· Città del Vaticano ·

Coraggiose

Oltre tutti i fili spinati

Esther Hillesum, detta Etty (da ettyhillesum.it)
29 maggio 2021

Etty Hillesum, un percorso inedito anche nell’abisso del male


Inquieta ed inquietante donna: Etty Hillesum ha sempre vissuto fuori dagli schemi, sembra quasi che nell’esistenza abbia voluto segnare un percorso inedito, non programmato e, ad uno sguardo superficiale, pure sbandato e senza meta, senza prospettiva. Urgeva dentro di lei invece e turbinava — perché in Etty tutto turbina, nulla e nessuno mai sono acqua cheta, immobile — un eros, una forza primordiale che si sarebbe scavata la sua fuoriuscita. Con quale modalità? Con quale sorpresa?

Che Etty amasse la poesia, fosse una grande lettrice, si dilettasse di musica, prediligesse la lingua russa ma fosse anche esperta di Diritto, tutto questo era scontato. Che avesse conosciuto l’impeto dell’innamoramento, la relazione con giovani attraenti, era pure scontato: “Ho spezzato il mio corpo come il pane e lo ho condiviso fra gli uomini. Perché no, erano affamati e ne mancavano da tanto tempo” [Hillesum E., Diario 1941-1942, ed. integrale, Adelphi, Milano; d’ora in poi d ]. Che giungesse invece, attraverso malattie, smarrimenti, difficoltà e persecuzioni antisemite a cogliere altro, lascia proprio stupefatti ed ammirati:

Un pozzo molto profondo è dentro di me. E Dio c’è in quel pozzo. Talvolta mi riesce di raggiungerlo, più spesso pietra e sabbia lo coprono: allora Dio è sepolto. Bisogna di nuovo che lo dissotterri (D 97).

Siamo nell’Olanda dove montano le persecuzioni degli ebrei fino alla loro deportazione per essere sterminati. Il clima storico in cui Etty si rivela scrittrice non poteva essere peggiore per quella (presunta) tranquillità che deve avvolgere chi, nell’immaginario popolare, si dedica alla scrittura. L’ispirazione invece nasce dalla lotta interna e dalla lotta esterna. Quanto mancava alla sensibile giovane ragazza di Amsterdam era proprio entrare dentro di sé e trovarvi un giacimento di sentire, di gustare, di percepire.

Scriveva il 23 agosto 1941 nel suo monumentale Diario, perché Etty, era una …grafomane:

Quanto faccio è hineinhorchen (prestare ascolto) (mi sembra chequesta parola sia intraducibile). Presto ascolto a me stessa, agli altri, al mondo. Ascolto molto intensamente, con tutto il mio essere, e tento di immaginare il significato delle cose. Sono sempre molto tesa e molto attenta, cerco qualche cosa, ma non so che cosa. Quello che cerco, ovviamente, è la mia verità, ma ancora non ho idea di come apparirà. Procedo ciecamente verso un certo obiettivo, possosentire che c’è un obiettivo, ma dove e come non lo so (D 91).

Malata, instabile e depressa ma ricca pur credendosi povera, trovò un aiuto proprio nell’eros, non inteso in termini di licenziosità sbrigliata ma in quelli della forza di slancio che, radicata nel reale, nel corporeo, scorge intuitivamente altro, quell’ oltre che, da credenti, si può denominare l’Altissimo e da ebrea per il suo sentire, e non credente, si può intendere nell’esperire e nel lasciarsi condurre dall’onda.

Un passo compiuto in solitudine? Un dono di Spirito sceso dall’alto? Può esserci un’altra valenza nel caso di Etty: l’eros che poggia la sua forza su di un uomo conosciuto verso la fine del gennaio 1941, Julius Philipp Spier, un ebreo tedesco rifugiato in Olanda, persona dai molteplici talenti, bancario, cantante, psicochirologo che studia la morfologia e la classificazione delle linee delle mani, con un’antenna fissata sul capo. Così lo descrive:

Occhi penetranti e chiari, la grossa bocca sensuale, la statura massiccia quasi taurina, i movimenti liberi e leggeri come piuma… Seconda impressione: occhi grigiastri intelligenti, incredibilmente saggi, che per un po’, ma non a lungo, distoglievano l’attenzione da quella bocca carnosa ( d 4).

Attraverso l’amore carnale, sessuale, venne spuntando quel mondo sotterraneo che richiedeva di dispiegarsi nello spirituale, nell’anima, nello spirito e Spier divenne «il grande amico, l’ostetrico della mia anima» ( d 562).

Non bisogna confondere il lessico cristiano con il lessico di Etty, non si tratta di conversione al cristianesimo, significherebbe tradire la sua persona e il grande lascito che scorre nel nostro tempo.

Etty prega. Come prega? Chi prega? La risposta è vergata da lei stessa:

Quando prego, non prego mai per me stessa, ma sempre per gli altri, oppure dialogo da pazza, da bimba o in modo serissimo con la parte più profonda di me che, denomino, per comodità, Dio ( d 523).

La ricaduta di questa scoperta fu sperimentata su se stessa in una salute che andava corroborandosi, malgrado le restrizioni belliche e il dramma della persecuzione nazista, e sugli altri in una dimensione di totale coinvolgimento, si direbbe illimitato, nell’aiuto al prossimo e nel grande finale, vissuto con concreta razionalità e cognizione di causa: salì sul treno diretto ad Auschwitz quando invece sarebbe potuta scampare alla deportazione e alla vile gassazione. Cammino non esente da difficoltà e da scorie, affermò il 4 agosto 1941: «È assai difficile vivere in accordo con Dio e con il proprio basso ventre». Etty si sentiva affine, in Wahlverwandschaft, a Rainer Maria Rilke; per questo gli svela il proprio gorgoglio interiore:

… anche se tu non sei più in questo mondo, proprio per questo vorrei scriverti delle lunghe lettere, tu sei sempre vivo. Ospitare l’altro nello spazio interiore proprio e lasciare che si dilati, conservargli un posto in noi, in cui possa maturare e dispiegare la propria potenzialità. Quand’anche non ci si veda per molti anni, vivere proprio con l’altro. Concedere che perseveri a vivere in noi e vivere con lui, per me è l’essenziale. In questo modo si continua a procedere con qualcuno, senza che gli eventi della vita travolgano… quando si ama veramente, allora bisogna essere capaci di soffrire. In altro caso, l’amore non sarebbe autentico, ma solo con il centro su di sé, sarebbe un amore possessivo… ( d 292).

Con la guida di Spier l’attende un grande lavoro di ripulitura, deve scopare rifiuti interiori e frammenti per poter approdare alla stille Stunde, all’ora quieta. Etty rientra in una categoria molto speciale di persone pensanti, non si chiede perché Dio abbia permesso l’orrore di Auschwitz, neppure se Dio soffre e, tantomeno, lo da per morto. Compie un balzo singolare, personalissimo, vuole salvare Dio: si noti bene quell’idea che abbiamo di Dio e che per lei era quel fondo, quel giacimento vitale che aveva scoperto e fatto suo:

Caro Dio, sono tempi d’ansia. Questa notte, per la prima volta, sono stesa nel buio con gli occhi brucianti per le scene dopo scene della sofferenza umana passate davanti a me. Ti prometterò una cosa, Dio, una cosa molto piccola: non caricherò mai la mia giornata con le preoccupazioni per il mio domani, anche se richiede un certo esercizio. Ogni giorno basta a se stesso. Voglio tentare di aiutare Te, Dio, frenare la mia forza che sfugge, anche se non posso garantirlo a priori. Una cosa però mi sta diventando sempre più chiara: Tu non puoi aiutarci, noi dobbiamo aiutare Te ad aiutare noi stessi. Ed è tutto quanto possiamo fare in questi giorni e pure quanto realmente conta: noi salviamo quel piccolo pezzo di Te, Dio, in noi stessi. E forse, pure negli altri. Ahimè, non sembra ci sia molto che Tu, da Te stesso, possa fare per le nostre circostanze, per le nostre vite. Non te ne ritengo però responsabile ( d 488-489).

Nel dicembre 1942 rivolgendosi a delle amiche, Etty descrive, con icasticità e maestria, l’ambiente in cui vive, il campo di transito verso i campi di sterminio all’Est:

Nell’insieme c’è una grande ressa, a Westerbork, quasi come attorno all’ultimo relitto di una nave a cui si aggrappano troppi naufraghi sul punto di annegare… ( d 620-621).

Sempre in soccorso degli altri, sempre unita ma separata da Spier, Etty vive una dimensione cristallina:

Non ha importanza se ci si trovi dentro o fuori del campo, quando si ha una vita interiore ( d 288-289).

Martedì 7 settembre 1943, vicino al villaggio di Glimmen, poco prima del confine con la Germania, Etty scrive il suo ultimo messaggio, una cartolina che fece cadere dal carro bestiame che la stava portando ad Auschwitz:

Christien, aprendo la Bibbia a caso vi trovo questo: Il Signore è la mia camera alta. Sono seduta sul mio zaino, al centro di un vagone merci stipato. Mio padre, mia madre e Mischa si trovano in qualche vagone più avanti. In fine, questa partenza è arrivata senza preavviso. Ordine improvviso speciale per noi dall’Aia ( d 702).

Senza illusioni, deportata sul treno della morte, ma con coraggiosa certezza pulsante in lei:

Si dovrebbe voler essere un balsamo per molte ferite ( d 583).

di Cristiana Dobner
Carmelitana scalza, priora del monastero di S. Maria del Monte Carmelo a Concenedo di Barzio (Lecco). Teologa, scrittrice e traduttrice.