· Città del Vaticano ·

Parole, armi
e vie della pace

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19 maggio 2021

Il 15 aprile si è svolto a Ginevra un incontro particolarmente importante, organizzato dall’Osservatore permanente della Santa Sede presso le Nazioni Unite. Ha riunito esponenti di istituzioni internazionali e religiose e rappresentanti del Vaticano per studiare le implicazioni di Fratelli tutti, l’ultima enciclica di Papa Francesco. I partecipanti l’hanno ritenuta un documento straordinario, un appello disperato all’intera umanità in tempi difficili, che comprendono una devastante pandemia.

Quando ho letto per la prima volta l’enciclica mi sono trovato a sperare che il suo spirito e la sua visione diventassero una realtà nel mondo, sensibilizzando leader potenti — le cui decisioni incidono sul destino di miliardi di persone sparse in tutto il mondo — sui veri bisogni degli esseri umani e del pianeta.

Il tema centrale dell’enciclica è la necessità di prendersi cura del mondo e di ispirare i suoi abitanti ad amarsi gli uni gli altri. Si tratta, ovviamente, di una visione distintiva che si trova in molti versi della Bibbia ebraica, comune a ebrei e cristiani. L’enciclica esamina queste esigenze fondamentali nel contesto della pandemia globale, nonché le esplosioni di violenza che mettono le persone le une contro le altre in diversi luoghi.

In questi giorni stiamo assistendo a un nuovo conflitto in Medio Oriente, dove bombe e missili soffocano le parole di pace e riconciliazione. Chi restituirà la vita a quanti vengono uccisi? Chi restituirà la gioia di vivere alle famiglie che hanno perso i propri cari?

La realtà attuale ricorda la situazione descritta nel racconto biblico della torre di Babele. I progressi tecnologici nella costruzione di edifici permisero agli abitanti di quella città di creare strutture sempre più grandi. Le loro capacità fecero crescere la loro arroganza al punto che cercarono di sfidare Dio. Di conseguenza, Dio impose sui costruttori della torre la confusione delle lingue. Tutti scoprirono di non riuscire a comprendere la lingua gli uni degli altri (cfr. Genesi 11, 7).

Oggi la forza letale della tecnologia delle armi soffoca parole capaci di cercare di risolvere conflitti e portare comprensione. Quando missili e bombe diventano il linguaggio della comunicazione, l’unico risultato è più odio, più divisione, più morte.

La pace deve essere insegnata in tutte le scuole del mondo come il valore supremo da realizzare. Ovunque deve essere il principio centrale dell’educazione. I saggi talmudici hanno indicato gli atteggiamenti che devono essere adottati per promuovere «le vie della pace» (m. Shevi’it 5: 9; m. Gittin 5: 8; ecc.). Hanno concluso che la Torah fu consegnata al popolo d’Israele di modo che potesse insegnare ad altri riguardo ai sentieri della pace (b. Guittin 59b). Il culmine della famosa benedizione sacerdotale è la pace (cfr. Numeri 6, 26).

Ai tempi biblici, Gerusalemme a volte visse momenti di estrema violenza. Ma la visione di Zaccaria 8, 3-5 offre una prospettiva divina: «Gerusalemme sarà chiamata Città della fedeltà e il monte del Signore degli eserciti Monte santo […]. Vecchi e vecchie siederanno ancora nelle piazze di Gerusalemme, ognuno con il bastone in mano per la loro longevità. Le piazze della città formicoleranno di fanciulli e di fanciulle, che giocheranno sulle sue piazze».

Questa profezia si concretizzerà quando le sue parole, e le parole di Fratelli tutti, insieme a tutti gli aneliti di pace e di giustizia, cesseranno di essere mere lettere scritte e diventeranno parole incastonate nei nostri cuori.

di Abraham Skorka