· Città del Vaticano ·

La settimana di Papa Francesco

Il magistero

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06 maggio 2021

Venerdì 30 aprile


Costruire ponti dove s’innalzano muri

Rendo grazie al Signore per l’opera del suo Spirito, che si manifesta nel vostro cammino umano e spirituale al servizio del bene comune e dei poveri, cammino che compite rifiutando la miseria e operando per un mondo più giusto e fraterno.
Nella corsa sfrenata all’avere, alla carriera, agli onori o al potere, i deboli e i piccoli sono spesso ignorati e respinti, o considerati come inutili, anzi sono considerati come materiale di scarto.
Auspico che il vostro impegno e il vostro entusiasmo al servizio degli altri, plasmati dalla forza del Vangelo di Cristo, restituiscano il gusto della vita e la speranza nel futuro a molte persone, in particolare a tanti giovani.
Voi camminate con un’apertura ecumenica e un cuore disponibile ad accogliere le diverse culture e tradizioni, al fine di trasformare il volto della nostra società.
Vi incoraggio a non avere paura di percorrere le strade della fraternità e di costruire ponti tra le persone, tra i popoli, in un mondo dove si innalzano ancora tanti muri per timore degli altri.
Attraverso le vostre iniziative, i vostri progetti e le vostre attività, voi rendete visibile una Chiesa povera con e per i poveri, una Chiesa in uscita che si fa vicina alle persone in situazione di sofferenza, di precarietà, di emarginazione, di esclusione.
Con i giovani delle vostre società, oggi più che mai, affrontate sfide nelle quali è in gioco lo stato di salute della nostra casa comune. Si tratta  di una conversione ecologica che riconosce l’eminente dignità di ogni persona, il suo valore proprio, la sua creatività e la sua capacità di cercare e promuovere il bene comune.
Ciò che stiamo vivendo attualmente con la pandemia ci insegna in concreto che siamo tutti sulla stessa barca e che potremo superare le difficoltà solo se accettiamo di lavorare insieme.
Voi passate alcuni giorni qui a Roma proprio per riflettere su un aspetto particolare della vita nella nostra casa comune: quello della presenza dei migranti e della loro accoglienza nell’Europa di oggi.
Vi invito a restare saldi nelle vostre convinzioni e nella vostra fede. Non dimenticate mai che Cristo è vivo e che vi chiama a camminare con coraggio dietro a Lui.
Con Lui, siate quella fiamma che fa rinascere la speranza nel cuore di tanti giovani scoraggiati, tristi, senza prospettive.
Possiate generare legami di amicizia, di condivisione fraterna, per un mondo migliore. Il Signore conta sulla vostra audacia, sul vostro coraggio, sul vostro entusiasmo.

(Ai membri della fraternità politica di Parigi
collegata alla comunità Chemin Neuf)


Domenica 2 maggio


La vite e i tralci

Nel Vangelo di questa quinta Domenica di Pasqua (Gv  15, 1-8), il Signore si presenta come la vera vite e parla di noi come i tralci che non possono vivere senza rimanere uniti a Lui.
 Non c’è vite senza tralci, e viceversa.
I tralci non sono autosufficienti, ma dipendono totalmente dalla vite, che è la sorgente della loro esistenza.
Gesù insiste sul verbo “rimanere”. Lo ripete ben sette volte nel brano evangelico.
Prima di lasciare questo mondo e andare al Padre, Gesù vuole rassicurare i suoi discepoli che possono continuare ad essere uniti a Lui.
Questo rimanere non è un rimanere passivo, un “addormentarsi” nel Signore, lasciandosi cullare dalla vita.

Serve un rimanere reciproco per dare futuro


No... il rimanere in Gesù che Lui ci propone è un rimanere attivo, e anche reciproco. Perché i tralci senza la vite non possono fare nulla, hanno bisogno della linfa per crescere e per dare frutto; ma anche la vite ha bisogno dei tralci, perché i frutti non spuntano sul tronco dell’albero.
È un bisogno reciproco, è un rimanere reciproco per dare frutto.
Noi rimaniamo in Gesù e Gesù rimane in noi.
Noi abbiamo bisogno di Lui.
Il Signore ci vuole dire che prima dell’osservanza dei suoi comandamenti, prima delle beatitudini, prima delle opere di misericordia, è necessario essere uniti a Lui.
Non possiamo essere buoni cristiani se non rimaniamo in Gesù. E invece con Lui possiamo tutto.
Ma anche Gesù, come la vite con i tralci, ha bisogno di noi.
Forse ci sembra audace dire questo, e allora domandiamoci: in che senso Gesù ha bisogno di noi?
Egli ha bisogno della nostra testimonianza. Il frutto che, come tralci, dobbiamo dare è la testimonianza della nostra vita cristiana.
Dopo che Gesù è salito al Padre, è compito dei discepoli — è compito nostro — continuare ad annunciare il Vangelo, con la parola e con le opere.
E i discepoli lo fanno testimoniando il suo amore: il frutto da portare è l’amore.

Dai frutti si riconosce l’albero

Attaccati a Cristo, riceviamo i doni dello Spirito Santo, e così possiamo fare del bene al prossimo, fare del bene alla società, alla Chiesa.
Dai frutti si riconosce l’albero. Una vita veramente cristiana dà testimonianza a Cristo.
E come possiamo riuscirci? La fecondità della nostra vita dipende dalla preghiera.
Possiamo chiedere di pensare come Lui, agire come Lui, vedere il mondo e le cose con gli occhi di Gesù.
E così amare i nostri fratelli e sorelle, a cominciare dai più poveri e sofferenti, come ha fatto Lui, e amarli con il suo cuore e portare nel mondo frutti di bontà, frutti di carità, frutti di pace.

Beatificato in Venezuela il medico dei poveri

Venerdì a Caracas, Venezuela, è stato beatificato José Gregorio Hernández Cisneros, fedele laico. Era un medico, ricco di scienza e di fede. Ha saputo riconoscere nei malati il volto di Cristo e, come buon samaritano, li ha soccorsi con carità evangelica. Il suo esempio ci aiuti ad avere cura di quanti soffrono nel corpo e nello spirito.

Auguri per la Pasqua alle Chiese d’oriente

Invio i miei migliori auguri ai nostri fratelli e sorelle delle Chiese Ortodosse e delle Chiese Cattoliche Orientali e Latine che oggi, secondo il calendario giuliano, celebrano la Solennità di Pasqua. Il Signore risorto li ricolmi di luce e di pace, e conforti le comunità che vivono in situazioni particolarmente difficili. Buona Pasqua!Siamo entrati nel mese di maggio, in cui la pietà popolare esprime in tanti modi la devozione alla Vergine Maria. Quest’anno esso sarà caratterizzato da una “maratona” di preghiera attraverso importanti Santuari mariani per implorare la fine della pandemia. Ieri sera c’è stata la prima tappa, nella Basilica di San Pietro.

Per la riconciliazione in Myanmar

In questo contesto c’è un’iniziativa che mi sta molto a cuore: quella della Chiesa birmana, che invita a pregare per la pace riservando per il Myanmar un’Ave Maria del Rosario quotidiano. Ognuno di noi si rivolge alla mamma quando è nel bisogno o in difficoltà. Noi, in questo mese, chiediamo alla nostra Madre del Cielo di parlare al cuore di tutti i responsabili del Myanmar, perché trovino il coraggio di percorrere la strada dell’incontro, della riconciliazione e della pace.

Vicinanza a Israele per la tragedia del monte Meron

Con tristezza esprimo la mia vicinanza alla popolazione di Israele per l’incidente avvenuto venerdì scorso sul monte Meron, che ha provocato la morte di quarantacinque persone e numerosi feriti. Assicuro il mio ricordo nella preghiera per le vittime di questa tragedia e per i loro familiari.

L’impegno di Meter in favore dei minori

Il mio pensiero oggi va anche all’Associazione Meter, che incoraggio a continuare nell’impegno in favore dei bambini vittime della violenza e dello sfruttamento.

Al movimento politico per l’unità

Saluto gli aderenti al Movimento Politico per l’Unità, fondato da Chiara Lu-bich 25 anni fa. Auguri e buon lavoro al servizio di una buona politica!

(Regina caeli in piazza San Pietro)


Mercoledì 5


Contemplazione e carità sono sinonimi

Vorrei soffermarmi sulla preghiera di contemplazione. La dimensione contemplativa dell’essere umano — che non è ancora la preghiera contemplativa — è un po’ come il “sale” della vita: dà sapore, dà gusto alle nostre giornate.
Si può contemplare guardando il sole che sorge al mattino, o gli alberi che si rivestono di verde a primavera; si può contemplare ascoltando una musica o il canto degli uccelli, leggendo un libro, davanti a un’opera d’arte o a quel capolavoro che è il volto umano.
Carlo Maria Martini, inviato come Vescovo a Milano, intitolò la sua prima Lettera pastorale «La dimensione contemplativa della vita».
Chi vive in una grande città, dove tutto è artificiale, funzionale, rischia di perdere la capacità di contemplare.
Contemplare non è prima di tutto un modo di fare, ma è un modo di essere.
Essere contemplativi non dipende dagli occhi, ma dal cuore.
Qui entra in gioco la preghiera, come atto di fede e d’amore, come “respiro” della nostra relazione con Dio.
La preghiera purifica il cuore e, con esso, rischiara anche lo sguardo, permettendo di cogliere la realtà da un altro punto di vista.
Il Catechismo descrive questa trasformazione del cuore da parte della preghiera citando una famosa testimonianza del Santo Curato d’Ars. «La contemplazione è sguardo di fede fissato su Gesù. “Io lo guardo ed egli mi guarda”, diceva al suo santo curato il contadino di Ars in preghiera davanti al Tabernacolo. […] La luce dello sguardo di Gesù illumina gli occhi del nostro cuore; ci insegna a vedere tutto nella luce della sua verità e della sua compassione per tutti gli uomini» (Catechismo della Chiesa Cattolica, 2715).
Tutto nasce da lì: da un cuore che si sente guardato con amore.
Allora la realtà viene contemplata con occhi diversi.
Nella contemplazione amorosa, tipica della preghiera più intima, non servono tante parole.

Basta uno sguardo

Basta uno sguardo, basta essere convinti che la nostra vita è circondata da un amore grande e fedele da cui nulla ci potrà mai separare.
Gesù è stato maestro di questo sguardo.
Nella sua vita non sono mai mancati i tempi, gli spazi, i silenzi, la comunione amorosa che permette all’esistenza di non essere devastata dalle immancabili prove, ma di custodire intatta la bellezza.
Il suo segreto era la relazione con il Padre celeste.
Pensiamo all’avvenimento della Trasfigurazione. I Vangeli collocano questo episodio nel momento critico della missione di Gesù, quando crescono intorno a Lui la contestazione e il rifiuto.
Perfino tra i suoi discepoli molti non lo capiscono e se ne vanno; uno dei Dodici cova pensieri di tradimento.
Gesù comincia a parlare apertamente delle sofferenze e della morte che lo attendono a Gerusalemme.
È in questo contesto che Gesù sale su un alto monte con Pietro, Giacomo e Giovanni.
Dice il Vangelo di Marco: «Fu trasfigurato davanti a loro e le sue vesti divennero splendenti, bianchissime».
Proprio nel momento in cui Gesù è incompreso — se ne andavano, lo lasciavano solo perché non lo capivano —, quando tutto sembra offuscarsi in un vortice di malintesi, lì risplende una luce divina.
È la luce dell’amore del Padre, che riempie il cuore del Figlio e trasfigura tutta la sua Persona.

L’errore di alcuni maestri di spiritualità

Alcuni maestri di spiritualità del passato hanno inteso la contemplazione come opposta all’azione, e hanno esaltato quelle vocazioni che fuggono dal mondo e dai suoi problemi per dedicarsi interamente alla preghiera. In realtà, in Gesù nella sua persona e nel Vangelo non c’è contrapposizione tra contemplazione e azione. Essa è venuta forse dall’influsso di qualche filosofo neoplatonico ma  si tratta di un dualismo che non appartiene al messaggio cristiano. C’è un’unica grande chiamata nel Vangelo, ed è quella a seguire Gesù sulla via dell’amore. Questo è l’apice, il centro di tutto. In questo senso, carità e contemplazione sono sinonimi, dicono la medesima cosa. San Giovanni della Croce sosteneva che un piccolo atto di puro amore è più utile alla Chiesa di tutte le altre opere messe insieme. Ciò che nasce dalla preghiera e non dalla presunzione del nostro io, ciò che viene purificato dall’umiltà, anche se è un atto di amore appartato e silenzioso, è il più grande miracolo che un cristiano possa realizzare. Questa è la strada della preghiera di contemplazione: io Lo guardo, Lui mi guarda! Questo atto di amore nel dialogo silenzioso con Gesù fa tanto bene alla Chiesa.

(Udienza generale nella Biblioteca privata del Palazzo apostolico Vaticano)