· Città del Vaticano ·

Suore

Da corriere dell’oppio
al convento
della Provvidenza

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29 maggio 2021

Natalia salva le bambine dalla tratta del Triangolo d’oro


Il mercato tailandese di Chaen Sean sembra un formicaio. Vendono pesce, carne, larve e insetti. Natalia si muove veloce tra i banchi della verdura, trattando la vendita delle sue cipolle e del ginseng, che servirà al mantenimento delle bambine accolte nella Casa della Provvidenza. Sono 60 bambine liberate dal traffico, orfane, abbandonate, che hanno trovato un tetto e l’amore di una comunità. E l’orto di suor Natalia Na Le’ è la principale forma di sostentamento.

Siamo nel Triangolo d’Oro, quel punto di incontro tra Thailandia, Laos e Myanmar, che è un incrocio di traffici di droga, di denaro di dubbia provenienza, di esseri umani. Stiamo girando un documentario sulla liberazione delle bambine vittime di tratta, Tears&Dreams. All’alba di una giornata molto calda, suor Natalia va allo “zoo”, un villaggio dove vengono esibite ai turisti sprovveduti le “donne giraffa”. Sono ragazze Akha, profughe o rapite in Myanmar, con il loro giro di anelli al collo, che provoca la disarticolazione delle vertebre. Gli anelli pesano diversi chili. Le bambine iniziano già da piccole a portarli. Stanno lì, nello zoo, a tessere e cantare, facendosi fotografare dai turisti. I guardiani raccolgono i soldi e vigilano che le ragazze non fuggano.

Suor Natalia, con altre suore Akha, è riuscita a far uscire da quell’inferno diverse bambine, mettendole in salvo. Non è cosa facile, anzi, è molto pericoloso. Mi chiedo da dove venga il coraggio di quella donna. Non riesco neppure a fare le riprese nello zoo, il mio stomaco è chiuso e la mente annebbiata. Durante un giro esplorativo in piroga sul fiume Mekong, verso il Laos, suor Natalia racconta la sua storia.

Natalia è cinese, di una regione al confine con il Myanmar. Scontri e scorribande spingono il padre a fuggire dalla Cina, portando con sè la madre e soprattutto le figlie femmine. Lei è solo una bambina, ha tre anni quando inizia a fuggire nella foresta. La famiglia si rifugia nel Myanmar, nella zona della tribù degli Akha. Riescono a costruire una capanna e a coltivare un pezzetto di terra piantando del riso, ma questo non basta per dar da mangiare a tutti. E così iniziano a coltivare l’oppio, che rende bene. Il Triangolo d’Oro è una delle capitali mondiali della produzione dell’oppio, che viene poi lavorato producendo principalmente eroina e cocaina. A Chiang Saen c’è un museo per raccontare tutta la storia dell’oppio e farne vedere la lavorazione. Natalia, a soli 12 anni, lo trasporta lungo il fiume, è un corriere.

Nella foresta, tra profughi, sfollati e disperati, non ci sono medici. Basta un semplice mal di denti, o un dolore da una ferita, a far prendere l’oppio per far passare il male. Lo fanno tutti. A volte lo usano anche per non sentire la fame, bambini compresi.

Il commercio dell’oppio provoca scontri tra bande e tribù diverse, e i vari eserciti si alternano a fare fuoco. Natalia si trova coinvolta con i guerriglieri e la sua vita diventa sempre più dura. Non si tira indietro, combatte dove è necessario, per la sopravvivenza.

Una notte riesce a portare in salvo la famiglia durante un pesante scontro a fuoco tra Akha, Shan e esercito. Dopo un lungo cammino nella foresta, vengono accolti dalla tribù dei Lahu, di origine cinese. Lì finalmente le cose vanno meglio e Natalia riesce a frequentare una scuola, quella tenuta dai padri del Pime, il Pontificio Istituto Missioni Estere. Per poter restare in quel luogo e avere un documento di identità, dichiara di essere una Lahu e cambia nome. Viene poi invitata a stare in una casa di accoglienza dalle suore e può finalmente cambiare vita.

Non è un percorso semplice, dalla vita di guerriglia e traffici tra la foresta e il fiume, alle regole di una casa rifugio. Il primo anno è durissimo. Oltre alle difficoltà di adattamento, Natalia è triste perché vede che tutte le ragazze vanno a ricevere la comunione e lei no. Chiede così di poter essere battezzata, ma la sua richiesta non viene accolta. Solo dopo alcuni anni, per interessamento del vescovo, finalmente riceve il battesimo e chiede di diventare suora. Racconta un episodio particolare: “Stavo pregando davanti alla statua della Madonna e ho sentito una voce che diceva ‘figlia mia vieni qui e diventa suora’. Dopo aver sentito la voce sono scesa a chiedere il permesso alla superiora e lei me lo ha accordato.”

Prima di entrare in convento, Natalia va dal padre a chiedere il permesso e lui le risponde: “Figlia puoi diventare suora, perché tra noi cinesi solo i figli maschi devono portate avanti la tradizione e poi almeno se diventi suora, nessun uomo ti maltratterà”. È il 25 dicembre 1981. Ci vorranno altri 7 anni di attesa, tra certificati mancanti, ostacoli, scuola da finire. Infine Natalia diventa suora in una congregazione locale dedicata alla provvidenza, che poi viene unita alle Suore della Provvidenza di San Gaetano da Thiene.

Natalia ha mantenuto il coraggio della prima giovinezza e lo interpreta alla luce del Vangelo. Oltre all’orto per mantenere le ragazze, segue i lavori di costruzione della nuova sala comune – chiesa finanziata per interessamento di un monaco buddista. I fine settimana fa la catechista nei villaggi dei profughi Akha e Lahu, che non hanno un riconoscimento giuridico e vivono in condizioni di estremo disagio. Racconta Natalia: “La maggioranza di loro fa uso di droga e alcol e hanno molti problemi.

I padri di famiglia pensano solo a loro stessi dimenticando mogli e figli. Perciò i ragazzi non riescono a finire la loro educazione e sono attratti dal facile profitto, vendono droga e finiscono in carcere. Nei villaggi spieghiamo il Vangelo e insieme i danni che provoca l’oppio.”

Una volta al mese Natalia e un’altra suora birmana si travestono da donne manager, attraversano il Mekong e vanno al casinò nel Laos. Riescono da lì a uscire di nascosto da una porta sul retro per andare a fare il catechismo nei villaggi proibiti. Natalia lo racconta con semplicità sulla piroga sul Mekong: per lei non è eroico, è il normale impegno di una semplice suora cristiana.

di Lia Beltrami
Scrittrice e regista