· Città del Vaticano ·

Pandemia in India

La pietà cristiana
dell’arcivescovo di Bangalore

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11 maggio 2021

Un pezzo di terreno libero, eccola la sua “ossessione”. Si mette a cercarlo fin dal mattino spingendosi anche venticinque chilometri fuori dalla città, senza sosta. E quando ne ha trovato un solo brandello, ricomincia daccapo. I lembi di terra non bastano mai, si riempiono quasi subito. E così l’impazienza di scovarne ancora ritorna a straziare lentamente il suo animo ferito e a fiaccare le sue membra stanche. Solo il desiderio di concedere una degna sepoltura a centinaia di morti, che altrimenti verrebbero dimenticati chi sa dove, dà la forza all’arcivescovo Peter Machado di dare retta a questa “ossessione”. Anche perché sa bene che nella sua arcidiocesi di Bangalore, distretto urbano del popoloso stato indiano di Karnataka, la seconda ondata della pandemia non ha finito il suo sporco lavoro. I contagi sono fuori controllo, i decessi aumentano di ora in ora, si moltiplicano i forni crematori improvvisati su enormi cataste di legna mentre i quindici cimiteri cristiani cittadini sono completamente esauriti.

«Anche oggi — racconta monsignor Machado — sono andato a cercare un terreno un po’ distante dalla città, nei pressi di una chiesa che possiede un sito poco utilizzato. Purtroppo, però, la gente del posto non vede di buon occhio la sepoltura dei morti, ne ha paura. Allora, ho parlato con un capo della zona per capire come realizzare un’entrata senza dare nell’occhio. Per ora siamo riusciti a scavare solo quindici tombe, per via del terreno molto duro». Domani si continuerà, non ci si può certo fermare: «Andrò lontano dalla mia sede arcivescovile per capire se il cimitero di una chiesa potrà essere utilizzato. Non possiamo abbandonare i nostri morti. Abbiamo chiesto anche al governo di darci del terreno libero e utilizzabile: ha promesso che lo farà». La sepoltura di massa non è una cosa di semplice gestione: occorre coraggio, abnegazione e amore. Ecco, dunque, che l’arcivescovo di Bangalore ha istituito una squadra di settanta volontari, capeggiati da un sacerdote, che non hanno paura di mettere in gioco la propria vita: «Queste persone hanno il compito, protetti da un kit di prevenzione e divisi in piccoli gruppi, di seppellire i morti uccisi dal virus in varie zone. Tra loro ci sono anche quattro preti che danno la benedizione alle salme. Non possiamo fare i funerali, perché in molti cimiteri il posto per celebrare la messa non c’è. In molti casi, comunque, l’eucarestia si celebra in chiesa dopo la sepoltura», dice Machado. Ma a mancare non sono solo i cimiteri. A Bangalore, come in quasi tutti gli stati dell’India, scarseggiano medicinali, ossigeno e i posti letto negli ospedali. I cristiani di varie confessioni non hanno esitato a mettersi insieme per aiutare la popolazione, in grande difficoltà. «Qui — spiega il presule — ci sono quattro strutture sanitarie cattoliche e cinque appartenenti ai protestanti. Lavoriamo in simbiosi e il governo è molto soddisfatto della nostra attività. La mia arcidiocesi ha anche messo a disposizione delle aule scolastiche trasformate in Covid Center, dove si cura la gente meno grave e si somministrano i vaccini». Un altro dolore che scuote l’arcivescovo di Bangalore è provocato dall’impossibilità di poter svolgere celebrazioni religiose pubbliche. Da un mese l’intera nazione è piombata nel più profondo lockdown ma lui non perde la speranza: «Ogni giorno, trasmettiamo la messa online in due lingue locali e in inglese. Nella gente, c’è tanta fame di fede: molti, in casa, hanno costruito un piccolo altare e, quando seguono la messa in diretta, accendono delle candele in segno di devozione. La religiosità, nonostante la situazione drammatica che stiamo vivendo, rimane sempre molto viva».

di Federico Piana