cita alcuni versetti della preghiera sacerdotale di Gesù (Gv 17), guarda caso anche il passo in cui Gesù prega perché i suoi discepoli «abbiano la gioia in se stessi». Nelle Lodi di Dio Altissimo (v. 5: ff 261), san Francesco si rivolge a Dio dicendo: «Tu sei gaudio e letizia». E nella straordinaria preghiera di ringraziamento contenuta nel capitolo xxiii della Regola non bollata (v. 9 e 11: ff 70-71) Francesco ricorda che niente altro ci deve dilettare se non Dio stesso che è «dilettevole e sopra tutte le cose desiderabile». Nella Lettera ai Fedeli descrivendo la relazione che si instaura tra il cristiano e il Cristo per opera dello Spirito Santo, Francesco ci dice che ciò è «delizioso, piacevole, umile, pacifico, dolce e amabile e sopra ogni cosa desiderabile» (2 Lfed 56: ff 201).

Per contrasto, nell’Ammonizione V, 3 (FF 154), Francesco riconosce che purtroppo c’è chi ancora trova la propria gioia nei vizi e nei peccati, cioè nel rifiuto di Dio e nell’allontanamento dalla relazione con Lui.

Gioire assieme al creato


Un risvolto ulteriore della gioia così come san Francesco la intende, è quello della gioia del creato. Colui che «fu tutto serafico in ardore» (Dante, Par . XI, 37) canta la gioia del Creato in quello che viene chiamato “Ufficio della Passione”, nel quale, in occasione del Natale (Sal XV: ff 303), dice: tutto il creato è invitato a gioire, giubilare, esultare e cantare per la nascita del “Figlio diletto del Padre”: le persone, gli angeli, tutta la terra, i popoli, i campi e tutte le creature.

Gli stessi sentimenti di gioia e di esultanza emergono anche nei polisalmi che Francesco dedica al mistero pasquale, anche lì (specie nel Sal VII: ff 288-289) è tutto il creato e tutta l’umanità a partecipare all’esultanza della risurrezione del Figlio e alla gioia della salvezza.

La gioia del creato emerge, ovviamente, in modo speciale nel Cantico di Frate Sole o delle creature. In questo caso la gioia si fa lode. E l’uomo che non è degno di nominare il Creatore se non quando vive l’esperienza della sofferenza e del perdono che lo fa simile al Cristo in croce (cfr. Cantico di Frate Sole: FF 263). Nel Cantico non compare mai la parola gioia o letizia, sono però dichiarati «beati» cioè «pienamente felici», coloro che sanno «sostenere in pace infirmitate et tribulatione» (v. 23-25). Ma ciò che più è interessante nel Cantico di Frate Sole è che dalla prima all’ultima strofa risuona un senso di gioia profonda. Per questo testo, (composto dopo una notte di terribile sofferenza) Francesco aveva composto anche una melodia e che voleva fosse cantata a lode del Creatore e chiederà che gli sia cantata anche poco prima di morire (2 Cel 217: FF 809). «Perciò, rallegrati e sii pieno di giubilo nelle tue infermità e tribolazioni, perché da questo momento puoi ritenerti così sicuro come se fossi già nel mio regno» ( C Ass 83, 18: FF 1614-1615).

Conclusione


La gioia in Francesco d’Assisi è perciò qualcosa di più profondo di un’emozione superficiale o di un sentimento passeggero. La gioia è il frutto dell’esperienza interiore della grazia, cioè dell’essere gratuitamente amato e salvato da un Dio che è amore, che è Uno e Trino e dimora in noi. La gioia non dipende, diremmo oggi, da quanti followers e like abbiamo sui social media, ma dipende piuttosto da quanto noi sappiamo essere followers, cioè seguaci, del Signore nostro Gesù Cristo sulla via della croce, che è la via dell’amore. La gioia dipende dall’unico like importante nella nostra vita, che il like di Dio nei nostri confronti, un like così profondo da portarlo a donarsi interamente a noi e per noi.

di Francesco Patton