· Città del Vaticano ·

RISUS PASCHALIS - VERSO LA PENTECOSTE CON LA GIOIA DELLA RESURREZIONE

La verità dell’alleluia pasquale

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17 maggio 2021

«Nella pienezza della gioia pasquale, l’umanità esulta su tutta la terra…»: durante i cinquanta giorni tra la veglia pasquale e la Pentecoste il prefazio ci invita quotidianamente a vivere la gioia della risurrezione. Una gioia universale, che dovrebbe coinvolgere l’umanità intera, su tutta la terra. «Rallegratevi ed esultate», ci esortava Papa Francesco poco più di tre anni or sono, citando le parole di Gesù rivolte «a coloro che sono perseguitati e umiliati a causa sua» (Mt 5, 12; Gaudete et exsultate, 1). Tutta la liturgia è un invito costante a fare festa: dall’Exsultet della grande veglia al canto del Regina caeli.

Ci si può chiedere se in tutto ciò non si nasconda troppa retorica. Cos’è questa “pienezza della gioia” di cui canta il prefazio? Quanta gioia è possibile davvero sperimentare “in questa valle di lacrime”? Qual è la felicità a cui possiamo realisticamente aspirare nelle contraddizioni della vita? L’umanità che dovrebbe esultare su tutta la terra è ancora ferita e sofferente. Le catastrofi naturali continuano ad accadere, e per intere popolazioni le carestie non sono un ricordo del passato. Le guerre ricominciano sempre, nonostante l’impegno di tanti costruttori di pace. Gli incidenti sulle strade accadono e i matrimoni falliscono. Il male non si stanca di azzannare la carne dei più deboli, nelle forme più diverse, ma non risparmia neppure i ricchi e i potenti. È possibile, è lecito gioire in queste condizioni? Non si tratta di una gioia fasulla, forzata, o che al massimo riguarda solo pochi momenti della vita o un ristretto numero di fortunati?

La gioia cristiana esiste, ed è autentica. Ne abbiamo bisogno proprio per affrontare gli impegni e le fatiche della vita, come insegnava alle sue suore santa Teresa di Calcutta. Ma non è una gioia eccessiva, sfrontata, aggressiva. Non sollecita manifestazioni euforiche e intemperanti. Si manifesta nella luce degli occhi, ma sgorga e rimane nell’intimo. È gioia incontenibile, ma misurata. È ebbrezza sobria e spirituale. È una felicità visibile, ma mai ostentata. Non suscita l’invidia dei sofferenti: piuttosto, li consola e li contagia. La gioia cristiana non è cieca davanti ai dolori della vita. Non è ottimismo cocciuto e ottuso, né volontaria autoillusione. Non si accontenta di un banale “think pink” dinanzi al persistente male di vivere. Lo scorso anno, proprio in questo periodo, abbiamo sentito ripetere come un mantra: “andrà tutto bene”. E giù messaggini sui social, conditi di fotografie colorate e melense. Tentativi miseramente falliti di esorcizzare la paura. Non è andato tutto bene. Molte persone si sono ammalate e molte sono morte. Moltissime hanno subìto pesantissimi danni economici. E non è ancora finita. I mali del mondo non sono solo la pandemia.

Eppure tutto questo non intacca la vera gioia cristiana. Possiamo, dobbiamo continuare ad intonare l’alleluia pasquale. Perché, come cantava Leonard Cohen, «love is not a victory march: it’s a cold and it’s a broken “Halleluja”». L’esultanza pasquale è figlia dell’amore, e l’amore, quello vero, non è una marcia trionfale. Almeno, non ancora. L’amore è impastato di felicità e di sacrificio, insieme, inscindibilmente. Il tempo della storia è ancora il tempo di un alleluia spesso “freddo e spezzato”. Un alleluia fermamente voluto, consapevole, ferito dalle prove della vita e tuttavia pieno di fiducia perché animato da una speranza invincibile. Perché è un filo teso tra la certezza storica della risurrezione di Gesù e l’attesa escatologica della nostra risurrezione. La gioia cristiana si radica nel “già” dell’evento pasquale — la tomba vuota — e si protende verso il “non ancora” delle Nozze dell’Agnello. Quella tomba vuota è profezia della Gerusalemme celeste, quando finalmente «all shall will be well, and all manner of thing shall be well», come Giuliana di Norwich sentì dirsi dal Signore Gesù.

Sì, ancora non va tutto bene, ma la gioia cristiana non è un sogno per gente illusa. Siamo nella mano di Dio. Sempre. «Gioisce il mio cuore ed esulta la mia anima: … perché non abbandonerai la mia vita negli inferi…» (Sal 15). Ecco la fonte della vera gioia pasquale, da vivere in pienezza. Questa certezza di fede rende possibile e lecito cantare l’alleluia, anche nei chiaroscuri del presente. Anzi: non solo lecito, ma «cosa buona e giusta, nostro dovere e fonte di salvezza».

di Filippo Morlacchi