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Osservatorio

Teologhe, la mano passa
alla terza generazione

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29 maggio 2021

«Mi auguro che la consapevolezza di contribuire a un’opera bella, utile, feconda, le faccia sopportare la fatica. Che sappia custodire la memoria. E che riesca a stupire». Sono questi i tre auspici che Cristina Simonelli rivolge a chi le succede alla guida del Coordinamento teologhe italiane (Cti) a partire dal 5 giugno, data dell’assemblea, nella quale si rinnovano – oltre alla presidenza – anche la segreteria e il consiglio, almeno in parte. A diciotto anni dalla fondazione, il Coordinamento vive un importante snodo. Il secondo. «Il primo è avvenuto nel 2013 quando c’è stato il cambio della guardia tra l’ideatrice, Marinella Perroni e me. Ora sono io a terminare il secondo mandato e a lasciare l’incarico, come prevede lo statuto. Un’alternanza necessaria. A ogni cambio, passiamo il testimone a una generazione successiva. Perché le “nuove leve” non restino studentesse a vita ma diventino madri e maestre», spiega.

Dopo la fase pionieristica della fondazione, Cristina Simonelli si è concentrata sulla strutturazione e l’articolazione del Cti che ora conta 161 socie, fra quante hanno completato un percorso di formazione teologica o si dedicano alla disciplina per professione. Del gruppo fa parte anche una decina di uomini. «Non siamo un gruppo separatista né una corporazione: assumiamo la differenza ma la viviamo in relazione, con un impianto critico e trasformatore. Il Coordinamento è uno spazio plurale, in tutti i sensi: non abbiamo un unico punto di vista sull’attualità ecclesiale. Il nostro motto è: “Io non ti scomunico”. Coltiviamo gli studi teologici in una prospettiva di genere, nella convinzione che la differenza sessuale sia il grande rimosso culturale. Portarla a parola è irrinunciabile anche per la teologia». Una scienza quest’ultima sempre in questione: per l’oggetto, inafferrabile per definizione, e perché il soggetto che la pratica è storicamente e socialmente situato.«Il nostro essere donne, in quest’ottica, viene prima delle differenze confessionali. Il Cti, dunque, luogo ecumenico, indica una prospettiva di lavoro per la Chiesa». Laboratorio di progettualità, sostegno per quante muovono i primi passi nella disciplina, terreno di scoperta di nuovi talenti, l’associazione vuole essere soprattutto «una forza tranquilla».«Non amiamo i pamphlet né i proclami roboanti. Al contempo, però, in questi otto anni, mi sono sentita libera di parlare con grande libertà. Non solo della Chiesa ma di Dio e del mondo. Una libertà radicata nel senso. E per questo autentica, rispettosa, audace».

di Lucia Capuzzi
Giornalista di Avvenire