· Città del Vaticano ·

RISUS PASCHALIS - VERSO LA PENTECOSTE CON LA GIOIA DELLA RESURREZIONE

Le energie della gioia

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17 maggio 2021

«Mi è stato dato ogni potere in cielo e sulla terra»; così esclama il Risorto, apparendo ai discepoli. I beati dell’Apocalisse e chi celebra l’Eucaristia fanno eco, dicendo: «Tua è la potenza». E se siffatta dotazione pasquale di Cristo, ben lontana da chissà quale dispotica tracotanza, consistesse nella potenza della gioia? Ma cosa c’entra la gioia con la potenza?

Con raffinata conoscenza dell’animo umano, Spinoza individua due affetti fondamentali dai quali derivano tutti gli altri: la gioia e la tristezza. Caratteristica della prima è incrementare le energie: per chi è nella gioia nulla è impossibile. Al contrario, la tristezza estenua, inaridisce e spossa: per il triste, alzarsi dal letto è già un’impresa; tutto è complicato e pesante. Stando al filosofo ebreo il dovere dell’uomo consiste nel creare e mantenere le condizioni della propria gioia ed evitare le azioni che conducono alla tristezza. In tal modo non si indeboliranno né disonoreranno le forze e le potenzialità donategli da Dio.

Cento anni prima dello scritto di Spinoza, furono pubblicati gli Esercizi spirituali di Ignazio di Loyola. Non abbiamo riscontri documentali circa l’eventuale dipendenza di Spinoza dal libretto di Ignazio, ma la vicinanza è impressionante. Essa riguarda sia il riconoscimento dei due affetti elementari sia la loro connessione con le forze umane. Infatti, secondo lo spagnolo, alla gioia corrisponde un «aumento» di fede, speranza e carità, vale a dire le “forze” tipiche di Dio. Così il credente diventa energico, «sollecito» ad agire. Specularmente, la tristezza è causa ed effetto di infiacchimento, correlativo alla assenza di quelle medesime energie: l’anima risulta «sfiduciata, senza speranza, senza amore». Priva di tali forze, si ritrova «pigra», inetta a scegliere e a decidersi per Cristo. Perciò «il nemico del genere umano», con aggrovigliate strategie, «combatte» contro la gioia, inclinando verso quanto, rattristando, indebolisce. Primo intento del «nemico» non è rendere l’uomo disobbediente, ma impotente, inibendogli le forze necessarie per aderire alla vita e a Cristo. La disobbedienza è solo un mezzo, una tattica; il suo fine è l’impotenza. Il nemico mira alla sorgente del fiume umano, puntando dritto all’energia primordiale della gioia. Ed è risaputo che l’avvenire di un fiume sta nella sua sorgente.

di Giovanni Cesare Pagazzi