· Città del Vaticano ·

Il miracolo
del Sacro Fuoco

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30 aprile 2021

Già la sera precedente, le porte di accesso alla Città Vecchia di Gerusalemme vengono chiuse per il grande numero di pellegrini in ingresso. Quelli che riescono ad entrare, equipaggiati di materassini e sacchi a pelo, sono pronti a passare una notte all’addiaccio, pur di riuscire ad entrare la mattina successiva nella basilica del Santo Sepolcro, e poter essere tra i fortunati che assisteranno al rito che incessantemente da quasi 12 secoli si ripete nel luogo della Risurrezione: Il Rito del Sacro Fuoco.

La mattina della vigilia della Pasqua ortodossa durante la veglia, il patriarca dei greci ortodossi guida una processione che gira tre volte intorno all’edicola del Sepolcro, contornato da una moltitudine incredibile di fedeli oranti e vocianti, poi si ferma davanti al portoncino di legno che chiude la tomba e si spoglia dei paramenti sacri e di ogni altro oggetto; rimasto con una sola tunica bianca entra da solo nello spazio sacro e richiude la porta dietro di sé. Fuori i canti e le preghiere dei fedeli accalcati crescono d’intensità e di tono, fino a quando dagli oblò posti ai lati dell’edicola si intravedono dei bagliori intermittenti, come delle stelle filanti che si infrangono sull’unico raggio di sole che, nel buio della basilica, punta, all’una del pomeriggio, dal lucernaio della cupola fin dentro l’edicola del Sepolcro. Ancora un minuto e il patriarca riapre la porticina e compare con una fiaccola accesa Christòs Anèsti! “Cristo è risorto”. La luce torna ad illuminare le tenebre: è l’annuncio della Risurrezione. Cosa è successo nel chiuso della tomba, come il fuoco si sia generato, è mistero gelosamente custodito come tale da dodici secoli. Il fuoco dalle mani del patriarca passa poi ai fedeli che illuminano tutta la chiesa, in preda ad una gioiosa esaltazione per il ripetersi del “miracolo”. Subito gruppi di fedeli escono dalla basilica e girano nel quartiere cristiano della città vecchia, portando il fuoco nuovo in ogni casa. Così ugualmente il fuoco viene consegnato ai religiosi delle altre confessioni cristiane presenti nel Sepolcro, e sarà il fuoco che, di candela in candela, rimarrà acceso per tutto l’anno. Nello stesso tempo alcuni fedeli incaricati portano il fuoco, attraverso delle lanterne, alla porta di Giaffa, dove ad attenderli troveranno delle auto che lo trasferiranno all’aeroporto Ben Gurion di Lod, dove verrà imbarcato su voli speciali alla volta di Atene, Mosca e le altre capitali dell’ortodossia. Le veglie di Pasqua in quelle città potranno iniziare solo quando vi sarà giunto il “fuoco di Gerusalemme”.

«Non ho difficoltà ad ammettere che tra tutte le celebrazioni pasquali di tutte le confessioni cristiane, quella del Sacro Fuoco, è senz’altro la più suggestiva» ci dice fra Stéphane Milovitch, responsabile dei beni culturali della Custodia di Terra Santa, che in questi anni a Gerusalemme ha studiato a lungo riti e liturgie delle confessioni cristiane presenti nella Holy Land. «In ogni santuario — spiega il francescano — in genere si riconoscono due diversi siti: uno “storico” dedicato alla venerazione e uno, vicino, per lo svolgimento delle liturgie. Il Santo Sepolcro deroga da questa regola, perché c’è un sito unico che è la fonte di tutto, cioè la tomba, e poi ci sono i diversi spazi per il culto, di ciascuna confessione cristiana presente nella basilica. In questo senso il Sepolcro è non solo un luogo, ma un locus di ecumenicità. E lo stesso spessore ecumenico vale per il rito del Sacro Fuoco. Non solo perché le origini di questo rito sono antichissime e perciò precedenti allo Scisma d’Oriente, ma anche perché tutt’oggi, pur essendo quel fuoco originato da un rito officiato dai fratelli greco-ortodossi, viene poi distribuito a tutte le comunità cristiane e illuminerà ogni angolo “particolare” della basilica. Alla cerimonia partecipa, come osservatore per i latini, anche il sacrestano dei francescani. Al Santo Sepolcro ogni giorno la liturgia celebra la Risurrezione, e quindi ogni giorno quel fuoco illumina tutti i credenti. Le prime tracce di un rito del Lucernario — racconta fra Stéphane — risalgono addirittura ad Egeria, cioè tra il iv e il v secolo, che nel suo Peregrinatio ad Loca Sancta, racconta come alla sera per accendere le luci nella basilica si usasse andarle a prendere all’interno della tomba.

Ma la conferma dell’esistenza di un vero e proprio rito viene dal monaco francese Bernardo che intorno all’870 scrive «Sabbato Sancto, quod est vigilia Pasche [….]Kirie eleison canitur, donec, veniente angelo lumen in lampadibus accendatur, que pendent super predictum sepulcrum, de quo dat patriarcha episcopis et reliquo popolo, ut illuminet sibi unusquisque in suis locis». Quando nel 1099 arrivano i crociati la presidenza del rito del Sacro Fuoco, pur rimanendo il medesimo, passa dal patriarca ortodosso a quello latino. Poi, nel 1187 con la caduta di Gerusalemme il rito viene mantenuto ma, in un qualche modo, cambia paradigma, nel senso che al profilo rituale o “miracolistico” si aggiunge un carattere funzionale o, per meglio dire, apologetico nei confronti dei musulmani. Si narra al proposito che il 4 aprile 1192 nella veglia di Pasqua, Saladino si sarebbe recato di persona al Sepolcro per smascherare il presunto “inganno” dei cristiani, ma per tre volte il fuoco accese le lampade e per tre volte l’ira dei musulmani le spense; dalla qual cosa Saladino ebbe il presagio della sua morte vicina («Itinerarium peregrinorum et gesta Regis Ricardi in Itinera Hierosolymitana crucesignatorum iii »).

«Dai riti — continua fra Stéphane — è spesso possibile desumere anche le diverse sensibilità teologiche delle diverse confessioni religiose. Il rito più suggestivo del nostro triduo al Sepolcro è quello della deposizione e sepoltura al Venerdi Santo. Mi verrebbe da dire che la sensibilità dei latini è maggiormente centrata sulla passione mentre il Sacro Fuoco indica l’attrazione per la luce della Risurrezione dei nostri fratelli orientali».

E continua: «Un’importante differenza maturata nel corso dei secoli è che, a differenza che nella nostra liturgia, il rito del Sacro Fuoco non apre la veglia Pasquale ma se ne è in qualche modo staccato, costituendone piuttosto il culmine». Il francescano ci tiene a precisare: «Questo rito ha dunque, non solo radici antichissime, ma soprattutto comuni: il confronto sul carattere miracolistico o meno dell’evento appartiene all’età moderna, e francamente lo trovo del tutto secondario rispetto alla potenza simbolica che l’evento liturgico riveste per il popolo di Dio».

Il rito viene teletrasmesso dalla pagina web e dai social del Christian Media Center della Custodia. Le riprese dello scorso anno sono state particolarmente suggestive per via della basilica semivuota a causa del lockdown.

«Insisterei piuttosto sul suo carattere ecumenico — conclude fra Stéphan — ancora oggi tutte le veglie pasquali che le altre confessioni cristiane svolgono a Gerusalemme iniziano con il fuoco proveniente da questo rito. Solo per i latini questo non vale, perché nel 1582 entrò in vigore il calendario gregoriano che determinò l’anticipo della “nostra” Pasqua. Una distinzione che, come sempre più spesso si ipotizza, nel futuro potrebbe venir meno, con l’unificazione della data di celebrazione della Pasqua: un solo Fuoco per una sola Risurrezione». (roberto cetera)