· Città del Vaticano ·

La Supplica nel santuario di Pompei presieduta dal cardinale Semeraro

Con il linguaggio della carità

cq5dam.thumbnail.cropped.500.281.jpeg
08 maggio 2021

A Nazareth «Dio fa a Maria un dono, ma non le lascia il libretto delle istruzioni»; così come «per noi oggi, vivere di fede non vuol dire avere la ricetta per tutti i problemi, ma cercare ogni volta una risposta personale». È la “lezione” che il cardinale Marcello Semeraro ha tratto dal «racconto sempre nuovo dell’Annunciazione», commentandolo durante la messa celebrata sabato mattina, 8 maggio, in occasione della Supplica alla Madonna del Rosario di Pompei.

«Con l’animo colmo di ricordi» legati alla cittadella mariana, come ha confidato all’inizio dell’omelia, il prefetto della Congregazione delle cause dei santi ha citato Jean Guitton e san John Henry Newan: il primo, quando scrive che è difficile immaginare una scena «più divina e nello stesso tempo più umana» di quella descritta dal brano evangelico; il secondo quando spiega che la Vergine «non è che prima ragioni e poi creda, come Zaccaria», ma «al contrario, prima crede senza ragionare e subito dopo, con rispettoso amore ragiona su ciò che crede. Ed è così che per noi è modello non soltanto per gli incolti, ma pure per quelli che nella Chiesa sono maestri».

In questo suo essere «modello», ha aggiunto il cardinale Semeraro, la Madre di Dio indica a ogni cristiano cosa significhi «vivere di fede», anche se «il come è sempre lasciato a noi, alla nostra libertà e persino alla nostra creatività, considerando gli stili di Dio e cogliendo le interpellanze della storia». Perché, ha chiarito il celebrante, «questa, in ultima analisi è la santità ed è la ragione per cui ogni santo ce ne mostra un volto diverso», anche se «alla fine tutto si risolve nella carità».

Ecco allora il richiamo alla realtà specifica di Pompei, con la vicenda umana e spirituale del beato Bartolo Longo e dei suoi “incontri” con altre figure che ne hanno segnato la vita. A cominciare da padre Ludovico da Casoria — canonizzato da Papa Francesco nel 2014 — che lo «indirizzò alla via che conduceva allo storico Ospedale degli Incurabili, sorto a Napoli alla metà del Cinquecento ad opera della venerabile Maria Lorenza Longo, della quale il 27 ottobre scorso» lo stesso Pontefice «ha approvato il decreto che apre la via alla beatificazione».

Fu così che, «dagli ultimi mesi del 1868 al 1870», il beato «frequentò praticamente ogni giorno quel nosocomio», divenuto per lui «palestra di carità». E, ha ricordato ancora il cardinale Semeraro, «da lì avviò l’opera della Nuova Pompei», trovando «la prima guida spirituale nella persona di un povero, dolorosamente segnato da una malattia deformante: il servo di Dio Francesco Majone. Accanto al suo letto la situazione si capovolgeva e lo stesso Bartolo Longo diceva che gli bastava contemplare la sua serenità, amabile e semplice, per avere un grande insegnamento». Altro «maestro di carità» fu per lui pure il servo di Dio Luigi Avellino, «anch’egli ricoverato agli incurabili perché divenuto paralitico e col quale recitava la Novena alla Madonna». Infine, «tra i santi» che il beato incontrò, c’è anche don Giustino Russolillo, di cui il Papa lunedì 3 maggio scorso ha annunciato la prossima canonizzazione. Queste «vie di carità» Bartolo Longo «le percorse fino a divenire egli stesso santo di carità», ha sottolineato il prefetto.

Da qui, attualizzando la riflessione, l’esortazione ai presenti a domandarsi «come e da dove riprendere, dopo questa dolorosissima fase della pandemia». E la risposta non poteva che essere quella di «ricominciare dalla stessa carità da cui partì il beato Bartolo Longo». Essa infatti, ha concluso il cardinale Semeraro, è «la via nuova da cui ripartire, perché la medesima carità verso il prossimo ha, nella nostra vita di cristiani, una duplice dimensione: quella che traduce la fede e che diventa soccorso, aiuto, opera di misericordia»; e quella che, «testimoniata da noi di fronte al mondo, è in grado di introdurre alla fede».

A fare “gli onori di casa” è stato l’arcivescovo prelato Tommaso Caputo, che ha accolto il cardinale Semeraro, presenti anche numerosi vescovi e sacerdoti, insieme al sindaco di Pompei e a un gruppo di pellegrini, nel pieno rispetto delle regole per la pandemia. «Il beato Bartolo Longo — ha ricordato all’inizio della celebrazione rivolgendosi al porporato — è pugliese come lei ed è nato a Latiano, non lontano da Oria dove lei è stato vescovo dal 1998 al 2004». La causa di canonizzazione di Bartolo Longo «è in esame presso la Congregazione delle cause dei santi, di cui lei è prefetto. Così come la causa di beatificazione del servo di Dio Francesco Saverio Toppi, mio predecessore. Qui a Pompei, e non solo, preghiamo incessantemente perché questi due processi giungano, anche per intercessione della Vergine, a compimento al più presto».

In particolare, l’arcivescovo Caputo ha presentato al cardinale la nuova porta di bronzo, realizzata dal sacerdote e artista Battista Marello in occasione del 120° anniversario della dedicazione della facciata del santuario alla pace universale. «La porta è un potente simbolo evangelico» ha affermato. «Nel nostro santuario — ha aggiunto — le porte sono braccia aperte, rifugio sicuro per gli uomini e le donne del nostro tempo. Sono accolti dalla Madre, Ianua Coeli - Porta del Cielo, che li accompagna all’incontro con Gesù».

«Qui a Pompei — ha concluso il prelato — preghiamo ogni giorno per il Papa, non solo nel santuario, ma anche nelle numerose opere sociali: centri diurni, case famiglia, luoghi di accoglienza e ristoro per bambini, poveri, persone uscite da dipendenze».