· Città del Vaticano ·

In un libro il ricordo di Mario Agnes a tre anni dalla morte

Una riserva nascosta
di umanità

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08 maggio 2021

Colpisce nel segno Andrea Riccardi quando, nel ritratto vivace e ispirato che fa da prefazione al libro di Ignazio Ingrao L’Osservatore. Trentacinque anni di storia della Chiesa nelle carte private di Mario Agnes (Edizioni San Paolo, 2021, pagine 190, euro 19), coglie «qualcosa di fanciullesco» dietro il piglio rigido e austero dell’antico direttore del quotidiano della Santa Sede. Chi ha lavorato accanto a lui e ne ha condiviso la passione per il “giornale del Papa” sa bene che certe etichette sommarie — pur non distanti dalla cifra schiva e spigolosa del suo carattere — non rendono giustizia a un uomo capace di sprazzi sorprendenti di leggerezza e di ironia (perfino di autoironia). Un’umanità semplice quella di Agnes, com’erano semplici e schiette le sue radici, saldamente innestate nella famiglia e nella terra irpina di origine: luoghi dell’anima, prima che spazi fisici, dove aveva attinto quella «fede spontanea» che faceva di lui — scrive Riccardi — un autentico «cattolico del popolo».

Riaccostarsi alla sua figura a tre anni dalla morte, avvenuta il 9 maggio 2018 — all’indomani della tradizionale celebrazione della Supplica alla Madonna di Pompei, della quale portava impresso finanche nel nome il segno di una devozione profonda ma mai ostentata — vuol dire anzitutto riscoprire questa riserva nascosta di umanità. Timido e misurato, Agnes era per sua natura incline a contenerla, pronto tuttavia a scioglierla improvvisamente in attenzioni delicate alle persone, in confidenze inedite, in gesti appena percettibili di intesa e di condivisione. Posava il suo sguardo curioso sui grandi eventi del mondo, ma con lo stesso interesse guardava alle piccole vicende della vita ordinaria: un’attitudine assunta a metodo di lavoro anche nel giornale, noncurante del fatto che qualcuno la scambiasse ingenerosamente per “provincialismo”. «Era severo e austero, e finanche arcigno, quando aveva a che fare con i principi e le regole» racconta in una testimonianza riportata nel libro Angelo Scelzo, amico personale e, per oltre un decennio, suo stretto collaboratore all’Osservatore Romano. Ma, aggiunge, «chi si fermava a questa soglia, forse neppure riusciva a immaginare quale oltre di umanità potesse riservare quel “professore” (come lo chiamavano tutti) così riservato e discreto».

A riscattare l’immagine di Agnes da cliché e luoghi comuni valgono, più di tante parole, alcune delle immagini che corredano il volume. Una sorta di album della memoria che svela piccoli squarci di familiarità domestica — istantanee un po’ sbiadite che lo ritraggono con i genitori, i fratelli, i nipoti — ma accende anche i riflettori sul personaggio pubblico, incapace di nascondere dietro il sorriso compassato quel velo di imbarazzo tipicamente «fanciullesco» di fronte a Pontefici come Pio xii , Paolo vi , Giovanni Paolo ii , Benedetto xvi , a personalità internazionali del calibro di Clinton, Arafat, Fidel Castro, a politici italiani come Andreotti, Scalfaro, Zaccagnini, De Mita.

Ed è indubbiamente l’Agnes “pubblico” a fare la parte da protagonista nel libro. Scelta in qualche modo obbligata, visto che la sua vocazione di «cattolico papale» — per dirla ancora con Riccardi — ha incrociato snodi importanti dell’ultimo mezzo secolo di vita della Chiesa e della Santa Sede. Ricostruirne e interpretarne i passaggi (compito doveroso che chiama in causa soprattutto gli studiosi di mestiere) vuol dire in qualche modo onorare un debito con la storia. Della quale Agnes, è bene ribadirlo, non ha mai calcato la ribalta, misurato e prudente qual era. Ma non per questo si è sottratto alla sua missione di christifidelis laicus — termine divenutogli particolarmente caro dopo la partecipazione al Sinodo sul laicato del 1987 — vivendolo fino in fondo con spirito di servizio leale e appassionato.

E così che la stessa storia ha finito per iscriverlo, suo malgrado, tra i protagonisti delle vicende ecclesiali del suo tempo: prima alla guida dell’Azione cattolica, tra il 1973 e il 1980, e poi, dal 1984 al 2007, al timone dell’Osservatore Romano, chiamato da Giovanni Paolo ii , del quale ha raccontato quasi per intero il lungo pontificato. Duplice ruolo che, attraverso un trentacinquennio cruciale per la Chiesa e per il mondo, ha affinato in lui la capacità di guardare agli eventi con gli occhi del testimone e, al tempo stesso, dell’interprete, aggiungendo così al suo bagaglio di storico e di docente — Agnes non era giornalista di professione — due degli indispensabili “ferri del mestiere” del buon comunicatore.

In realtà, la maggior parte delle pagine del libro riguarda la prima di queste due esperienze, ossia il doppio triennio di presidenza di quella che allora poteva essere considerata a buon diritto l’organizzazione laicale «più qualificata ecclesialmente», come puntualizza un’altra delle voci raccolte, quella di Michele Zappella. Suo conterraneo, oltre che amico di vecchia data e fedele collaboratore (di lui ha curato, tra l’altro, l’antologia L’Azione Cattolica in Italia. Storia identità missione, testo prezioso per chi volesse veramente cimentarsi con i temi e le linee guida della sua stagione di presidenza), Zappella ne sottolinea l’impegno a «riscoprire e approfondire il proprium» dell’associazione, chiarendone opportunamente gli orientamenti strategici e il senso della cosiddetta “scelta religiosa”. Che, va ricordato, Agnes ha contribuito di fatto a rimodulare rispetto a certe interpretazioni “riduttive” seguite all’intuizione iniziale di Bachelet e alle indicazioni dello Statuto del 1969. Fino a suggerirne — lui che credeva nella potenza espressiva della parola — una significativa messa a punto lessicale e semantica: si rilegga, per esempio, l’intervento al convegno delle presidenze diocesane del 1976, nel quale non utilizza di proposito il termine «scelta» preferendovi quello di «nota» — più idoneo, a suo giudizio, a definire «il contrassegno fondante dal quale derivano gli impegni operativi» — e traduce espressamente l’aggettivo «religiosa» in «ecclesiale, pastorale, missionaria, di evangelizzazione».

Anche la più interessante delle «carte private» su cui si basa il lavoro — un’agenda dove sono annotate date, nomi e brevi considerazioni — si riferisce al periodo della presidenza dell’Azione cattolica, precisamente al 1976, anno in cui si avvia a conclusione il suo primo mandato (che sarà poi rinnovato nell’aprile 1977). Di valore prevalentemente storico è invece il manoscritto sulle «radici dell’azione del laicato italiano nell’età di Pio ix » ampiamente citato nel libro. Un testo non del tutto inedito (forse risalente già agli anni Settanta) al quale probabilmente Agnes attingeva anche per relazioni e conferenze, e che si ritrova in parte in alcuni interventi pronunciati da presidente dell’associazione: per esempio, nella lezione tenuta alla prima Scuola quadri — appuntamento diligentemente annotato nell’agenda — nel luglio 1976 ad Albano.

Un solo capitolo è dedicato per intero al periodo della direzione dell’Osservatore Romano. Ha per titolo Acta diurna e offre una sintesi sommaria dei 23 anni della sua conduzione del giornale — la seconda più lunga della storia dopo il quarantennio di Dalla Torre — riproponendo soprattutto alcuni scritti apparsi sotto la prestigiosa rubrica nata nel 1933 dalla penna di Guido Gonella e poi ripresa da Agnes nel 1984. Scelta non priva di significato (anche se non certo esaustiva): basta sfogliare le annate del quotidiano per riconoscere — a partire dal suo inconfondibile profilo grafico — lo stile di intervento lucido e ragionato di quella “finestra” che, dalla prima pagina dell’edizione domenicale, si affacciava sulle vicende della Chiesa e dell’umanità.

Un esempio intelligente di recupero della tradizione, realizzato da Agnes non in nome di un “passatismo” arroccato ma di una continuità aperta alle novità (a lui si deve, non dimentichiamolo, l’innovazione fondamentale del passaggio dal piombo alle moderne tecnologie compiuto nel 1991, in concomitanza con il 130° anniversario di fondazione) pur senza mai smarrire la ragion d’essere e la vocazione di un foglio «difficilissimo» e «singolarissimo», secondo la insuperata definizione di Montini. Un modo, insomma, per «riportare il giornale non solo al prestigio, ma anche all’incidenza del passato» conferma ancora Scelzo. E lo stesso Andrea Monda, che dal 2018 dirige l’Osservatore Romano, nella postfazione al volume rilegge la parabola degli Acta come paradigma di una scelta di libertà: quella che consentì alla Chiesa di levare alta la sua voce negli anni cupi del fascismo e che, quarant’anni dopo, le assicurò l’autorevolezza per dettare al mondo, ancora in bilico sul crinale dello scontro, la grammatica elementare della pace.

di Francesco M. Valiante