· Città del Vaticano ·

RISUS PASCHALIS - VERSO LA PENTECOSTE CON LA GIOIA DELLA RESURREZIONE

Il problema di una Pasqua asintomatica

cq5dam.thumbnail.cropped.500.281.jpeg
29 aprile 2021

La cosa peggiore che possa accadere a un cristiano è quella di soffocare l’effetto della Pasqua nel chiuso della propria interiorità. I cinquanta giorni che hanno segnato il tempo pasquale sono un grande esercizio di evasione dal chiuso del cenacolo. In fondo sono gli stessi discepoli che vivono la fatica di passare dall’esperienza del Risorto alle conseguenze di una vita risorta. In loro sembra che l’evento cristiano si limiti ad essere solo un’esperienza individuale o al massimo di un gruppo chiuso. Ma una Pasqua asintomatica è un fallimento. Lo aveva già detto Gesù: «Voi siete la luce del mondo; non può restare nascosta una città collocata sopra un monte, né si accende una lucerna per metterla sotto il moggio, ma sopra il lucerniere perché faccia luce a tutti quelli che sono nella casa» (Mt 5,15-15). Ci viene quindi da domandarci che sintomi ha la Pasqua? Fondamentalmente tutta la sintomatologia dell’esperienza pasquale è racchiusa nella gioia. Siamo abituati, dall’illuminismo in poi, a ridurre sempre le esperienze interiori ad esperienze emotive. Anche la gioia pensiamo sia un’emozione o al massimo un sentimento. Ma la gioia cristiana non è riconducibile alla sola sfera emotiva o sentimentale. Essa è un’esperienza totalizzante della persona, una sorta di pienezza che trasfigura la vita di una persona perché la colloca in un orizzonte di senso che assomiglia a ciò che accade quando si avverte di essere amati. L’amore ha il potere di rendere significativa la vita di una persona. L’amore ha il potere di rendere significativo anche ciò che normalmente tacciamo come fallimento, sconfitta o contraddizione. Una persona amata può tutto perché è messa nella condizione di sentire la vertigine dell’onnipotenza di Dio. Una volta Gesù si ritrovò a discutere con un padre disperato a causa della malattia del figlio: «Se tu puoi qualcosa, abbi pietà di noi e aiutaci» dice questo padre in preda allo sconforto. Gesù capovolge la prospettiva della richiesta: «Se tu puoi! Tutto è possibile per chi crede» (Mc 9,22-23). La gioia è accorgersi di potere tutto perché siamo amati (questo è il contenuto vero della fede); potere persino accettare di perdere, di morire, «perché non abbandonerai la mia vita nel sepolcro, né lascerai che il tuo santo veda la corruzione» (Sal 15,10). Ora il problema è molto semplice: se questa onnipotenza che nasce dall’amore non è visibile allora è inutile. Ecco perché la Pasqua senza la Pentecoste può diventare una tragedia. In un tempo come il nostro dobbiamo sperare di non essere cristiani asintomatici, ma capaci di mostrare sempre e comunque la gioia sottesa a ciò che crediamo. Papa Francesco non a caso ha declinato tutto il suo magistero con l’alfabeto della gioia e della letizia, perché non basta dire cose vere, abbiamo bisogno che quelle cose vere abbiano delle conseguenze verificabili. E si sa che contra facta non valent argumenta.

di Luigi Maria Epicoco