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La vita contemplativa di maestri musulmani nel libro dell’imam della moschea di Milano

Come un monachesimo interiore

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11 maggio 2021

L’imam della moschea di Milano, Yahya Pallavicini, è l’autore principale di un libro — in uscita in questi giorni e pubblicato da Mimesis — intitolato Contemplare Allâh. Regole sulla Via interiore di maestri musulmani. È un testo dedicato all’esperienza spirituale musulmana che vede la pubblicazione proprio durante il mese del ramadan, che è il cuore per i musulmani del loro anno rituale. Si tratta di un tempo di preghiera e di digiuno. E può essere letto come un segno, che diventa istruttivo anche per noi, di separazione da se stessi per sottolineare il legame con Dio. Un libro che è anche una preziosa occasione per approfondire la conoscenza della religione islamica, per scoprire l’insegnamento spirituale dei maestri musulmani e superare il velo del pregiudizio per mettere in pratica la fratellanza.

L’orizzonte in cui si collocano gli autori citati nel libro è quello del sufismo, ovvero dell’esperienza mistica in chiave islamica, partendo dalla domanda sull’essere “monaco di Allâh”. Nell’esperienza islamica non c’è un monachesimo come quello che si vive in ambito cristiano o buddhista, piuttosto si tratta di una vita interiore monastica, per cui l’essere poeta o emiro, viaggiatore o esule, scrive Pallavicini, «rappresenta una funzione e un velo del monaco. Per qualcuno il monastero può essere l’angolo di una camera in cui si ritira e dalla quale insegna e pratica la ritualità dell’invocazione e dell’adorazione interiore, per altri il monastero può essere una funzione pubblica o il mondo intero. Ciò che importa sono le stazioni di permanenza spirituale, i gradi della vittoria e della vicinanza all’identità divina nei suoi svelamenti progressivi. Con l’impegno a passare da un livello superficiale dell’Amato a un livello intimo dell’Amato». Praticando il distacco (dal peccato) e mettendo sullo stesso piano teoria e pratica. Tornano in mente le parole del cardinale Tomáš Špidlík quando diceva, ai suoi studenti del Pontificio Istituto orientale a Roma, che la teoria senza la pratica non ha valore e viceversa.

E come è giunto fino a noi il messaggio di tanti maestri della spiritualità orientale, grazie anche allo studio e al lavoro del porporato, conscio che la Chiesa dovesse tornare a respirare a due polmoni, così anche è successo con il messaggio dei maestri dell’islam, superando le crisi delle varie epoche con una freschezza sempre rinnovata, poiché è la ricerca della verità a ispirare la testimonianza vissuta e gli insegnamenti dei maestri dell’islam. E questo libro è una preziosa antologia di alcuni di essi.

«Nessuno di loro nutriva l’intenzione di fare un’opera originale, poiché le regole della scienza sacra derivano direttamente dalla rivelazione del Corano e dalla luce della profezia, collegando dottrina interiore e quadro religioso esteriore. Ciò che i maestri cercano è un ritorno all’origine, al principio fondamentale della nostra vita umana, ovvero la santa conoscenza di Allâh. Se è particolarmente complesso per noi comprendere appieno il carattere del sufismo, ci consola che questa disciplina possa essere di regola e sostegno per la vocazione contemplativa di alcuni uomini e donne ancora oggi come secoli fa», scrive Pallavicini.

Ecco allora rivivere il pensiero e le parole di Ḥusayn Ibn Manṣûr al-Ḥallâj nato a Ṭur nel 857 e morto a Baghdad nel 922. Nipote di un convertito mazdeo, al-Ḥallâj viaggia molto in India, Khorasan e Turkestan dove viene in contatto con altre visioni della spiritualità che hanno un’influenza diretta nella formazione del suo mondo interiore. Non bisogna dimenticare i viaggi alla Mecca che rafforzano la sua spiritualità musulmana. Beneficiò molto dell’effervescenza intellettuale di due città quali Bassora, luogo di incontro tra mondo persiano, zoroastriano ed ellenico, e Baghdad, capitale del califfato abbaside dove era assai vivace il dibattito tra scuole giuridiche, razionalisti e tradizionalisti. Ebbe come istruttori due grandi maestri, Sahl al-Tustari e Junayd. Il primo — che era anche un mufassir (i mufassirun erano gli esegeti considerati tra i principali dotti in scienze religiose poiché, oltre a una formazione teologica, avevano anche un’ottima preparazione linguistica, tradizionistica e storica) — gli insegnò ad andare sempre oltre l’interpretazione alla lettera del Corano per coglierne lo spirito e le risonanze profonde. Il secondo, Junayd, gli ha insegnato ad affidarsi completamente a Dio con eterna gratitudine. Negli scritti di al-Ḥallâj si trovano similitudini con la mistica di alcuni santi cristiani tanto che la sua passione spirituale ispirò l’arabista e orientalista francese Louis Massignon (1883-1962) che dedicò gran parte della sua vita allo studio del sufismo. Al-Ḥallâj pronunciò la frase storica «Anâ al-Ḥaqq» (“Io sono la Verità”). Ma neli’Islam c’è un fossato tra la divinità di Allâh e l’umanità degli uomini. Fu quindi dichiarato eretico, imprigionato per oltre dieci anni e alla fine crocifisso.

Richiama alla conversione del cuore, il capitolo dedicato al mistico ‘Abd al-Qâdir al Jîlânî (1079-1166) nato nella città di Na’if, nel distretto di Gilan, in Iran. Grande mujtahid (sono pochissimi e sono coloro che interpretano), è tuttora considerato il sufi più importante nel mondo dell’islam. Teologo di ispirazione hanbalita, si formò a Baghdad, città in cui insegnò diritto e materie religiose e professò un sufismo rispettoso dell’ortodossia e rivolto al perfezionamento morale, cosciente dei doveri familiari e sociali. La sua popolarità, rimasta inalterata dopo un millennio, ha dato vita a una delle numerose suddivisioni all’interno dell’ortodossia islamica: la confraternita al-Qadiriyya, che ha saputo preservare fino a oggi il suo messaggio sufico. Nel tempo essa si è molto diffusa in Africa occidentale, Asia, Indonesia e anche tra i musulmani in Europa.

Il tema fondamentale del libro è il viaggio alla ricerca della verità, la quale sola può dare senso alla vita. Un viaggio che metaforicamente l’autore fa compiere a uno stormo di uccelli guidati da un’upupa verso un luogo bellissimo. Ma il viaggio è pieno di pericoli e di ostacoli. E di trentamila uccelli, solo trenta giungeranno alla meta mentre gli altri rinunceranno per debolezza, egoismo o vanagloria. Pertanto la storia è un invito all’azione, un incoraggiamento a superare le paure. E in questi ultime ore di Ramadan che rimangono, anche tale libro può essere una porta aperta alla riflessione e alla comprensione.

di Rossella Fabiani