· Città del Vaticano ·

«Sub tutela Dei»

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08 maggio 2021

Domani, 9 maggio, verrà beatificato il giudice Rosario Livatino, barbaramente ucciso dalla “stidda” nel settembre del 1990. Il procedimento canonico non è stato per nulla facile poiché ha dovuto farsi strada tra varie domande, molte delle quali ancora affiorano e meritano attenzione per capire meglio la scelta di Papa Francesco. Si possono riassumere attorno a un unico polo con diverse sfaccettature: perché un servitore della Stato, ucciso dalla malavita, viene dichiarato beato? Non sono stati in tanti, purtroppo, a fare la stessa fine? I martiri cristiani non sono riconosciuti tali perché uccisi in odio alla fede? Siamo proprio sicuri che le mani dei killer che uccisero “il giudice ragazzino” agivano per fare uno sfregio alla sua fede? Subito dopo la morte di Livatino si è sentito il bisogno di conoscere meglio questa figura, fino a quel punto poco nota ai più. In tanti descrivevano questo giudice come una persona schiva, estremamente ligia al dovere, equilibrata e animata da una fede autentica che alimentava quotidianamente con la preghiera e con la partecipazione alla santa messa.

Oltre ad alcuni interventi pubblici, vi erano le agende private del giudice con delle annotazioni che egli faceva su quanto gli capitava. Le pagine si chiudevano quasi sempre con la sigla std : Sub tutela Dei. Il quadro che si andava delineando era quello di un giudice che, come tanti altri, aveva opposto una resistenza netta alla criminalità organizzata, nella fedele e cosciente ottemperanza al suo dovere, decidendo di vivere “per” qualcosa, per l’ideale della giustizia.

Insieme a questo primo aspetto — se vogliamo quello più evidente — si sentì il bisogno di approfondire quello della fede cristiana che animò la sua vita sin dalla più tenera età. Livatino non amava ostentare la sua fede. Semplicemente la viveva nelle forme e nei modi che gli erano consoni: la preghiera personale, la partecipazione quotidiana alla messa, la lettura della Bibbia, l’approfondimento di alcuni testi di teologia. Il tutto con estrema umiltà e nascondimento. Il criterio scelto dal magistrato non risiedeva in una fede da mostrare nelle forme ma da rendere leggibile nella testimonianza. Su questo polo di dimensione credente del giudice si è concentrata l’indagine diocesana prima e quella della Santa Sede, dopo, condotta magistralmente da monsignor Vincenzo Bertolone. La raccolta delle testimonianze del e sul giudice Livatino ha portato ben presto a comprendere che il primato di Dio nella sua vita era assoluto e “principiale”. Era, cioè, posto al principio e come principio di ogni cosa, di ogni scelta, di ogni attività, di ogni osservanza. È vero che Livatino è stato un servitore della giustizia ma, ancor prima, è stato un credente che ha cercato, con tutte le sue forze, di servire Dio e ha servito la giustizia mosso dalla forza di Dio, dalla sua grazia e dalla sua luce. Se è vero che ha vissuto per qualcosa (per la giustizia) è altrettanto vero che innanzitutto egli ha vissuto per Qualcuno (per il Dio di Gesù Cristo). La sigla dei suoi diari ( std ) è stata la cifra della sua vita e del suo impegno. Egli, prima ancora che dedicato alla causa della giustizia, si sentiva consegnato a Dio, sotto la sua tutela e affidato alla sua misericordia.

La scelta di fede, alimentata nell’eucaristia e nella preghiera personale, è stata l’impalcatura forte sulla quale Livatino ha costruito l’edificio della giustizia, dei processi, della dedizione alla verità e del coraggio per non scendere a compromessi. Il grappolo fecondo della sua testimonianza era alimentato dalla linfa di grazia del suo rapporto forte con Dio, vissuto con semplice umiltà, fino alle estreme conseguenze. La scelta di vita abbracciata sin dalla più tenera età è stata concepita come risposta a una vocazione, a una chiamata a vivere nel mondo (e in quel mondo particolare e delicato che è l’amministrazione della giustizia) da credente a tutto tondo. Livatino, figlio di una Chiesa post-conciliare, cresciuto in un contesto ecclesiale che promuoveva la santità laicale, ha creduto fino in fondo che la proposta del Vangelo è una proposta di bene, di bellezza e di pienezza e si è lasciato guidare da Dio. Nella scelta della giustizia ha intravisto la “sua” strada, quella alla quale il Signore lo chiamava concretamente, per rispondere alla vocazione di una vita santa.

Chi ha deciso di toglierlo di mezzo pensava di causare un danno alla giustizia eliminandone un servitore fedele e generoso. La “stidda” agrigentina aveva architettato il tutto individuando in Livatino un bersaglio facile (perché senza scorta e abitudinario) e importante (per le indagini che stava conducendo). Lo ha fatto, barbaramente. Ma mentre sventrava quel corpo indifeso, come si fa con una conchiglia trovata per caso, è venuta fuori una perla, preziosa e purissima. Attraverso la morte è emersa tutta la portata della vita che lui aveva deciso di spendere per Dio. “Indirettamente”, così è la strada obbligata per la santità, perché i santi non si mettono in mostra ma, al contrario, vivono nascosti in Dio e in una condizione di normalità. Solo alla fine emerge la Forza che li ha spinti e l’Amore che li ha abitati. In questo modo la scelta della Chiesa di beatificare Rosario Livatino si pone come riconoscimento per quello che egli è stato e come modello per ciò che ogni cristiano è chiamato a essere, nella certezza che ponendosi sub tutela Dei si vive ogni scelta in modo pieno, anche se il prezzo da pagare è alto e si chiama “martirio”.

di Baldo Reina
Rettore del Seminario arcivescovile di Agrigento