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Un antidoto alla paura nel libro di Marco Testi

Somministrare parole

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15 maggio 2021

Salta subito all’occhio l’indice de La cura. Il libro come salvezza dalla solitudine e dalla paura (Roma, Fuorilinea, 2021, pagine 256, euro 16) di Marco Testi. Quest’elenco numerato sembra del resto assimilabile a un vero e proprio bugiardino perché, accanto a espressioni come «la cura del senso», «la cura dell’amore», «la cura nella riscoperta di se stessi» e via discorrendo, somministra il testo — narrativo e non solo — da assumere a seconda del “male” che si ha dentro. Come a dire: una dose di quel romanzo, insieme a una goccia di quella poesia — soprattutto al tempo che si sta vivendo — può essere un buon rimedio naturale per tornare a stare bene, non sentirsi soli. Ecco il motivo per cui, sempre scorrendo il fitto indice illustrativo, quasi allarma la segnalazione da parte dell’autore di Tre croci (1920) di Federigo Tozzi.

Come può — ci si chiede a caldo — la “distruttiva” storia dei tre fratelli Gambi, che gestiscono una libreria antiquaria a Siena, lenire il senso di isolamento, i timori e le ansie che, oggi soprattutto, rapiscono gli uomini? Si sa, infatti, che ai Gambi gli affari non vanno bene e che pertanto «sono costretti a firmare cambiali false, raggirando, tra l’altro, un loro affezionato cliente. Inoltre Niccolò pensa solo a mangiare, in modo nevrotico, più per farsi male che per godimento, e gli altri sembrano soggiogati da questa volontà di distruzione del fratello. Giulio (…) si uccide, Niccolò muore per un colpo apoplettico; solo Enrico rimane vivo, ma disgustato di sé, anche lui corrotto dal demone dell’annullamento nell’alcol e nel dispendio fisico».

La tragedia esaminata, insomma, in quale modo può aiutare il lettore de La cura? A spiegarlo, da storico della letteratura e critico letterario, è lo stesso Testi, quando scrive: «La presenza di questo romanzo in un progetto di letteratura come salvezza dalla solitudine e dalla paura sta in un motivo fondamentale, tant’è che l’autore lo ha posto fin dal titolo: esiste una possibilità di salvezza dal non senso della vita, ed è quello del ritorno all’innocenza (…). Per Tre croci la salvezza è (…) soccorso verso i deboli e gli afflitti, pietà per chi non ce la fa. Come quella di povere ragazzine [le nipoti dei fratelli Gambi] che però spendono i loro soldi per mettere sulle tombe di alcuni disgraziati il simbolo del sacrificio e della risurrezione».

In una sola frase Testi fa dunque comprendere il significato più profondo dell’intento sotteso al suo volume che, proprio perché rivolto a tutti coloro che considerano i libri «incentivi alla serenità», non assurge a testo accademico. La cura, alla luce di quanto affermato poc’anzi e come ribadisce Tonino Cantelmi nella relativa prefazione, è, così, «un allenamento alla compassione, attraverso l’identificazione con i personaggi narrati».

Spesso, in periodi di buio assoluto, magari dovuti a una situazione di emarginazione forzata dal mondo, l’uomo si sente un’isola, ma è proprio allora che la lettura può mostrare il suo effetto salvifico. Grazie all’empatia verso i personaggi di un romanzo o altro testo, si può acquisire la consapevolezza che anche qualcun altro «sta attraversando — scrive Testi — momenti difficili (…). La consapevolezza che quei problemi, quei pensieri, quelle fantasie (…) siano state attraversate, combattute, assimilate, elaborate anche da altri». Se si legge che, nonostante tutto, ce la si può fare — o semplicemente se lo stesso lettore prova pietas verso quel personaggio che, come lui, si trova in un tunnel senza luce — significa dare finalmente valore alla speranza.

Libri nei libri, quindi. La cura ha in sé non solo Tre croci, ma numerosissime altre opere — anche riferimenti alla musica e alla cultura in generale — che aiutano ad aprire nuovi orizzonti di senso, «possibili futuri immaginari (…) aiutandoci all’adattamento delle situazioni più difficili, come è accaduto con l’irrompere della pandemia». Lo dimostrano, soltanto per citarne alcuni, i richiami (anzi interi e approfonditi paragrafi che vi sono dedicati) a Saverio Strati, Giorgio Bassani, Karol Wojtyła con La bottega dell’orefice, Morante, Whitman, Terzani, Eliot, Proust, Dostoevskij, fino al poeta della canzone Battiato, del quale, non a caso a proposito del suo singolo La cura, si legge che rappresenti «il manifesto più esplicito di quello che andiamo sostenendo in questo libro, e che cioè al di là del contatto personale e fisico si possa stabilire un rapporto di ascesi, aiuto, salvezza in absentia». L’isolamento obbligato, in altri termini, può essere colmato coi libri («i crepacci sono ad ogni passo ma [nei libri] anche l’amicizia che non ti aspetteresti, l’amore, il conforto, l’improvvisa frase che — non lo sai perché — ti prende e ti salva dai fantasmi e dalle paure»).

Con un linguaggio limpido e una copertina significativa (si tratta de La lettura di Placido Scandurra), La cura riesce perciò a parlare ai lettori, lanciandogli un messaggio da non sottovalutare: le storie possono guarire l’anima. È un libro, in definitiva, sul fascino delle parole e sul potere della narrazione, sul loro valore terapeutico, sull’arricchimento che le pagine dei romanzi, i testi delle poesie oppure delle ballate realizzano quando, senza pretese, entrano nelle vite degli uomini. E poi lo conferma pure Shahrazad de Le mille e una notte che, tramite le storie, racconto dopo racconto, ci si può salvare, continuare a vivere.

di Enrica Riera