· Città del Vaticano ·

La origami-terapia per una bimba migrante sbarcata sola

Segui la piega
e distendi la vela

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04 maggio 2021

«Oggi in un rifugio per profughi ho incontrato una bambina. È vestita di viola. Ha forse cinque anni, due grandi occhi marroni e una nuvola di capelli al vento. Le ho sorriso. Anche lei ha sorriso. Che faccio ora? Mi sono detta. Ho preso della carta e le ho fatto una barchetta, un’altra e un’altra ancora. Barchette viaggianti tra le dita, tante!». È nata intorno a un messaggino mandato dal telefono la storia di un bel progetto di prima accoglienza per richiedenti asilo della Caritas diocesana di Brescia. Siamo nel novembre 2015, data di fondazione della Cooperativa Sociale Kemay per l’accompagnamento dei richiedenti protezione internazionale nelle parrocchie.

Kemay è la bimba vestita di viola, dai grandi occhi marroni e una nuvola di capelli. È lei la prima bambina accolta dalla comunità che le deve il nome, e tra i tanti rami nati dall’albero di questa storia c’è ora un libro-puzzle, La bambina delle barchette di carta (Bologna, Fatatrac, 2021, euro 9,90), composto da 20 schede. Ogni tessera ha da un lato il testo (di Chiara Buizza, Letizia Foglietti, Irene Franzoni e Cosetta Zanotti), dall’altra l’illustrazione (di Chiara Bolometti). Ogni tessera presa singolarmente ha il suo senso per il bambino che guarda e legge, ma composte assieme le tessere assumono una veste nuova, andando a formare un puzzle che è, insieme, una grande immagine e una grande storia. Quella di una bambina terrorizzata dalla separazione dalla madre (mancanza che brucia fino a immobilizzarla), sperduta nel centro di accoglienza per rifugiati dove è appena arrivata; una bambina il cui unico desiderio sembra essere quello di continuare a sentire sua madre vicina. Per Kemay è la volontà, resa possibile dalle persone che incontra, di non lasciare che gli eventi la travolgano.

Il libro-puzzle si apre con una frase di Akira Yoshizawa, uno dei maestri dell’arte dell’origami: «Quando le mani sono occupate, il cuore è sereno». Ed è la frase che accompagna la piccola Kemay e l’adulta Stella mentre costruiscono insieme le barchette, veicolo di un primo incontro. È tramite queste, infatti, che la bambina e la donna riescono ad ascoltarsi e, soprattutto, a meravigliarsi insieme.

Si preferisce non guardarli, i piccoli migranti che arrivano soli sulle coste europee, presenze con cui le società di approdo stanno scegliendo di non fare i conti. A differenza di tante comunità e realtà locali che nel tempo si sono attivate, una rete capillare e tenace che, dal basso, tenta di colmare i vuoti della politica e delle istituzioni. Ne è un esempio proprio la cooperativa Kemay, i cui progetti si articolano in diversi rami, uno dei quali è Approdi. Bel nome per una proposta di formazione e sensibilizzazione presente nelle scuole del bresciano dal 2018. La via scelta è quella di interrogare bambini e ragazzi sul loro modo di pensare la migrazione, lavorando su stereotipi e resistenze, ridefinendo esperienze e percorsi (la proposta è curata dalle operatrici della Kemay e da giovani del progetto Giovani Protagonisti Attivi, finanziato anche grazie ai fondi dell’8 per mille).

Tornando al libro-puzzle, La bambina delle barchette di carta è una nuova tessera per quella preziosa coperta patchwork che è la narrazione dei bambini migranti rivolta ai bambini di approdo. Su questo giornale abbiamo, nel tempo, presentato alcuni di questi libri. Nel 2018 fu, ad esempio, la volta di Rifugiata. L’odissea di una famiglia (Edizioni Terrasanta) di Tessa Julià Dinarès e Anna Gordillo Torras, libro collegato all’attività per i rifugiati, animata da fra John Luke Gregory, sostenuta dalla Custodia di Terra Santa a Rodi e Kos. Le due isole greche, dove i frati minori francescani sono presenti da secoli, e quel Mediterraneo che le bagna, e che collega — così vicino, così lontano — l’Europa alle coste africane e del Medioriente.

Quel mare che l’anziano Ezechiele, il pescatore siciliano protagonista de La traversata (Milano, Il Castoro, 2021, pagine 152, euro 14) di Francesco D’Adamo, decide di solcare in un viaggio al contrario, per riportare a casa lo zainetto di un bambino sbarcato in una notte di tempesta, e poi fuggito con altri naufraghi. Ezechiele non ha conosciuto il piccolo migrante, ma quando l’indomani trova l’oggetto sulla sabbia, decide che la mamma deve sapere che suo figlio ce l’ha fatta. Il viaggio al contrario è così non solo quello dall’Europa all’Africa, ma anche quello di una madre a cui si racconta suo figlio.

Quel mare, infine, che ci riporta alle barchette di Kemay. Barchette ora davvero di carta, ma rese finalmente salde dalla cura e la dedizione di chi le ha ripensate e realizzate. Barchette inusuali protagoniste del ponte che conduce all’incontro tra chi parte e chi arriva, scoppiettanti esplosioni di fantasia («segui la piega, distendi la vela» suggeriscono le istruzioni allegate al libro-puzzle) nella certezza che, partendo dal basso, un altro mondo sia possibile. Barchette che diventano foglie, foglie che diventano ponte tra presente e passato. Tra terra di arrivo e terra di partenza. «Stringe una mano ad Abel, allunga piano l’altra perché anche lei vuole galleggiare in aria come una foglia, su sempre più su nell’azzurro. “Se divento una foglia — dice Kemay — posso volare in alto e vedere dov’è la mamma”». Per raccontarla e raccontarle, ancora e di nuovo.

di Silvia Gusmano