· Città del Vaticano ·

Incalzate da guerre, fame e catastrofi naturali

Cinquantacinque milioni
di persone in fuga

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20 maggio 2021

«#PreghiamoInsieme oggi per le vittime della crisi climatica, e continuiamo a lavorare perché la Terra sia veramente una casa comune dove tutti possano avere il proprio posto #SettimanaLaudatoSi». È questo l’invito del Papa, diffuso attraverso l’account Twitter @pontifex in occazione della Settimana dedicata all’Enciclica Laudato si’. E proprio la crisi climatica è una delle principali cause dell’esodo forzato di milioni di persone segnalato oggi dal rapporto dell’International Displacement Monitoring Centre (Idmc). Secondo l’indagine sono 55 milioni le persone che, incalzate dal mutamento climatico, dalle guerre, dalla siccità e dalla fame, perdono casa e tetto. I dati, riferiti al 2020, mostrano un aumento rispetto all’anno precedente. Più che nel 2019.

Neppure la pandemia, infatti, ha fermato l’ondata umana sospinta da guerre e fame. Probabilmente l’ha, anzi, accelerata. Una marea di persone fugge da conflitti, siccità, catastrofi naturali, queste ultime sempre più parte della normalità. Sono gli sfollati interni, quelli che vagano incalzati dalle necessità di sopravvivenza pur senza abbandonare la regione di origine. Pescatori, agricoltori, contadini. Siccità e tifoni, ma anche territori divisi fra il controllo dello Stato e quello di gruppi armati, intaccano le condizioni minime di sussistenza.

L’Idmc per il 2019 aveva segnalato la cifra di 45,7 milioni di persone in fuga. Un dato che avrebbe dovuto essere raffreddato dalla pandemia: per le restrizioni ai movimenti ma, soprattutto, per la difficoltà a raccogliere i dati aggiornati. Invece il dato è peggiorato. E, avvertono gli stessi estensori del rapporto, è sicuramente sottostimato.

Il 2020, dunque, è stato anche l’anno della maggiore insicurezza per le persone private della normalità della vita e spinte fuori dal loro tetto. E le catastrofi climatiche sono la principale causa del disastro: nel 2020, avverte il rapporto, 30,7 milioni di persone hanno lasciato le proprie case a causa di disastri naturali e altre 9,8 milioni a causa di conflitti e violenze. Un’insicurezza globale che aumenta anno per anno. Idmc ha rilasciato anche dei grafici di previsioni su queste migrazioni interne. La tendenza, paese per paese, è alla crescita. La valutazione degli estensori del rapporto è che il ritmo delle espulsioni delle persone da territori a rischio climatico e di conflitti abbia tenuto il passo di un fuggiasco al secondo.

«I numeri quest’anno sono insolitamente alti» ha avvertito la direttrice dell’Idmc, Alexandra Bilak. Per dare un’idea della situazione, gli sfollati interni sono addirittura il doppio dei rifugiati, ossia delle persone spinte alla fuga definitiva oltreconfine. I rifugiati, infatti, sono circa 26 milioni. I dati confermano dunque che le mutazioni climatiche, i tifoni, la siccità, i disgeli, stanno diventando la prima frontiera di un’emergenza globale.

La mappa climatica della crisi ambientale è disegnata da cicloni intensi (come quello che ha travolto l’India già piegata dal covid) e da inondazioni che vanno a colpire aree altamente esposte e densamente popolate in Asia e nel Pacifico. La stagione degli uragani atlantici, ha detto anche Bilak «è stata la più attiva mai registrata». Ed anche il Medio Oriente e l’Africa subsahariana sono stati flagellati da una stagione delle piogge che «ha sradicato altri milioni di persone».

Mentre il mondo si avvia all’appuntamento della Conferenza sul clima di Glasgow ad ottobre, con l’intento di curare il pianeta, quei 55 milioni di persone in fuga dalla casa comune in fiamme ricordano che il tempo sta scadendo.