· Città del Vaticano ·

Crolli e rinascite

Lo slancio della ricostruzione

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11 maggio 2021

L’energia che la rende possibile è già attiva prima del crollo


Al piano terra dell’edificio della Fondazione Bauhaus a Dessau, in Germania, su un tavolo di due metri per otto i visitatori osservano una serie di reperti ordinati e assemblati, uno accanto all’altro, in un’opera realizzata dall’artista statunitense Fritz Horstman. Infissi, placche elettriche, maniglie o frammenti edilizi, materiali originali esposti con un’attenzione archeologica, corredati da dettagliate schede di inventario, registri e disegni. Attorno tutto è stato ricostruito in seguito al riconoscimento dell’edificio nelle liste dell’Unesco, grazie a un lavoro ventennale attento ai minimi dettagli e supportato da sofisticatissime soluzioni tecniche.

Il cuore del Bauhaus, simbolo dell’aspirazione novecentesca all’essenzialità delle forme e alla bellezza diffusa, mostra oggi tutta la fragilità e contemporaneamente la permanenza del fare umano. Incastonata tra le macerie di due guerre mondiali, una scuola dalla vita brevissima è ora rimessa in piedi nei suoi edifici. Come su un tavolo autoptico, i resti mortali dell’originale raccontano la fragilità connaturata al moderno, il destino dei materiali, le violenze di un secolo breve: Horstman ha raccolto i brandelli di una grande storia. Quella che negli spazi restaurati tutt’attorno risulta viva — spes contra spem — studiata dopo un secolo in ogni angolo del mondo, capace di influenzare il gusto e le scelte di chi oggi se ne scopre erede.

È la parabola di ogni ricostruzione, quella che a Dessau il governo tedesco ha voluto plasticamente raccontare: investimenti poderosi per ridare alla luce ciò che era, con la cura di conservare le tracce e le stratificazioni di ottant’anni di vicissitudini storiche, per esaltare il dinamismo dello spirito umano al di là di tutti i crolli.

È più semplice, più rapido, ma assai meno affascinante, costruire ex novo. Ricostruire implica infatti superare una tragedia, mettere insieme i cocci, portare con sé una memoria, curarne le ferite. Non è mai ripartire da zero, ma orientarsi fra quel che resta, spesso di un grande passato e di molti errori. «Riedificheranno le rovine antiche, ricostruiranno i vecchi ruderi, restaureranno le città desolate, i luoghi devastati dalle generazioni passate» (Isaia 61, 4).

La voce dei profeti è da sempre rivolta a un popolo responsabile dei propri fallimenti, la cui storia non è chiusa. Riedificare, ricostruire, restaurare sono azioni che implicano la tessitura di una pace tra le generazioni, perché non ci si rialza fra le reciproche accuse e nel rimbalzo delle responsabilità. D’altra parte, in Israele ogni crisi, ogni tracollo, ogni fine è da Dio offerta come chiamata, sia ai singoli, sia al popolo. Nella Bibbia, infatti, sono diverse le generazioni il cui compito storico fu quello di ricostruire. Ogni ripartenza ha coinciso con una nuova esperienza della salvezza, quindi di Dio e, per Israele, di sé.

Una delle certezze a nostra disposizione è che dovremo rimboccarci le maniche. Come in Israele, il potere di rialzarci non è mai delegabile a qualcuno che venga a noi dal cielo. Già nei profeti, infatti, e più ancora attorno agli apostoli, la fede impegna a partecipare di un nuovo tipo di potere. Giovanni chiama per nome quest’energia di ricostruzione, sin dal secondo capitolo del suo vangelo: è la risurrezione. Oggi si parla molto di resilienza, ma il tipo di esperienza che l’annuncio cristiano mette in campo rivela storicamente il proprio carattere ulteriore, eccedente, indeducibile rispetto alle migliori virtù umane.

«Distruggete questo tempio e in tre giorni lo farò risorgere» (Giovanni 2, 19). Qui c’è più di un’elasticità nelle prove, più della resistenza attiva che scaturisce da una personalità matura. Il contesto della frase è decisivo: il Messia la pronuncia nel punto più santo e più esposto di Gerusalemme, tempio che il lettore sa definitivamente raso al suolo. Il linguaggio misterioso con cui afferma la sua autorità lascia trasparire non solo la sua libertà interiore, ma principalmente la sua disponibilità a venire distrutto, a metterci tutto: se necessario la vita. Il Maestro dimostra di non essere ingenuo, né idealista: agisce avendo in conto le conseguenze delle sue azioni, che nondimeno risultano chiare ed efficaci, profetiche. L’evangelista interviene, prendendo per mano i suoi lettori e interrompe il racconto perché sia chiara la portata di quanto appena detto: «Ma egli parlava del tempio del suo corpo. Quando poi fu risuscitato dai morti, i suoi discepoli si ricordarono che aveva detto questo, e credettero alla Scrittura e alla parola detta da Gesù (Giovanni 2, 21-22). La risurrezione comincia dunque molto prima della morte. Siamo, appunto, alle prime pagine del vangelo. Se leggiamo con attenzione la storia, ci accorgiamo che ogni rinascita, ogni ricostruzione, ogni autentica ripartenza viene da lontano.

L’energia che la rende possibile è già attiva prima del crollo. Tutto sembra occupato attorno a Gesù, come attorno a noi, da interessi prepotenti quanto consolidati, da abitudini cui ciascuno, in qualche modo, deve qualcosa, da personaggi che sembrano imprescindibili, parte immodificabile della realtà.

I protagonisti del cambiamento, le donne e gli uomini che si sporcano le mani e rialzano un popolo, hanno in sé la vita da lungo tempo. L’hanno coltivata ai margini, sottotraccia, mentre le macerie si accumulavano. Hanno resistito e profetizzato, hanno parlato e saputo tacere, hanno agito. Col mandato e con la lucidità di Dio, Gesù si fa spazio incrinando, senza la pazienza che dimostra coi piccoli e i poveri, un equilibrio di interessi che soffoca Gerusalemme e la snatura. «Scacciò fuori tutti». Alla domanda — «Quale segno ci mostri per fare queste cose?» — egli annuncia il potere di risorgere. Perché ricostruire, poi, è veloce come risorgere. È uno slancio che non nasconde, ma lascia trasparire il dramma attraversato e trasforma le ferite in segni dell’indistruttibile.

L’edificio simbolo di Dessau è di tutto questo un emblema. La facciata ricostruita, una grande tessitura di infissi neri, è in realtà composta da frammenti provenienti da diverse epoche storiche, montati in un collage invisibile. Quando oggi osserviamo la vetrata, celebre per essere continua, stiamo guardando in realtà, disposti fianco a fianco, elementi del 1926, del 1976 e del 2000. Una composizione di frammenti. Così cogliamo come la sostanza non solo del Bauhaus, ma di ogni grande avventura dello spirito, arrivi a noi attraverso percorsi incidentati, che richiedono pionieri. La grazia opera, infatti, stabilendo e ristabilendo connessioni.

di Sergio Massironi