· Città del Vaticano ·

Il pensiero e l’eredità di Igino Giordani

Una porta spalancata
sulla verità

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07 maggio 2021

Leggere Igino Giordani. Un eroe disarmato di Alberto Lo Presti (Roma, Città Nuova, 2021, pagine 253, euro 17) significa rivivere una stagione complessa ma straordinaria, in cui — ed è cosa che accade raramente — etica, fede, politica e privato si compenetrano in un modo tale da rispecchiare non solo lo spirito di un tempo, ma un insegnamento in grado di andare oltre quello stesso tempo. Perché come scrive il presidente della Repubblica Sergio Mattarella nella sua prefazione, per Giordani «la fede era una porta spalancata sulla verità e sulla libertà dell’uomo».

Il libro di Lo Presti — che si avvale di testimonianze inedite e di una postfazione della figlia di Igino, Bonizza — ricostruisce infatti il cammino di un uomo libero. Tanto libero da scontrarsi con le gerarchie, quelle fasciste prima, partitiche, editoriali ed ecclesiali poi, e di rivedere criticamente le proprie scelte di fronte alla testimonianza di figure, come quella di Chiara Lubich, di cui Giordani capì subito l’importanza. La necessità di una fraternità in cui uomini e donne potessero vivere senza steccati di sorta tra consacrati e laici, sposati e celibi, in povertà, obbedienza e castità, come ai primordi del cristianesimo era da sempre dentro lo scrittore tiburtino. Nei suoi studi sui mistici e sul monachesimo, nel suo romanzo storico, La città murata (1936), nella sua adesione al terz’ordine domenicano durante la sua permanenza a New York nel 1928, emergeva la necessità impellente di vivere comunitariamente la fede.

E questo gli costò molto, di fronte alle insinuazioni di chi sospettava che avesse perso la testa per le “signorine” (Lubich e le sue sodali) o che inseguisse derive pericolose (di qui la sua testimonianza di fronte al Sant’Uffizio nel 1951 sul Movimento dei Focolari) e anche all’interno della stessa famiglia. Chi immaginasse la “Giordania”, così scherzosamente la chiamava lui, come un quadretto edificante di gente beatamente sorridente e in accordo su ogni cosa, avulsa dall’umano troppo umano, sbaglierebbe di grosso. Le pagine in cui si affronta, dall’esterno o per voce degli stessi figli, il tema di quella famiglia mostrano un panorama ben diverso: persecuzioni, problemi ad arrivare alla fine del mese, imbarazzi allorché nacque la profonda amicizia con Lubich, la distanza caratteriale tra lui e la moglie Myra, che tra l’altro apparteneva a una cospicua famiglia di Tivoli, mentre Giordani era figlio di un muratore, sono la prova che in quella famiglia non mancarono i rischi della rovina.

Come non mancarono i momenti bui per Giordani, non solo durante la persecuzione fascista (Farinacci lo aveva fatto oggetto di “attenzione” per aver aiutato alcune famiglie ebree a scampare dalle deportazioni) ma anche quando all’interno stesso del movimento in cui era così entusiasticamente entrato, e che gli aveva cambiato la vita, si sentì messo da parte. A questo difficile momento Lo Presti dedica intense pagine che lasciamo al lettore, ma già da questi episodi si intuisce la profonda partecipazione di Giordani a quel ritorno alla comunità originaria che lui vedeva come forse la sola possibilità di recuperare il senso della fede; quella stessa fede che lo scrittore intuiva in crisi, non solo per gli attacchi che dagli anni Trenta le erano venuti dal neopaganesimo nazista o dal materialismo marxista: si trattava di una crisi interna al cristianesimo, collegata alle ragioni dell’uomo che intende vivere pienamente una società in cui la ricerca dell’“in più”, dell’apparire, del piacere in sé e per sé è diventata il vecchio-nuovo dio.

È qui il punto fondante della ricerca storica — e narrativa, basti pensare alla Città murata — di Giordani, che va in due direzioni: le radici originarie, quelle a contatto con il Cristo (e coloro che hanno ricercato quelle radici nei secoli a venire) e il medioevo. Non a caso due momenti storici in cui di fronte al lusso della società coloniale romana e al languido estenuarsi nella ricerca di un piacere che sconfinava sempre di più nei territori di Thànatos, si stagliava una nuova concezione: quella di una comunità che condividesse tutto, dalla Parola al cibo.

Ecco che in Giordani può ravvisarsi il sottile filo rosso dello spirito della ricostruzione. Non è un caso che una parte del patriziato romano, non solo degli artigiani e del popolo, sia rimasta affascinata da quello che Pasolini avrebbe chiamato il sogno di una cosa, sia ai tempi del dominio in Palestina nel primo secolo dell’era volgare, sia nel lento declino di quello stesso impero. Nel sesto secolo Benedetto aveva camminato nel percorso dell’ascetismo solitario prima e del cenobitismo poi, come più tardi un altro figlio del territorio osco-umbro, seicento anni dopo.

Su questi straordinari esempi di “folli” che paradossalmente sono alla base non solo della spiritualità, ma della stessa civiltà (il monachesimo benedettino rigenerò un’economia che era collassata su se stessa) dovette riflettere un uomo del secolo breve che però, a sua volta, aveva in mente, anzi, nello spirito, qualcosa di altrettanto radicale e arcaico, teso alle origini stesse del Messaggio: la condivisione fraterna senza distinzione di sesso, età, livello sociale. Un altro folle, per i più, che però ha reso di nuovo praticabile una strada che sembrava perduta nei deserti della civiltà.

di Marco Testi