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La diocesi di Grosseto dà voce agli esclusi che si sono “Ripigliàti” con una serie di podcast, il primo dei quali parla del mondo carcerario

Ferite rimarginate

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05 maggio 2021

Storie senza schegge, “ripigliate” per imparare, almeno un po’, come rinascere. L’idea è di un gruppo di ragazzi, tra cui un sacerdote e un frate francescano, dell’ufficio comunicazioni della diocesi di Grosseto che hanno voluto produrre una serie di podcast i cui protagonisti hanno vissuto l’emarginazione ma sono riusciti a reinventarsi, a superarsi e a rimarginare le ferite. «Abbiamo un po’ giocato con le parole perché “Ripigliàti” è un termine tipico toscano. La scelta dell’espressione locale è anche per dare un tocco di leggerezza a temi molto importanti» racconta il direttore, Giacomo D’Onofrio, sottolineando che «l’obiettivo è quello di raccontare storie di speranza e di ripartenza, tutte diverse tra loro, che spiegano passo dopo passo il percorso virtuoso dei protagonisti grazie al quale sono tornati a vivere».

Il primo dei sette podcast preparati dalla redazione grossetana parla di carcere: «Si è partiti da qui perché il pensiero della società verso chi ha commesso un delitto, e che poi viene condannato, è quello di dire: giustizia è fatta, dimenticando conseguentemente le persone che stanno dietro le sbarre», riprende D’Onofrio. Mentre invece «è quanto mai necessario costruire quel ponte da tanti parti evocato tra istituti di pena e territorio, attivando reti istituzionali e sociali in grado di non abbandonare a se stessi sia i ristretti, che coloro sono tornati in libertà».

Paolo, uno dei protagonisti di «Ripigliàti» ne è una testimonianza: «Ha avuto problemi con la tossicodipendenza ed è stato diversi anni dentro», continua il direttore dell’ufficio comunicazioni della diocesi di Grosseto. «Oggi è un punto di riferimento della stessa struttura che lo ha aiutato ad uscire dalla droga ma ci ha raccontato che l’esperienza detentiva è dura e molto dipende dagli incontri e dalle relazioni che si stringono all’interno della casa di reclusione. Ciò dimostra che il carcere dovrebbe essere in grado di rieducare i suoi ospiti, ma così non è». Secondo D’Onofrio, per Paolo, come per altri, è stata fondamentale la fede. «Si è riavvicinato a Dio proprio nel periodo più buio. Nel momento di disperazione cercava un’ancora di salvezza e l’ha trovata grazie al cappellano del carcere. Una volta uscito, ha proseguito, con don Enzo Capitani, direttore della nostra Caritas che da anni lavora a contatto con i tossicodipendenti. In questo circuito virtuoso di reinserimento ha avuto modo di riscoprire il valore della famiglia».

La voce di Paolo al microfono dei ragazzi di Grosseto è ancora più chiara in questo senso: «Quando si varca il muro sei consapevole che hai davanti a te due prospettive: uscire meglio, oppure peggio, di come sei entrato. L’esperienza nella struttura di massima sicurezza di Prato è stata di forte impatto», racconta. «Ho conosciuto gente con “fine pena mai” ed è proprio qui che ho aperto gli occhi. Sono stati i compagni ergastolani a convincermi che, data la mia giovane età, avrei avuto altre occasioni nella vita, sicuramente migliori rispetto a quelle che mi avrebbe offerto un’esistenza da ristretto». Quanto alla sua rinascita, Paolo spiega che è solito ripetere ai ragazzi che segue ogni giorno: «grazie a voi scopro sempre cose nuove. Ognuno ha un bagaglio personale inestimabile che va valorizzato».

«Ripigliàti» è una esperienza professionale, ma al tempo stesso umana, molto forte. Ne è convinto la mascotte del team, Giovanni Cerboni, 18 anni, il più piccolo del gruppo che ha offerto il suo contributo sia per la parte redazionale, che per la produzione dei podcast: «Per me ha voluto dire inserirsi in una storia che viene da lontano e darle voce coi linguaggi di oggi», racconta il giovane volontario. «Per questo abbiamo voluto chiamare il prodotto finale “Dare voce alle parole”. Ci si accorge subito, infatti, che le parole nella nostra città, nella nostra Chiesa ci sono, a volte bisogna avere solo un po’ di pazienza e impegno per dar loro voce. Questo è meraviglioso, così come è stimolante dal punto di vista professionale», continua Cerboni. «Lavoro con cose nuove, che non conosco e da un lato sono chiamato a seguire le mie intuizioni, come ad esempio il linguaggio del podcast per arrivare alle nuove generazioni, e al tempo stesso confrontarmi con altre persone, che hanno altre competenze e altre sensibilità e insieme trovare una sintesi, sempre legati da questa prospettiva unica del servizio e del dare voce».

di Davide Dionisi