· Città del Vaticano ·

Adriana Zarri secondo Mariangela Maraviglia

Per una teologia
mistica e trinitaria

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17 maggio 2021

«Gli anni finiscono e finisce la vita e di là c’è il grande rendiconto», scriveva Adriana Zarri, citando il parroco di San Lazzaro in una prosa del 1960. Anche di qua ha luogo un rendiconto di più modeste proporzioni, con incalcolabili margini di errore e senza meriti speciali. Un piccolo bilancio, col quale «facciamo una ragione», come amava dire il Boccaccio, del patrimonio di parole, di preghiera e di bellezza che le intelligenze più raffinate del cristianesimo ci hanno trasmesso.

Questo patrimonio spirituale soverchia la sostanza «materiale» della Chiesa, di cui più spesso e volentieri si parla. È la nostra vera ricchezza. Una ricchezza non contabilizzabile, difficile da amministrare e, talvolta, difficile anche da comprendere.

Lo scavo interiore di figure come Adriana Zarri, il loro carisma polemico, la loro parresìa ci irrita ancora, ma rimane un dono di gran pregio. Ci costringe ad interrogarci, a riaprire ante e cassetti, a fare ordine. La loro imprevedibile collera, così simile a quella dei profeti, anche quando non ci rappresenta, è storia della Chiesa, sapienza della Chiesa. Non sta «fuori»; sta tra le ricchezze «spirituali» cui prima si accennava. Sta nei sili da cui trarremo la pasta madre nei secoli a venire.

Il Magistero è compresso e dinamizzato dalla forza critica di queste intelligenze cristiane, che, senza pudore, possiamo definire Figlie, Figli, ma anche Madri e Padri della Chiesa.

Mariangela Maraviglia ha dedicato la sua vita di studiosa alla grazia indocile di queste figure: David Maria Turoldo, don Primo Mazzolari, Sorella Maria di Campello. E ora viene il turno della teologa di San Lazzaro di Savena, con Semplicemente una che vive. Vita e opere di Adriana Zarri (Bologna, Il Mulino, 2020, pagine 224, euro 20), che ci è molto piaciuto e per più d’una ragione. Per l’essenzialità, la capacità di navigare nei contesti di un personaggio sfuggente, la puntualità e la dovizia delle fonti, che occupano quasi lo stesso numero di pagine dell’argomento: segni di un grande rigore nella ricerca.

D’ora innanzi, perciò, chiunque vorrà confrontarsi con la vicenda dell’eremita di Crotte di Strambino potrà affidarsi alla sintesi di Maraviglia per non smarrirsi; una sintesi non facilmente realizzabile rispetto alla produzione svariata e non certo sistematica di Zarri.

Frugando tra i suoi innumerevoli contributi, si ha come l’impressione che, in fondo, facesse fronte all’attività intellettuale con lo stesso slancio con cui faceva nascere le rose antiche dei suoi eremi: «posando», «spargendo», «seminando», con la creativa, estroversa libertà dello spirito. Disordinata sì, ma mai incoerente, meno che mai eretica. Grazie al libro di Maraviglia non potremo più operare quelle semplificazioni giornalistiche che, talvolta, hanno riconosciuto in Zarri una «mina vagante», «una cattolica progressista».

Scopriamo invece un’infanzia densa, tormentata dalla prematura scomparsa di un fratello, di cui aveva ammirato il coraggio nell’affrontare le «sofferenze atroci della malattia», «la pace serena» con cui era andato incontro alla fine.

Negli anni inquieti della sua prima fanciullezza, Zarri aveva ingaggiato una drammatica lotta con Dio — che forse un giorno riverserà nel protagonista di Dodici Lune, uno dei più alti esempi della sua narrazione teologica — fino alla resa di una «conversione» improvvisa e sorprendente. La biografia di Maraviglia riporta alcuni brani di un inedito diario, redatto tra il 1941 e il 1943, che restituiscono la disperazione vissuta da Zarri in quegli anni e la rivelazione inattesa che ne fu la soluzione. «Così, improvvisamente, senza che nessuno mi parlasse di te (…) Ti vidi e ti conobbi. (…) Ti guardavo nella luce dilagante di una campagna come se ti vedessi negli occhi (…) Ero un piccolo essere estremista che poteva soltanto odiarti o amarti (…) hai avuto pietà della mia disperazione (…) hai piegato le mie ginocchia, mi hai condotto al tuo amore».

Da quel momento, Zarri maturò una precocissima attenzione per il fatto religioso e una particolare abilità in ambito letterario, che apparve stupefacente nell’ambiente piuttosto incolto in cui viveva. Suo padre non desiderava che la figlia studiasse e la iscrisse a una scuola professionale, dove avrebbe potuto imparare elementari nozioni di economia domestica.

Fu trasferita al liceo classico solo grazie all’insistenza della sua professoressa di lettere. In quegli anni, accompagnava un prete, suo insegnante, nella raccolta di offerte svolta per sostenere attività di assistenza ai ragazzi abbandonati. Partecipò a corsi di teologia per laici, condusse studi in proprio, fuori dalle Università Pontificie.

Si appassionò alla letteratura di Giovanni Papini, da cui trasse una certa ispirazione nel suo stile di scrittura aculeato e forse anche Celestino vi , protagonista del suo ultimo romanzo. Un Papa che abbandonava il Palazzo apostolico per un più modesto appartamento e iniziava una serie di riforme, abolendo fasti e titoli onorifici: ¿Les recuerda a alguien?

Non fu questa l’unica intuizione profetica di una copiosa attività giornalistica e saggistica, ora più battagliera, ora più meditativa. Nonostante la scelta contemplativa, sempre in aumento, continuava a partecipare al dibattito infuocato di quegli anni.

La parola «polemica» le appariva «regale, fiera». E molte ne fece di polemiche: con la Compagnia di San Paolo, di cui fece parte, sul voto di obbedienza; con Jacques Maritain, di cui rifiutava la condanna delle attuali filosofie in nome del tomismo; con don Milani, al quale rimproverava dichiarazioni quali «non si può avere carità per i fascisti», ma che fu pronta a difendere in altre occasioni. E poi ancora con Giovanni Guareschi, che criticò il suo L’arcobaleno delle ore; col tradizionalista Zolla, contrario alla traduzione della liturgia nelle lingue nazionali, per ragioni più estetiche che pastorali.

Nel volume La Chiesa nostra figlia, in cui raccolse alcuni contributi sui temi conciliari esortò ad assumere una dimensione mistica e non giuridica dell’unità ecclesiale. Denunciò le «patologie» presenti, allora come oggi, nei nostri apparati: l’integrismo, il clericalismo, l’immobilismo, ma anche l’attivismo ed il mimetismo con la modernità (guadagnandosi l’accusa di voler stare con un piede in due staffe). Facendo proprie le istanze di alcuni teologi invitati quali «esperti» al Vaticano ii (Yves Congar, Karl Rahner) invocava una riforma «dal di dentro e per la Chiesa», una nuova libertà di indagine teologica ed un ripensamento dei ruoli del clero e del laicato.

L’autobiografia di Maraviglia mette in luce un altro aspetto non abbastanza ricordato di Adriana Zarri: la sua teologia mistica e trinitaria. Quella trama «trialogica» che, nella sua concezione, investiva ogni relazione ed ogni piano del vivere. Era convinta che tutta la realtà ne fosse coinvolta in un unico «movimento d’amore». Da cui la sua comprensione per le vicende degli ultimi, la sua attenzione per ogni sfumatura della complessa trama cosmica, il suo invito all’incontro con la terra, tutt’altro che panteista. Amava dire che «Dio è Altro, ma un Altro dentro!», di cui bisogna saper riconoscere la presenza amorevole in tutta quella vita che fiorisce, che pigola, che fruttifica, che miagola.

Parole in cui si intravedono temi e motivi sviluppati nella teologia contemporanea e nel magistero dell’attuale Pontefice: il rifiuto dell’antropocentrismo sfruttatore e devastatore; la comprensione della terra come «grembo vitale» di una comunità fraterno-sororale di esseri. Parole che, all’epoca, disgustarono molti e che, oggi, alla luce della Laudato si’, non solo non danno più scandalo, ma partecipano di questo tratto di strada della Chiesa nella lunga vicenda del mondo.

di Roberto Rosano