· Città del Vaticano ·

Sapienti

La lunga attesa di Ildegarda
“piuma” di grandi talenti

Ildegarda di Bingen riceve una visione e la descrive al suo segretario Miniatura dal Codice Rupertsberg del Liber Scivias (Wikimedia commons)
29 maggio 2021

Proclamata santa e dottore della Chiesa solo dopo mille anni


Piccola, minuta, fragilissima Ildegarda scampata alla morte il giorno in cui ha visto la luce, cos’è mai quel che vede, che le appare nei suoi giorni di bambina solitaria, schiva di parole, quando lo sguardo si incanta e segue immagini che altri non sanno interpretare?

Parla a noi moderni, immersi nel mondo dell’immagine, Ildegarda di Bingen, samaritana dello sguardo, teologa della visione. “Quel che non vedo, non conosco”, ripete.

Il popolo l’ha riconosciuta donna di Dio mentre ancora era in vita, e venerata immediatamente dopo la morte ma è solo nel 2012 che viene formalmente proclamata santa e Dottore della Chiesa. Una lunga attesa per l’attribuzione di una dimensione intellettuale così difficile da riconoscere alle donne nella Chiesa, più facilmente accettate come mistiche che come teologhe. E del resto niente è stato facile nella vita di Ildegarda. Non la sua nascita faticosa, decima figlia. Non i primi anni della vita, bambina complicata, particolarissima, inquietante. Non il convento, in cui è entrata giovanissima. Anche nel dodicesimo secolo non era comune autorizzare l’ingresso in convento a otto anni. Può sembrare tremendo e lo è. Ma all’epoca i bambini erano amati e lasciati andare in modo diverso da quello che conosciamo oggi. Non è facile immaginare ma possiamo provare.

Ildegarda nasce a Bermersheim, diocesi di Magonza, nel 1098, da una famiglia della piccola nobiltà. Secondo quanto riporta la Vita di Santa Ildegarda scritta da Goffredo di Disibodenberg e da Teodorico di Echternach è spesso malata, quasi sul punto di morire, ha visioni, parla pochissimo. Quando entra nel monastero benedettino di Disibodenberg viene affidata alle cure della giovane nobile Jutta di Spanheim, che lì vive la vita dell’anacoreta in una cella fatta costruire dalla sua famiglia e che accetta di educarla nella vita spirituale. In una lettera a Bernardo di Chiaravalle Ildegarda scrive di conoscere il significato interiore dei Salmi e di altri testi della Bibbia che le vengono mostrati nelle visioni ma di saperli leggere “soltanto in maniera semplice” e di non conoscere le singole parole. Una professione di ignoranza che verrebbe confermata dalla Vita, dove si legge che Jutta le insegnò solo a cantare i salmi di Davide accompagnandosi con il salterio a dieci corde, e che a parte questo “non apprese nient’altro di lettere né di musica da altri esseri umani, nonostante rimangano di lei non pochi scritti e alcuni volumi tutt’altro che esili”. Molto probabilmente non è vero. Quel che sia Ildegarda che i suoi agiografi vogliono sottolineare è che in lei è Dio a parlare. Perché la sua figura è assolutamente eccezionale e all’epoca questo poteva essere molto pericoloso in quanto le visioni erano sospette allora come ora perché chissà se vengono da Dio o dal demonio. Nemmeno Ildegarda bambina può saperlo e infatti per lungo tempo impara a tenerle segrete. Intorno a lei capiscono l’eccezionalità e il pericolo che corre e mandarla in convento è una forma di estrema protezione dalle chiacchiere del mondo. Ma per lei diventa anche altro. Come scrive Chiara Frugoni, il monastero è uno spazio di autonomia per la donna del medioevo, luogo in cui lei può avere la “stanza tutta per sé” che le permette di eguagliare e superare gli uomini nella preghiera, nella meditazione e nella cultura.

Essere donna piena di sapienza è un vivere sul confine. Difficile non tracimare, ma pericoloso farlo. Un estenuante accogliere e contenere. Anche in convento perché anche il convento deve proteggersi, soprattutto dal sospetto di eresia e anche lì Ildegarda riceve dall’abate Kuno la consegna del silenzio e lei lo accetta: “Fino al mio quindicesimo anno di vita vidi molte cose, e alcune le raccontai semplicemente ma quelli che le udivano si meravigliavano a tal punto che si chiedevano da dove venissero e da chi... Perciò mi meravigliai io stessa e nascosi la Visione, per quanto possibile”. Non può parlare di quello che vede, ma lei vede e vede in un modo del tutto chiaro, la mente per niente confusa: “Queste cose le ascolto... con gli occhi aperti, per cui nelle visioni non subisco il venir meno dell’estasi: le vedo in stato di veglia, di giorno e di notte”. Dio si presenta come Luce. Nei testi di Ildegarda le parole luce, luminoso, sole, illuminazione, chiarore, ritornano come la chiave di interpretazione della creazione. Le visioni sono precise, colte, prendono le mosse dal testo biblico ma sono originalissime. Non può che venire da Dio quello che sa e fa.

E sa moltissimo. Di sé Ildegarda dà più volte una definizione bellissima: “una piuma affidata al vento della fiducia in Dio”. Piuma perché esposta al vento del sospetto o dell’idolatria. In un soffio la pensano santa o stregona. È legatissima alla sua nobile discepola Riccarda di Strade, che predilige, educa e ama. Non teme gli affetti, lei che è amata da Dio. È la fede in Dio che la muove e anche se conosce i dubbi dei profeti dell’Antico Testamento, infine ha chiara consapevolezza del proprio valore di strumento nelle mani di Dio. Quella che lei chiama Viva Luce le mostra chiaramente ciò che deve fare. Scrivere, e Ildegarda scrive. A partire dai suoi quarantadue anni comincia a dettare le visioni. E in questo l’aiuta il monaco Wolmar, a lei assegnato, purché le rivelazioni non escano dal monastero. Ed è lui anche a dipingere le sue visioni, miniature bellissime, allegoriche, complesse, sul cosmo, l’essere umano, la città, lo Spirito che vivifica tutte le creature. Tre le opere teologiche e profetiche, lo Scivias (Conosci le vie), il Liber vitae meritorum (Il libro dei meriti della vita) e il Liber divinorum operum (Libro delle opere divine). Intanto Ildegarda ha fondato il monastero di Rupertsberg, in un luogo che le è stato indicato da Dio, nei pressi di Bingen, sul Reno. Una lotta ottenere il permesso dell’abate Kuno, abituato alle vocazioni e quindi alle ricche doti che grazie alla presenza di Ildegarda arrivavano al monastero. Poi la Viva Luce le dice di curare e lei cura e guarisce. Era normale la presenza dell’infermeria nei monasteri benedettini, ma a lei la Viva Luce detta anche i fondamenti dell’arte della cura e Ildegarda scrive il Liber subtilitatum diversarum naturarum creaturarum (Il libro delle sottili differenze delle diverse nature delle creature). Una raccolta teologico-naturalistica del sapere intorno alle piante, alle malattie, all’equilibrio del corpo. Il corpo e lo spirito. Lo spirito che opera nel corpo e con il corpo. L’unità fra la natura e lo spirito, gli animali, le piante e gli uomini. Viene in mente il mondo sottile degli spiriti dello sciamanesimo universale, l’idea che c’è continuità assoluta fra la vita dell’uomo e della natura. O un anticipo della moderna visione unitaria del mondo. È così ma in Ildegarda è Dio l’autore di questa armonia.

Intanto trascrive le musiche celesti che accompagnano le visioni. È una musica nuova e guida le sorelle monache a farne parte i fedeli durante le celebrazioni. Sono visioni anche le consorelle. Le veste di luce, con veli e corone che danno scandalo, ma non si ferma. Prima donna compositrice di cui abbiamo le musiche e che fieramente difende il ruolo del canto nella vita di fede.

È così senza misura umana quello che le capita. Ama Dio attraverso i corpi che cura. Prima lo ha amato attraverso le parole. Poi attraverso la musica, infine attraverso le piante e i fiori, la natura tutta.

E poi, quando ormai è grande, già vecchia per l’epoca, la Viva Luce le ordina di predicare, attività assolutamente eccezionale per una donna. E lei parte: Colonia, Treviri, Liegi. Würzburg. Dobbiamo immaginare questi viaggi nell’altro medioevo, una donna da sempre fragile, il freddo, il fango del disgelo, il fiume Reno da attraversare. La malattia la rende una samaritana bisognosa di cure, ma è la Viva Luce che la cura e attraverso di lei cura i corpi, le eresie, le tentazioni di potere.

In quanti modi è stata samaritana Ildegarda. Non ha mai cambiato lato della sua strada anche se era una donna, sola, nessuna grande personalità che la proteggesse, “paupercula feminea forma”, comandata da uomini, potenti sacerdoti e leviti che controllavano il suo dono. Viene in mente la sequenza di Pasqua, “morte e vita si sono affrontate in un duello straordinario”, in lei, nel suo corpo.

Il mondo intorno si chiede come sia possibile, ma sono domande di niente quando la fede e l’amore per le creature ci abitano.

Due arcobaleni luminosissimi si incrociano nel cielo, uno da nord a sud e uno da est a ovest, proprio sopra la cella del monastero di Rupertsberg quando Ildegarda muore la sera del 17 settembre 1179. Sul punto in cui i due arcobaleni si incontrano appare una luce chiarissima al cui interno si mostra una croce circondata da cerchi colorati. Il movimento di luce si allarga a tutto il firmamento e scende sulla terra fino a illuminare la montagna intorno al monastero, ad abbracciare tutta la sua amatissima terra, piena di energia, la chiamava Viriditas, verde forza vitale, in cui tutto il creato si sostiene. Creato a cui Dio ogni giorno manda la ”Rugiada della sua mitezza”.

[Le citazioni sono da Il libro delle opere divine, a cura di Marta Cristiani e Michela Pereira, Mondadori 2010.]

di Mariapia Veladiano
Scrittrice, laureata in filosofia e teologia