· Città del Vaticano ·

Il racconto dell’esperienza di don Davide Banzato

Una lotta interiore che ha generato la “faccia da prete”

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27 aprile 2021

Don Claudio Sorgi, scrittore esperto di mass-media e antica firma di questo giornale, incontrò decine di confratelli per raccontarne la “faccia da prete”, da cui il titolo del bel libro che ne scaturì, uscito oramai oltre tre decenni fa. E chissà don Sorgi, morto nel 1999, come descriverebbe oggi, potendolo incontrare, don Davide Banzato, il giovane sacerdote al quale in tanti — soprattutto dopo averlo visto nei vari programmi televisivi che conduce — hanno detto e ancora ripetono che una faccia da prete proprio non ce l’ha: è un bel ragazzo, piuttosto, e potrebbe fare l’attore, il divo delle telenovelas, fino al classico «ma chi te lo ha fatto fare di diventare prete?» In realtà, don Banzato le facce da prete e le mille sfaccettature della missione e del donarsi ce le ha un po’ tutte, mentre a quella domanda sul perché della vocazione risponde ora con il libro Tutto ma prete mai (Edizioni Piemme, Casale Monferrato, 2021, pagine 304, euro 16,90) che è proprio una lunga storia vocazionale: la sua. Una storia che contiene, in maniera appassionata e appassionante, tutte le facce da prete che incontriamo ogni giorno sulle nostre strade. Ad iniziare proprio da quella che grida «Tutto ma prete mai», come l’allora adolescente Davide urlò di ribellione uscendo da quel seminario nella sua Padova che pure aveva ardentemente voluto frequentare, sentendo i primi germi della vocazione: «Il seminario, come tutte le realtà, è fatto da persone e sono queste a fare la differenza. In quegli anni ho ricevuto ferite, ma anche doni. Purtroppo il bilancio finale mi ha portato a uscire nel peggiore dei modi. Ho varcato il cancello gridando verso il cielo: “Dio, adesso voglio vedere se esisti davvero. Farò tutto il contrario di quello che mi hanno insegnato. Farò quello che voglio io. Se esisti sentirò la tua mancanza. Se starò bene significa che tu non ci sei e che posso decidere io cosa è bene e cosa è male per me. E ho aggiunto: tutto ma mai prete! Potrei fare tutto nella vita, ma ti giuro, mai farò il prete!”».

Da allora inizia un cammino per niente facile che il sacerdote racconta in queste pagine, dense di storie e di persone, e mettendoci sempre la faccia, ora da prete per l’appunto, ma in molte occasioni da ragazzo come tanti altri, innamorato della vita e delle donne. Uscito dal seminario, passa un periodo di sbandamento ma poi conosce per caso Chiara Amirante, fondatrice della Comunità Nuovi Orizzonti, che nella sua Roma iniziava ad incontrare i ragazzi nelle periferie esistenziali. Davide intuisce che quelle strade, dove tanti coetanei consumano giorni sempre uguali tra alcol e droga, possono diventare le sue per realizzarsi. Lascia Padova e raggiunge la Amirante a Piglio, sconosciuto paesino della Ciociaria che di colpo diventa però la capitale del mondo che vuole, il primo centro di quella grande avventura che oggi è Nuovi Orizzonti. Lì ha tutto, c’è anche la fidanzata Elena e i due pensano così di donarsi a Dio, vivendo insieme. Eppure Davide continua a sentire una spinta interiore: «Mi spaventava. Ricordo di aver detto al Signore: “Capiamoci bene, hai vinto e io sono tornato a te. È vero che ti ho detto che sono disposto a tutto, ma io ho lasciato la mia città, la mia casa, la mia famiglia, gli affetti, il calcio, tutto. Sono qui disposto a donare tutta la mia vita in comunità, ma non chiedermi di fare il prete: tutto, ma non il prete!”. Era una resistenza radicata e radicale. Per me si trattava di una porta chiusa a suo tempo».

È così lapalissiano che non vuole diventare prete che anche altri accadimenti sembrano spingerlo in questa direzione; va a Medjugorje e sull’autobus incrocia gli occhi e i sentimenti di una ragazza, si frequentano e la passione è dolce e coinvolgente, anche se poi si interrompe perché lei è sposata. Medjugorje resta una costante nella vita di Banzato, anche per quella vocazione che proprio non vuole far esplodere: «Io non voglio diventare sacerdote e non mi sento in grado di farlo. Non lo voglio. Ti prego, fa’ che non debba essere questa la mia strada. Ma se tu hai pensato questo per me, mi fido di te! Padre, non sia fatta la mia ma la tua volontà! In manus tuas Domine!».

La faccia oramai quasi da prete di Davide incrocia quella di altre persone, compresa quella di chi prete lo è già, come Salvatore Boccaccio, allora vescovo ausiliare di Roma: i due si incrociano per caso durante una vacanza estiva in Trentino, il piccolo Davide ne rimane affascinato e anni dopo lo incontrerà di nuovo a Frosinone, città della quale nel frattempo Boccaccio è diventato vescovo, dove Banzato verrà ordinato sacerdote proprio da lui e dove oggi il don televisivo vive nella Cittadella Cielo, sede internazionale di Nuovi Orizzonti; oppure la faccia dei genitori, dei fratelli e dei nonni, tutti amati in maniera viscerale e che tanta parte hanno in questa storia vocazionale; o come le facce, nascoste dal più squallido anonimato, di quelli che provano a insozzare l’esperienza di don Banzato, della Amirante e di Nuovi Orizzonti con accuse infamanti (pedofilia, droga, denaro) che poi si riveleranno infondate e costruite ad arte dalla mafia della ex-Jugoslavia interessata ai terreni dove è sorta la Cittadella Cielo di Medjugorje.

Ma la faccia più ricorrente di questa storia è sempre la sua, quella dell’autore, attraversata da mille dubbi, tanto più forti quanto più sono vicine le tappe verso il sacerdozio: l’ammissione agli ordini sacri, il lettorato, l’accolitato. Al penultimo anno di seminario, poi, un bacio inaspettato con la sua migliore amica rimette tutto in discussione, ancora una volta: «È iniziato da lì un vero e proprio calvario che mi ha portato a vivere uno sdoppiamento mai sperimentato prima, una scissione interiore che mi ha fatto soffrire molto. Da una parte il mio cuore batteva come non mai, dall’altra avevo la consapevolezza di aver sentito con estrema chiarezza la chiamata di Dio per il sacerdozio. Era cambiato tutto in un istante».

Il seminarista sta male, anche fisicamente, ma ancora una volta si consegna alla volontà del Signore: «La vocazione non è mai solo nostra, è un parto a cui tanti prendono parte. Lo strazio interiore è durato anni e se è vero che il tempo medica le ferite, è anche vero che le cicatrici faranno sempre parte di noi», scrive ancora don Banzato verso le pagine finali del libro, laddove racconta anche del dramma che arriva addirittura nelle ore precedenti l’ordinazione. Un vissuto rispetto al quale il sacerdote, ora a pieno titolo, mette nero su bianco che «assumere il celibato per tutta la vita, decidendo di non sposarsi e vivere una vita di astinenza sessuale, è una scelta che non si può fare basandosi sulle proprie forze. Molti arrivano troppo impreparati a una sfida grande con cui fare i conti tutti i giorni della propria vita. La si fa perché innamorati di Dio, sotto la spinta di una dose di follia d’amore, ma poi serve un continuo lavoro su se stessi, un continuo esercizio del dominio di sé».

Ma non è finita, e don Davide non lo nasconde a se stesso e tanto meno ai lettori del libro: «Il dover monitorare e lavorare sulla mia vanagloria e sulla mia affettività e sessualità, i nuovi colpi sulla ferita ancestrale procurata dagli uomini di Chiesa, sono le prove ricorrenti che ciclicamente si alternano e a cui vengo sottoposto con creatività sempre rinnovata. Penso sarà così per tutta la vita». Ma è una vita meravigliosa, quella portata sulle strade della Ciociaria come del Brasile, pure tanto amato da don Banzato, o degli studi televisivi de «I viaggi del cuore», con la sua faccia da prete, anche se magari non hai la… faccia giusta: don Davide lo sa, e ce lo fa scoprire attraverso queste pagine.

di Igor Traboni