· Città del Vaticano ·

CHE MONDO CORRE
Un libro di Eric Salobir

Dio e la Silicon Valley

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15 maggio 2021

Ma allora, nuove tecnologie e domanda religiosa sono nemiche irriducibili oppure si possono affratellare? Se «il tech non fa solo parte del problema, ma anche della soluzione», come pensare il rapporto tra questioni spirituali e il digitale, un mondo talmente pervasivo al punto che non vi è stata nessun’altra rivoluzione nella storia umana che ha inciso così tanto in così poco tempo? Bastino un paio di dati: se fissiamo un punto alfa nel brevetto di Graham Bell (7 marzo 1876), in un quarto di secolo si sono avuti 160 milioni di abbonati al telefono. Ci sono solo voluti solo 14 anni per avere la stessa cifra di possessori di un telefonino Motorola (comparso nel 1983). E quando ha debuttato il primo iPhone (9 gennaio 2007), sono bastati 5 anni per avere i fatidici 160 milioni di abbonati. Per non parlare degli internauti: 5.009 alla fine del 1986, 130 milioni nel 1998, 4 miliardi di persone oggi, con oltre 200 miliardi di dispositivi connessi alla Rete. Uno stravolgimento.

A queste (e numerose altre domande) risponde padre Eric Salobir, promotore generale per le comunicazioni sociali dell'Ordine dei Frati Predicatori, nonché fondatore e presidente di Optic, un think tank dei domenicani dedicato alle nuove tecnologie e con sedi a San Francisco, Parigi, Montreal, Ginevra, Roma, Oxford e Boston. Padre Salobir, che è anche consultore del Dicastero della Comunicazione, ha da poco pubblicato un libro di grande respiro e di notevole interesse, Dieu et la Silicon Valley (Buchet Chastel, Paris 2020), un testo che affronta i grandi snodi della rivoluzione digitale che è sorta a San Francisco e dintorni, ovvero i suoi rapporti con la filosofia morale, con la teologia, con la medicina, la democrazia… Perfino con la guerra, se è vero che l’utilizzo dei soldati e delle armi cyborg è la nuova frontiera dell’industria bellica. Con domande di non poco conto: quando si genera un «danno collaterale» (decine di vittime con un drone che va a colpire una base nemica, magari anche di stampo terroristico), chi ne risponde? Il costruttore? Chi ha schiacciato il pulsante o chi ha dato l’ordine di attacco? Domande che richiamano un nuovo itinerario morale in territori inesplorati.

La singolarità del libro di Salobir è quella che pone moltissime domande e ne ricerca le risposte insieme al lettore, tenendo dritta la barra dell’umanesimo cristiano, ovvero rifuggendo da soluzioni miracolistiche di stampo faustiano o condannando la tecnologia in maniera aprioristica. Ovvero, dandone un’analisi stringente nella sua rischiosità morale e al contempo lasciando aperta le possibilità di una crescita tecnologica laddove questa apporti contributi positivi all’umanità. Insomma, non siamo né dalle parti del nemico della tecnica Jacques Ellul né di chi decanta le magnifiche sorti e progressive del transumanesimo di stampo hi-tech. Di una cosa è sicuro Salobir: «Che si tratti dell’assicurazione, della pubblicità o dell’educazione, i pregiudizi degli algoritmi conducono ad un accrescimento delle diseguaglianze sociali. Le quali riflettono le nostre società». Quindi, non scarichiamo tutta la colpa sul tech, sembra dire il domenicano di Optic: siamo noi a decidere cosa farne di questi eccezionali strumenti.

Però Salobir è convinto di un dato essenziale: «Queste nuove tecnologie non sono neutre ma portatrici di valori, di nuovi saperi e di nuovi saper-fare e, in fin dei conti, di nuove norme che bisogna necessariamente inquadrare in un’etica». In pratica, siamo rimandati dalla parte della filosofia morale, ovvero della comprensione che non si tratta solo di un come ma di un perché: Salobir ha buon gioco nel citare Albert Einstein e la sua lettera sul futuro dell’energia atomica, quando si accorse che un semplice modo di gestire la scienza senza la domanda sulla finalità della stessa avrebbe portato a quello che poi sarebbe successo a Hiroshima.

Guardando più da vicino gli sconvolgimenti che l’intelligenza artificiale e la robotica causeranno nei prossimi anni alle nostre società, Salobir detta un giudizio netto: «Sono convinto che esse stravolgeranno in maniera decisa la nostra esistenza. E al di là dei discorsi entusiasti e autopredittivi di coloro che le fabbricano, vi è una realtà. E dietro a questa realtà, vi sono rischi e speranze». Anche qui Salobir si mostra né pessimista né ottimista, ma soltanto realista di fronte ad un mondo — quello dell’hi-tech — che egli conosce molto bene, frequentando i ceo delle grandi multinazionali (da notare che 73 dei 143 ultramiliardari nel mondo vivono dalle parti della Silicon Valley). Invita a non costruire nuovi vitelli d’oro di stampo tecnologico: «Un certo numero di persone sono pronte ad accettare che un principio causale fornisca una spiegazione accettabile e sufficiente del mercato del mondo: adorare un vitello d’oro non significa prostrarsi davanti a un dio dalla testa d’oro o a un coccodrillo ma mettere da parte il proprio pensiero critico. Confidare a una statua — il progresso o “le nuove tecnologie” — la preoccupazione di spiegare il senso della storia e attenersi a questo. Ecco il pericolo degli idoli su cui avvertono i Salmi».

Proprio qui entra in gioco la religione, secondo Salobir: il sapere plurimillenario della religione biblica può intessere un dialogo fecondo con la Silicon Valley, realtà che ha una storia troppo recente per saper affrontare le domande che il progresso di cui essa è motore pone. «Senza dubbio mai abbiamo avuto nella storia dell’umanità così tante persone sole e disperatamente in cerca dell’anima gemella. Viviamo in un tempo iperindividualista e disumanizzante perché senza un orizzonte comune attorno alla domanda sul senso della vita».

I rischi che si profilano all’orizzonte se si lasciano le briglie sciolte alla tecnologia sono ben evidenziati da Salobir: si diceva prima della de-responsabilizzazione in campo militare quando si usano armi di cui nessuno ha la responsabilità (per poi scoprire che i terroristi dell’Is facevano strage di nemici con droni dal valore di appena duemila dollari…); nel campo della medicina il postumanesimo è all’ordine del giorno, visto che ci sono ipermiliardari ormai dediti alle ricerche sull’immortalità umana: Larry Ellison, fondatore di Oracle, ha sborsato centinaia di milioni di dollari per le ricerche sull’invecchiamento; il cofondatore di Google Segey Brin ha investito 1 miliardo di dollari in Calico, un istituto dedito alle ricerche per l’«abolizione della morte». Per non parlare dell’applicazione degli algoritmi in campo legale (prassi già in uso negli Usa) o rispetto a quella che Salobir definisce «l’uberizzazione dello Stato», l’algocrazia, ovvero far decidere ad un algoritmo invece che passare dalla difficile arte della negoziazione pubblica.

Che fare dunque di fronte quest’insieme di sfide? Salobir rilancia il ruolo dell’etica e della ricerca filosofica, da buon domenicano: «Indipendentemente dalle credenze o dalle non credenze di ciascuno, il punto importante per quanto riguarda l’uso di queste nuove tecnologie mi sembra quello che non ci si può accontentare di un minimo sindacale di etica e che bisogna necessariamente avere la volontà di anticipare i problemi e i dilemmi morali che saranno quelli della società di domani».

di Lorenzo Fazzini