· Città del Vaticano ·

La storia

Adelaide, Elisa e le altre

Adelaide Coari (messaggidonorione.it)
29 maggio 2021

Le moderniste: osteggiate, ma anche amiche di Papi


Audaci, forti, determinate. Femministe, impegnate, nubili per scelta o sposate, alcune giornaliste, scrittrici, pedagoghe, ricche e borghesi, animatrici di salotti filosofico-letterari, figlie di protagonisti del Risorgimento; altre di estrazione operaia, autodidatte, tutte indistintamente donne di frontiera che avanzavano la domanda di una fede adeguata ai tempi che stavano cambiando. E tutte alla propria fede rimarranno sempre aggrappate anche nei momenti più bui, anche quando alcune subiranno l’esclusione dall’eucaristia.

Le moderniste.

Sono le donne che tra fine Ottocento e inizio Novecento hanno aderito al Modernismo, movimento osteggiato dalle autorità ecclesiastiche e oggetto della enciclica Pascendi dominii grecis di Pio x del 1907, che chiamò “ribelli” gli uomini e le donne che ne fecero parte. Femministe ante litteram, queste donne hanno coltivato forti amicizie spirituali e intellettuali maschili e anche intrattenuto rapporti con Papi. Come Adelaide Coari o come sorella Maria.

È la notte di Santa Caterina d’Alessandria del 1959 quando Giovanni xxiii , che proprio il 25 novembre è nato e quel giorno compie 78 anni, scrive a Adelaide Coari, una delle più note esponenti del modernismo cattolico: “Ottima signorina, non mi voglia male se le mie condizioni di vita quali la Provvidenza le venne disponendo non mi consentono di dirle con ampiezza di tempo quanto pur sempre conservo di cari ricordi della di lei attività di mezzo secolo passato…Fare la santa volontà del Signore, questa è la nostra pace…Ella continui a pregare per me che la benedico di cuore”.

È l’ultima lettera (tratta dal libro di Cettina Militello, Il volto femminile della storia, ed. Piemme) che papa Roncalli scrive alla Coari (Milano, 4 novembre 1881 – Rovegno, 16 febbraio 1966). Molti leggono sostegno e condivisione, forse anche incoraggiamento in quelle parole del Pontefice, anche se la donna verrà sempre considerata “fuori dai quadri” dal papa buono.

Coari è forse l’unica tra le donne moderniste a non provenire da una famiglia agiata. Comincia giovanissima, ad appena vent’anni, la sua formazione da giornalista e da femminista cristiana e la sua prima palestra è L’Azione muliebre dove lavora come segretaria di redazione. Più tardi, nel 1904, con l’appoggio del cardinale Andrea Ferrari e del Fascio democratico cristiano femminile fonda a Milano Pensiero e Azione che dirige fino alla sua chiusura nel 1908. Una pedagoga che elabora una proposta innovativa per l’epoca, come sostiene Roberta Fossati nel suo libro Verso l’ignoto. Donne moderniste di primo Novecento, ed. Nerbini. Per anni infatti si batte a favore della nascita delle associazioni operaie, di scuole di economia domestica e per una legislazione che tuteli le donne lavoratrici e i loro figli. E a lei si deve il primo programma minimo femminista che viene poi illustrato in un convegno del 1907 con tutte le forze cattoliche, un vero e proprio manifesto di adesione al suffragismo e a una completa politica dei diritti per le donne. Tra i capisaldi “uguale mercede per uguale lavoro” (obiettivo dal quale le donne di oggi sono ancora molto lontane); “scuole speciali per le contadine e le operaie; libertà di amministrazione dei beni appartenenti alla donna sposata; ricerca della paternità; estensione della responsabilità penale del seduttore finché la sedotta non abbia raggiunto i 21 anni; istituzione di ispettrici stipendiate per l’osservanza della legge sul lavoro delle donne e dei fanciulli; voto amministrativo”.

Proposte che ricevono il plauso, privato, del cardinale Andrea Ferrari.

A cavallo del Novecento la femminista cristiana più impegnata e militante è riconosciuta Elisa Salerno [Vicenza, 16 giugno 1873 – Vicenza, 15 febbraio 1957], che attacca l’antifemminismo di alcune gerarchie ecclesiastiche e rivendica il diritto delle donne al canto liturgico. Le sue battaglie: madri nubili, il diritto a conoscere il nome del padre, l’obbligo di questi a sposare la donna sedotta. Anche lei subirà il divieto di ricevere l’eucaristia. Famoso il suo discorso: “Obbedisco in tutto all’autorità ecclesiastica eccetto che nell’antifemminismo, che è contrario alle leggi umane e divine”. (su Elisa Salerno “Una donna nata troppo presto” in Donne Chiesa Mondo, gennaio 2021, nda).

Scambi epistolari per un ventennio con Gandhi, che le scriverà una lettera ogni 2 di ottobre, giorno della data di nascita del Mahatma, e alla quale lei risponderà immancabilmente con un “Caro Bapu”; corrispondenze con don Primo Mazzolari, don Orione, David Turoldo e Albert Schweitzer; una salda amicizia col sacerdote Enrico Buonaiuti, uno dei principali esponenti del modernismo italiano, scomunicato e ridotto allo stato laicale che le regala il calice che per effetto della scomunica non può più usare: questa la trama di amicizie di sorella Maria di Campello (Torino, 24 gennaio 1875 – Campello sul Clitunno, 5 settembre 1961).

Considerata la “più estranea” al movimento, anzi per alcuni storici neppure poteva considerarsi modernista, sorella Maria nasce col nome di Valeria-Paola Pignetti e nel 1901 entra nelle Missionarie francescane. Diventa superiora dell’ospedale anglo-americano a Roma e già lì assume atteggiamenti insoliti per l’epoca e il ruolo: concede all’amante di accorrere al capezzale di un uomo in fin di vita. Nel 1919 ottiene la dispensa dei voti, lascia il convento e raggiunge l’eremo di Campello nella valle spoletana sopra le fonti del Clitunno, dove vive una vita semplice e di preghiera.

Sorella Maria è una mistica per nascita, come scrive il teologo Giovanni Vannucci che fu il cappellano dell’eremo e suo grandissimo amico, tanto che nel periodo della crisi più profonda, quando decide di non allontanare Buonaiuti nonostante le scomuniche, dice che delle sue azioni risponderà solo a Gesù, affermando così la sua totale libertà e autonomia: “Io ho Gesù e Gesù lo sa che non ho altro che lui”. Lo riferisce sorella Jacopa (cieca dalla nascita, che le è vicina nell’esperienza dell’Eremo e ne raccoglie l’eredità), nel suo diario nel luglio 1925.

Per lei la chiesa è la società dei credenti, quindi allargata ai fratelli israeliti, pagani, di qualsiasi credo. Su questa linea di pensiero si sviluppa il suo rapporto con Gandhi. Scrive anche una lettera che rimane senza risposta a Pio xii in cui chiede di poter vivere, da cattolica, una fede di più ampio respiro.

Antonietta Giacomelli (Treviso, 15 agosto 1857 – Rovereto, 10 dicembre 1949), pronipote di Antonio Rosmini, sconta con il divieto, temporaneo, di ricevere i sacramenti, e i libri messi all’Indice, un attivismo a volte radicale e la sua amicizia con Romolo Murri, presbitero e politico, tra i fondatori del cristianesimo sociale in Italia che subì la sospensione a divinis e la scomunica (poi revocata). “La Giacomelli attraversò un momento molto duro, quasi crudele dal punto di vista religioso - commenta la storica e scrittrice Roberta Fossati - Fu lei a proporre la compartecipazione dei fedeli al rito della Messa, che avrebbe dovuto celebrarsi in italiano, aprendo la strada al Concilio Vaticano ii . In lei viveva la consapevolezza del carattere popolare della religione. Una donna coraggiosa che mise in atto quasi una sfida alla Chiesa ufficiale”. È scrittice, giornalista, animatrice di un salotto letterario che accoglie credenti e pensatori, italiani e d’oltreoceano. Qui nasce “L’Unione per il bene”, un sodalizio che mette al centro l’impegno per gli altri. Da qui prende vita l’iniziativa per San Lorenzo, quartiere popolare di Roma, dove la Giacomelli e un gruppo di collaboratori aiutano gli immigrati, i senzatetto, i poveri. Per loro l’Unione acquista case che affitterà a prezzi simbolici. Anche la Giacomelli è una strenua sostenitrice dei “fratelli separati”, anche lei sostiene un ideale di fratellanza ecumenica che supera i confini delle religioni.

“E a questo proposito acquistano un ruolo molto importante nel modernismo, anzi tra le “donne del riformismo religioso” come le definì Lorenzo Bedeschi, direttore dell’Istituto di Storia dell’Università di Urbino - spiega la Fossati - proprio le “interconfessionali” come Dorette Marie Melegari, che sosteneva la separazione delle Chiese dallo Stato e Alice Hallgarten Franchetti, nella cui figura si sommavano cultura, fermenti sociali, riscoperta delle radici francescane”.

L’”amazzone del cattolicesimo puro”, o la “vigile scolta in gonnella del modernismo” come veniva definita la Giacomelli dai circoli integralisti, viene emarginata e alla fine si ritira a vivere in povertà in un pensionato di suore a Rovereto.

“Di queste donne resta l’esempio, il coraggio. Ma la questione femminile nella Chiesa è ancora irrisolta - commenta la teologa Cettina Militello”.

di Lilli Mandara