· Città del Vaticano ·

Nel volumetto di prose poetiche «Passeggiata sotto gli alberi»

Jaccottet, lo scettico entusiasta

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12 maggio 2021

Nelle pagine di Philippe Jaccottet è come se l’Ottocento e il Novecento fossero stati convocati per fare finalmente i conti. In campo neutro: quello del nuovo Millennio, passando attraverso la mente e il cuore di un grande poeta. Che ha anzitutto il pregio di rivolgersi alla parola come un giudice che debba passare al vaglio lucido e razionale l’empito di sentimenti che nascono in una zona dove la razionalità non ha alcuna esclusiva. Fare poesia per Jaccottet è quindi un atto di responsabilità verso il significato, lui uomo erede e convinto interprete della grande tradizione romantica che però è figlio naturale dello scetticismo novecentesco, della disillusione e del disincanto creativo che in altri, troppi autori prova a mantenersi a galla sulla zattera dell’intellettualismo.

«Aspirerei piuttosto a un’immersione dello sguardo nelle profondità incomprensibili e contraddittorie del reale a un’osservazione che sia nel contempo intensa e svagata ma mai a un’evasione da esso».

La compresenza di entusiasmo e scetticismo è particolarmente evidente in Passeggiata sotto gli alberi, un volumetto di prose poetiche tradotto con mirabile precisione e capacità evocativa da Cristian Rossatti e pubblicato dall’editore Marcos y Marcos (Milano, 2021, pagine 128, euro 16).

Paradossalmente sono proprio i momenti di maggiore intensità lirica quelli in cui si affaccia nel poeta una sorta di timore reverenziale verso il reale, una paura di tradirne il dato fattuale, quell’incommensurabilità che anche di fronte agli occhi di un viandante che passeggia come lui, forte della propria capacità simbolica, pare inafferrabile. Ma questa lucidità, questo timore di eccedere con gli slanci lirici non è sconfessato, ma vive in compresenza col raziocinare. E anche questo, se vogliamo, è l’esito naturale dell’ironia romantica: empito emotivo e consapevolezza della sua inadeguatezza a riflettere l’infinito in una creatura limitata e finita. «La festa della notte si accende più lontana, dietro le foglie (…) Tutte queste cose, chiare o scure a seconda della loro posizione in rapporto alla luna, non sembrano più solo gli abitanti del giorno sorpresi con i loro abiti da notte, ma autentiche creazioni della luce lunare».

Dopo questo lasciarsi andare alla potenza evocativa della metafora spunta subito dopo, appena poche righe sotto, la lucidità spassionata dell’intelligenza che teme di aver ecceduto nell’affidarsi alla fantasia «non credo sia raccomandabile giocare troppo con le parole, fidarsi troppo di esse; bisognerebbe dunque decidere se avevo veramente il diritto di parlare come ho fatto, di una notte di luna».

Ne aveva il diritto? Forse questa meravigliosa dubbiosità deriva anche dal fatto che Passeggiate sotto gli alberi è un testo composito, perché dopo i primi appunti e le prime riflessioni sul rapporto tra arte poetica e realtà redatti nel lontano 1952, subentrano anni di sfiducia alla luce della lettura dei grandi poeti romantici, Novalis e Hoelderlin su tutti. Leggendoli Jaccottet sviluppa una pudica consapevolezza: non poter ripetere quella stagione eccezionale di creatività, ma poi l’incontro con le riflessioni del poeta irlandese George Russell, amico e sodale di Yeats, rimette in moto l’analisi del poeta sulla propria opera, che ammette a sé stesso il proprio bisogno irrinunciabile di unirsi a quella tradizione, di inserirsi nel solco di queste illuminazioni poetiche senza mai dimenticarne però l’incommensurabilità, la mai piena riproducibilità dell’incanto e dello splendore che vuole provare a evocare nei propri versi.

Resta in ogni caso la certezza che questa emozione che sembra appartenere al sentimento abbia comunque un fondamento nella realtà e, forse, un ancoraggio in un Altrove di cui il poeta dubita ma che sente in ogni caso come possibilità offerta proprio dal mistero del mondo.

«Da un’immagine all’altra scivola il pensiero felicemente come in sogno. Un animo desideroso di onestà ne trarrebbe così tanta gioia se fossero prive di un fondamento reale? Non si dovrebbe pensare piuttosto che pur restando sempre inverificabili, ci portino verso la verità nascosta attorno a noi o dentro di noi?».

Sì, forse questa verità c’è. E dubitarne fino in fondo sarebbe anche uno sconfessare il proprio lavoro, la propria mente e il proprio cuore, sicuramente il proprio essere in questo mondo. «Si capisce che è verso terra che ritorno, che non mi è possibile non ritornarvici: ma come potrei negare questa brama dell’Assoluto e, in seno all’amore per una vita resa abbagliante dalla morte, l’orrore di una morte resa inaccettabile dalla vita? Se l’Assoluto sfugge alla parola, sfuggirà alla negazione tanto quanto all’affermazione e non smetterà d’affascinarci».

di Saverio Simonelli