· Città del Vaticano ·

A colloquio con il novizio gesuita Pasquale Landolfi

Essere amico del Signore

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27 aprile 2021

In occasione della 58ª Giornata mondiale di preghiera per le vocazioni che la Chiesa ha celebrato il 25 aprile scorso, il nostro giornale ha intervistato Pasquale Landolfi, giovane novizio gesuita, che ha generosamente condiviso con noi il suo percorso vocazionale.

Lei oggi è un novizio gesuita e sta vivendo in profondità l’esperienza della vita comunitaria. Può raccontarci i momenti più significativi del suo percorso che l’hanno condotta a desiderare di voler essere “compagno” di Gesù?

Effettivamente sembra davvero fuori da ogni ragionevolezza volersi dedicare alla vita religiosa di questi tempi. Quando ripenso al cammino che mi ha portato in noviziato, mi viene in mente una vita normale, che è stata a tratti difficile, ma in cui sono stato profondamente amato; dai miei genitori, dai miei fratelli e da amicizie sincere. Cresco tuttavia in un ambiente in cui praticamente nessuno condivideva con me la fede, che scopro nella prima adolescenza. Venendo da un contesto non tipicamente cristiano, difficilmente mi sarei aspettato di iniziare il cammino da gesuita. Un primo elemento che caratterizza la mia storia è l’esigenza di penetrare in profondità l’essenza della vita. Colmo questa esigenza con la lettura di testi letterari, ma un ricordo a cui sono molto affezionato è la lettura del Pentateuco a soli undici anni. Ci capii poco e niente e ad oggi mi sembra evento veramente insolito. Così l’incontro con un sacerdote rogazionista risulta determinante nella mia ricerca interiore e decido di iniziare una prima esperienza di seminario minore. Lasciai dopo circa un anno e mezzo, influenzato dalle difficoltà familiari e personali. Abbandonato il seminario, perdo progressivamente il contatto con la Chiesa recuperato anni dopo, quasi alla fine della triennale in lettere, periodo in cui mi dedico anche a diversi lavori. Il lavoro e l’insegnamento gratuito a studenti in difficoltà mi mettono in contatto con la povertà, facendo sorgere in me il desiderio del servizio ai più deboli. In questo periodo, quando sembrava che la vita procedesse a gonfie vele, mi ritrovo improvvisamente infelice. Così un richiamo interiore mi riporta a frequentare la messa nella parrocchia sotto casa, in cui il dialogo con un frate mi rende consapevole della mancanza di vocazioni. Nasce in me un’urgenza a cui dare risposta: “Cosa vuoi, Signore, da me?” Mi rimetto in discernimento, riscoprendo il desiderio e la chiamata alla vita religiosa. Individuare la Compagnia tra l’immenso giardino della Chiesa, non è stato semplice. Al tempo mi sarei dedicato a qualsiasi strada il Signore mi avesse indicato. Mi piace dire che ho scoperto la chiamata alla Compagnia come un fuoco alimentato nella preghiera. Effettivamente prima di mettermi in ascolto non avevo mai conosciuto i gesuiti e dopo circa tre anni di discernimento, in cui trovo la relazione con Dio Padre che mi chiede di stare con Lui e seguirlo, ho deciso di fare richiesta di ingresso per il noviziato.

Durante la sua formazione, lei e i suoi confratelli siete stati invitati a verificare la vostra scelta attraverso alcuni “esperimenti”. Quali sono i suoi ricordi rispetto a queste attività?

Credo che ci sia una profonda saggezza dietro agli “esperimenti” pensati da sant’Ignazio. Il primo, e quello di cui conservo il ricordo più bello, è il mese di esercizi spirituali. Tempo privilegiato di immersione nel silenzio e nella preghiera, in cui l’anima dell’esercitante si infiamma di amore per il Signore. Ricordo che il mio sentire era di essere rimodellato nelle fondamenta, per essere ricostruito a partire dalla profonda relazione con Gesù. Non a caso è l’esperienza cardine del cammino del gesuita. Poi c’è il cosiddetto “esperimento d’ospedale”, in cui si viene inviati a vivere a stretto contatto con i malati Ho bellissime immagini che accompagnano questa esperienza, nonostante il covid ci abbia costretto a rielaborare l’esperimento. Sono stato inviato, con un compagno, a lavorare presso cooperative sociali che si occupano di inserimenti lavorativi di persone in condizioni di fragilità. Condividere le giornate con quelle persone e partecipare alla loro riabilitazione è stata una vera e propria esperienza di grazia e risurrezione.

Al termine del biennio di noviziato, sarete chiamati a professare i voti di castità, povertà e obbedienza. Potrebbero sembrare tre condizioni difficili da attuare, eppure sono un’opportunità per amare di più…

Credo che i voti diventino reali opportunità per amare di più quando ci si rende conto che la propria vita trova compiutezza di senso nell’essere donata. Sento molto vicina la preghiera con cui sant’Ignazio conclude gli esercizi spirituali. Per me, la consapevolezza di essere stato amato tanto suscita il desiderio di voler restituire tutto ciò che mi è stato donato. Questo sentire si concretizza nel desiderio di voler professare i voti, che sono percepiti come un dono. Per quanto riguarda le difficoltà, sono fiducioso e, sperimento innanzitutto, che il Signore non mi chiede mai prove che non posso sostenere e che esse possono diventare opportunità di crescita; il magis che mi viene offerto per il bene mio e delle persone con cui condivido la vita.

Come membri della Compagnia di Gesù, pronuncerete anche il “quarto” voto di speciale obbedienza al Papa. Per un giovane dei nostri tempi, che forma assumerà questo impegno?

In realtà questo voto particolare della Compagnia non viene professato subito dopo il noviziato, ma ciò che mi colpisce molto è il desiderio che cela. I primi compagni volevano affidarsi al Papa, perché li inviasse lì dove ce ne fosse maggior bisogno e, attraverso i gesuiti che ho conosciuto, verifico che quel desiderio si è tramandato. Nel concreto il quarto voto trova attuazione nella disponibilità all’invio. Credo che sia un desiderio tanto bello quanto profondo, che ha bisogno di tempo e cura per essere coltivato e alimentato, e la formazione che riceviamo è preziosa.

Come in tutte le storie d’amore, anche nella vita religiosa, il “Sì” è una scelta impegnativa che va rinnovata tutti i giorni. Ma nei momenti di desolazione, non sarà facile mantenerla, poiché tutto ciò che prima appariva chiaro, si rivelerà disordinato. In queste esperienze di turbolenza, dove bisogna cercare la forza per restare saldi nel cammino?

Credo innanzitutto che bisogna armarsi di fiducia. Iniziare un cammino di vita sentendosi guidati dal Signore è fondamentale. Personalmente sono molto grato alle desolazioni vissute, perché mi hanno reso consapevole di quanto la strada percorsa sia stata vera e perché si sono trasformate in possibilità di maturazione. Però è bene servirsi anche di alcuni “strumenti”. Su tutto affidarsi ad una guida, perché camminare insieme aiuta a non fidarsi troppo delle desolazioni. Poi, nei momenti di “notte dell’anima”, mi è molto utile ripercorrere la memoria e rivedere gli eventi e le decisioni significative che mi hanno portato fin qui. Ritrovo sempre le ragioni fondanti per scoprirmi innamorato. Infine, non dimenticare di essere discepolo. Nel seguire Gesù ci sono diversi momenti. A volte si corre spediti, altre si cammina, in altre ci si scopre claudicanti e bisogna afferrarsi con forza a Dio, ma sempre con la consapevolezza che Lui ci precede e guida.

Essere gesuiti significata aver scelto di essere amici nel Signore nonché appartenenti a un unico corpo universale. Nel suo caso, che ruolo hanno avuto i compagni di noviziato?

Parlare dei miei compagni è la cosa che mi rende maggiormente orgoglioso. Innanzitutto perché anche la vita comunitaria è un “esperimento” e una sfida. Noi siamo un gruppo molto eterogeneo per età, interessi, formazione, lingua e provenienza geografica, venendo da 4 Paesi diversi d’Europa. Dopo quasi 2 anni di cammino abbiamo scoperto che questa diversità è fonte di ricchezza. La diversità, tra l’altro, è nell’esperienza della Compagnia sin dalla sua nascita. Condividere insieme i momenti più significativi del noviziato ha creato sicuramente l’unione fraterna che permette di valicare i confini della diversità e che ci caratterizza.

Oggi si parla di crisi vocazionale. Nonostante la vita offra dei segnali ben precisi, non tutti i giovani riescono a coglierli e dunque a pronunciare in maniera incondizionata il loro “Eccomi”. Cosa si sentirebbe di suggerire ai ragazzi e alle ragazze in discernimento?

Per chi sente questa chiamata mi sento di invitare innanzitutto a non aver paura. Le paure possono essere tante; quella di sbagliare, di deludere le aspettative, di non essere all’altezza. Ma non si abbia paura, anzi le si affronti. Poi un invito alla sincerità, fondamentale nella vita spirituale. Infine un saggio invito alla pazienza. La fretta è cattiva consigliera, quindi darsi un tempo adeguato e stabilito con una guida, perché il dono che si riceve dal Signore è davvero prezioso e apre ad una vocazione bellissima.

di Marco Russo