· Città del Vaticano ·

Cristianesimo e capitalismo in un saggio di Luigino Bruni

L’arte della gratuità

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15 maggio 2021

«Se c’è un paradiso — e deve esserci, i poveri lo devono abitare — insieme ai salmi degli angeli vi ritroveremo anche i canti delle vendemmie e del raccolto, perché impastati di carne e di sangue e quindi più veri di molti canti polifonici cantati senza poveri e senza dolore».

Allora partiamo da qui, “rimettendo la chiesa al centro del villaggio”. «Rimettendo», perché Luigino Bruni, cui appartiene la frase sopra riportata, nel suo libro L’arte della gratuità. Come il capitalismo è nato dal cristianesimo e come lo ha fatto (Vita e Pensiero, Milano, 2021, pagine 116, euro 13), compie essenzialmente un percorso a ritroso. E va a verificare come e perché, progressivamente, il capitalismo — e il neoliberismo che ne teorizza e legittima successi e storture — abbia piegato gli assunti e la cultura cristiana ad uso di un modello allontanatosi in maniera inconciliabile dal messaggio evangelico.

È in sostanza la storia del denaro e della ricchezza. E di quale spazio questi abbiano trovato nella considerazione degli uomini sin dal momento in cui si sono posti delle domande di senso. Perché, spiega Bruni, la ricchezza ha sempre avuto molto a che fare con la religione («il denaro era già Dio – scrive – ben prima del capitalismo»): esercita su di noi un fascino religioso perché somiglia veramente un po’ al creatore.

Il libro di Bruni, economista, docente alla Lumsa, è breve ma densissimo: un’analisi lucida e scientifica, a dispetto della sintesi, nella quale i temi del lavoro, del capitale, della fede e delle opere vengono rimessi in ordine e ciascuno al loro posto.

Una premessa: nell’odierna cultura, nella jobless society preconizzata o addirittura auspicata da molti, il lavoro, che ai tempi della Rerum novarum veniva contrapposto dall’analisi marxista al capitale, ha finito per rapportarsi a quest’ultimo come la povertà alla ricchezza. Mai come nell’epoca in cui viviamo il lavoro ha goduto di così scarsa considerazione, tanto da divenire quasi lo status symbol dell’insuccesso. Eppure, riflette Bruni ricostruendo l’origine del valore sacro del lavoro, «una parte di infinito resta infinito e un infinito di ordine inferiore è ancora infinito. Il nostro lavoro vale infinitamente di più dei nostri salari, che quindi dovrebbero essere interpretati come contro-dono, come segno e simbolo di riconoscenza. (…) Non riesco ad abituarmi a un mercato che paga un giorno di lavoro di un consulente quanto un mese di lavoro di un bracciante».

Lavoratore uguale povero. Povertà uguale condanna. Non è una equazione così azzardata come potrebbe apparire, soprattutto in alcuni Paesi del mondo. Ma come ci si è arrivati?

La strada è stata lunga. Bruni parte dai primi sacrifici rituali dell’uomo, dall’eredità economica del mondo romano e dalle dispute teologiche connesse al contrasto delle eresie (quella pelagiana in primis). Quindi, attraverso le scelte radicali del monachesimo cattolico, ricorda il rigetto del concetto di vocazione operato dal protestantesimo e l’approdo al moderno sistema capitalistico anglosassone, fondato appunto sull’assunto che la ricchezza è il marchio del proprio destino di salvezza.

La tesi è che le radici cattoliche dell’odierno capitalismo siano piuttosto deboli o quanto meno travisate. Ne è un esempio quella formidabile esperienza religioso-culturale che è stata il monachesimo europeo delle origini. «Il vero colpo di genio antropologico e spirituale del monachesimo — scrive Bruni — fu intendere e praticare la preghiera e il lavoro come momento dell’unica liturgia della regola. Nei monasteri il tempo del lavoro non è tempo sottratto alla preghiera, né il tempo della preghiera è sottratto al lavoro». Una sovrapposizione che a ben vedere è ripresa, e tradita, persino dalle moderne multinazionali: «Il management vorrebbe lavoratori con vocazione, che aderiscono liberamente alla mission dell’impresa». Con una differenza: le aziende non possono promettere il paradiso, contrariamente a quanto sostengono.

Tra questi due punti, di partenza (il “lavoro sacro” del monachesimo) e di arrivo (il “lavoro totale” nelle moderne imprese), c’è la costruzione di un’etica che poggia, come rilevava Max Weber, su due pilastri: da una parte il rigetto della vocazione religiosa operata dalla Riforma conduce al concetto espresso dal termine tedesco beruf, che significa allo stesso tempo “vocazione” e “professione”: il lavoro laico assume sempre più una dimensione religiosa. Dall’altra, la già citata metamorfosi del concetto di ricchezza in “marchio di elezione”, ricaduta economica della dottrina della predestinazione. L’opposto, rileva Bruni, dell’economia francescana, fondata sulla gratuità, elemento che fa osservare, amaramente, all’autore del libro: «Farebbe solo sorridere, se non fosse drammatico, che i grandi difensori della fede autentica oggi si scagliano contro l’idolatria (v. Sinodo sull’Amazzonia) per i sincretismi che i poveri hanno sempre fatto e fanno, mentre non sono affatto turbati dall’idolatria del capitalismo, che in genere applaudono».

Ce n’è anche per il cattolicesimo, dunque. Secondo Bruni, dall’ideale di perfezione e di santità finisce per svilupparsi il concetto di conseguente costante imperfezione dell’uomo, chiamato a riparare attraverso penitenze sempre più oggettivizzate e quindi commercializzabili. Circostanza, tuttavia, che non intacca l’essenza più autentica della Chiesa cattolica, che nel corso dei secoli «ha dovuto accompagnare uomini e donne esperti più di santi che di Trinità, devoti più della Madonna che di Dio Padre, amanti di angeli e impauriti dai demoni», Un rapporto con la realtà che ha dato vita «a una cultura popolare che un giorno non ha potuto credere che quel nuovo spirito-demone del capitalismo venuto dal Nord, che associava la benedizione al denaro e alla ricchezza, potesse essere uno spirito buono, perché era uno spirito troppo diverso dall’antica disciplina della vita e della terra». Un mondo certamente imperfetto, pieno di contraddizioni e di dolore, ma dove i poveri non erano considerati maledetti.

di Marco Bellizi