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Una giovane Dorothy Day nel 1916 protesta contro la guerra mondiale
29 maggio 2021

Una giovane Dorothy Day nel 1916 protesta contro la guerra mondiale


“Stamperemo le parole di Cristo che è sempre con noi… Ama i tuoi nemici, fai del bene a chi ti odia, e prega per coloro che ti perseguitano e ti calunniano, così che potrai essere figlio di tuo Padre in Paradiso, il quale fa nascere il sole sul buono e sul cattivo, e manda la pioggia sui giusti e sugli ingiusti”.
La firma è quella di un’attivista statunitense libertaria e giornalista impegnata politicamente: Dorothy Day. È il 1942 quando sigla queste righe indelebili in un suo editoriale sul Catholic Worker: “Siamo ancora pacificisti. Noi continueremo la nostra resistenza cristiana pacifista. Il nostro pacifismo è il Discorso della montagna, quindi non prenderemo parte a guerre armate o alla produzione di munizioni, né compreremo titoli di Stato per proseguire la guerra, né esorteremo terzi a compiere questi sforzi”.

Dorothy Day è stata per decenni la figura più scomoda del cattolicesimo americano del secolo scorso. Addirittura – a detta dello storico David O’ Brien – “la figura più importante, interessante e influente nella storia del cattolicesimo americano”: così rilevante che l’Fbi la riteneva pericolosa. Diventata cattolica nel 1927 ha fondato nel 1935 con Peter Maurin The Catholic Worker, il periodico cattolico che in due anni passò da 2.500 a 150.000 copie, che è tutt’ora pubblicato ed è diventato l’epicentro del vasto movimento del Catholic Worker. Una prospettiva non solo editoriale, ma fondata su due livelli di intervento: la chiarificazione del pensiero con la stampa, la creazione di case di ospitalità e di comuni agricole dopo aver assunto i tratti di una community costellata di centri di solidarietà. Un movimento che voleva servire i poveri, gli scartati e, al contempo, sfidare le strutture causa di tante disuguaglianze, parallelamente all’impegno pacifista su diversi fronti: la guerra fredda, il terrore nucleare, Cuba, il Vietnam.

Nata l’8 novembre del 1897 al 71 di Pineapple Street a Brooklyn, a quattro passi dal famoso ponte, Dorothy Day è rimasta per tutta la vita una donna d’azione. Non ha mai cessato di protestare contro l’ingiustizia sociale e lo ha fatto da credente cattolica, da mistica. È lei ad essere citata da papa Francesco nel 2015 a Washington nella sede del Congresso tra le figure che “hanno dato forma a valori fondamentali e resteranno per sempre nello spirito del popolo americano” insieme a Martin Luther King, Abraham Lincoln e al trappista Thomas Merton. E probabilmente ha rappresentato lei l’impegno maggiore nell’applicazione degli insegnamenti sulla giustizia economica e sociale e sul male della corsa agli armamenti. Una credente militante a fianco dei senza lavoro e senza casa. Sempre accanto a quell’umanità vulnerabile che la crisi economica del ’29 e la grande depressione avevano fatto esplodere. Ecco Dorothy Day, una sorta di coscienza radicale della Chiesa cattolica americana non solo di allora, che non rallentò nemmeno con l’avanzare dell’età. Una vita di azione e pensiero conclusa a ottantatré anni. Segnata dal dinamismo della carità, e da una dimensione mistica per la costante relazione con Cristo. Intrisa del discorso delle Beatitudini. La sua è l’avventura da non dimenticare di una donna di fede che non fu esente da inquietudine. Ma che mai dubitò di una fede che tutti chiama al servizio.

Dorothy Day inizia questa avventura nel 1927 quando vive una profonda crisi, stretta tra il suo anelito di vivere la fede dedicandosi alle persone vittime dell’ingiustizia sociale e una Chiesa cattolica che sembra non avere spazio per questo, quasi avesse paura di sporcarsi le mani con gli ultimi. L’8 dicembre 1932 si reca perciò al santuario dell’Immacolata Concezione di Washington e prega. La risposta non tarda. Il giorno successivo, al ritorno a New York trova ad attenderla un certo Peter Maurin, cattolico di origine francese con in testa l’idea di creare un movimento sociale cattolico negli Stati Uniti e alla ricerca di una persona che sapesse scrivere bene e condividesse le sue idee e il progetto. È da quell’incontro provvidenziale che nasce il Catholic Worker Movement che debutta con il suo periodico, distribuito il 1° maggio 1933 in Union Square a Manhattan, nel pieno della grande depressione. Il giornale viene venduto al prezzo simbolico di un cent e tutt’oggi ha mantenuto lo stesso prezzo, portando avanti una linea di sostegno ai lavoratori e sindacati, facendo riferimento alle prime encicliche sociali, mentre con grande realismo e lungimiranza, anticipando i tempi, è fortemente critico nei confronti di certi aspetti dell’industrializzazione che produce scarti e del consumismo contrari alla sana formazione della persona. Parallelamente all’accoglienza dei senza tetto nella casa di Manhattan, vengono acquistate alcune fattorie dove, in comunità tra famiglie, sono valorizzati il lavoro manuale e il contatto con la natura. Altre case di accoglienza, a seguito della rapida diffusione del giornale nelle varie diocesi e parrocchie, vengono aperte in tutti gli Stati Uniti.

Negli anni sessanta Dorothy Day si reca tre volte in Italia, due volte nel periodo del Concilio Vaticano ii per sostenere nel 1963 la richiesta di una forte presa di posizione dei padri conciliari a favore della pace, e una volta nel 1967 quando riceve di persona la comunione da Paolo vi . A riprova della stima che gode nel mondo cattolico americano, nel 1976 tiene un discorso al Congresso Eucaristico di Philadelphia, mentre l’anno successivo, per il suo ottantesimo compleanno riceve gli auguri personali da Paolo vi . Nel 1979 riceve a New York la visita di Madre Teresa di Calcutta.

Nella sua autobiografia aveva scritto: “Quando morirò spero che la gente dirà che ho cercato di far memoria di ciò che Gesù ci ha raccontato – le sue storie meravigliose – e ho cercato di vivere secondo il Suo esempio e seguendo anche la saggezza di scrittori e artisti come Dickens, Dostoevskij e Tolstoj, che vissero pensando sempre a Gesù”. Una santa per i tempi di oggi? “Non chiamatemi santa. Non voglio essere allontanata così facilmente” disse una volta.

È attualmente in corso la causa di causa di canonizzazione sostenuta dalla diocesi di New York. “Non voglio avere sulla coscienza il fatto di non aver compiuto qualcosa che Dio voleva” aveva detto il cardinale John J. O’Connor quando nel 2000 istruì la causa. Ma da allora non sembra però aver fatto passi avanti.

Nella cappella del camposanto a Staten Island, sulle vetrate raffiguranti santi americani, il suo profilo c’è già. E certamente resta una testimone credibile, un esempio cui guardare in un mondo in cui la divisione fra ricchi e poveri ha raggiunto sproporzioni ancor più folli di quando la denunciava, una testimone profetica alla luce delle ultime encicliche Laudato si’ e Fratelli tutti dell’attuale Successore di Pietro. Soprattutto per aver avuto a timone le Beatitudini in qualunque cosa facesse.

Il 29 novembre 1980, sofferente di cuore, Dorothy Day muore a Maryhouse, la casa di accoglienza femminile di New York. Al suo funerale erano presenti molti giornalisti. Uno di loro disse: “Ha vissuto come se la verità fosse effettivamente vera”. E un altro chiese a Peggy Scherer, redattrice del Catholic Worker, se il movimento sarebbe continuato senza la sua fondatrice: “Abbiamo perso Dorothy - rispose - ma abbiamo ancora il Vangelo”.

Dorothy Day fu seppellita a Staten Island in un prato che s’affaccia sull’oceano a poca distanza dalla spiaggia dove avvenne la sua conversione. Nella piccola lapide decorata con un disegno di pani e di pesci che spesso era stato usato per il Catholic Worker, sono incise le sole due parole scelte da Dorothy: Deo Gratias.

di Stefania Falasca
Giornalista di Avvenire