· Città del Vaticano ·

Secondo il patriarca caldeo Sako

Come scegliere il pastore

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27 aprile 2021

«In tutti i nostri gradi ecclesiastici non siamo angeli del cielo sulla terra, siamo esseri umani come gli altri, abbiamo le nostre debolezze e i nostri limiti, e non pretendiamo di essere perfetti». Con queste parole il cardinale Louis Raphaël Sako, patriarca di Babilonia dei Caldei, ha richiamato i dati di realtà che conviene sempre tener presente quando si considera l’operare degli uomini di Chiesa. Lo ha fatto in un messaggio diffuso in occasione della Domenica del Buon Pastore, giornata in cui la Chiesa cattolica prega per le vocazioni sacerdotali e religiose.

L’approccio realista suggerito dal cardinale iracheno aiuta a non cadere in trappole idealiste e pretese perfettiste, e nel contempo si smarca dalle strategie di auto-giustificazione sempre tentate da clericalismi vecchi e nuovi. Il richiamo ai limiti umani del clero si trova inserito in un testo dai toni tutt’altro che auto-assolutori, steso dal porporato caldeo con l’intenzione di delineare i criteri esigenti e rigorosi che conviene seguire quando si scelgono i vescovi.

Le considerazioni offerte dal patriarca Sako sui criteri di selezione dei successori degli apostoli assumono rilevanza singolare, se si tiene conto che nelle Chiese cattoliche orientali sono i membri del Sinodo dei vescovi a proporre nuovi candidati idonei all’episcopato e poi a eleggerli vescovi, con l’assenso del Papa.

Nel suo testo, il cardinale riconosce che «i cambiamenti e le circostanze difficili» del tempo presente — compresi gli effetti della pandemia e l’espansione di ideologie estremiste — «richiedono all’istituzione ecclesiastica, compreso il sinodo caldeo, di seguire criteri precisi» per scegliere «l’uomo giusto per il posto giusto, sia per la parrocchia, che per la diocesi o il patriarcato». A tal riguardo, inserendo un inciso personale nel suo messaggio, il cardinale Sako ribadisce anche il suo proposito di presentare le dimissioni dall’ufficio patriarcale al compimento dei 75 anni (nelle Chiese cattoliche orientali il patriarca esercita il suo ufficio fino alla fine dei suoi giorni, fatta salva la possibilità di rinunciare in vita al suo ministero).

Il porporato, nel “vademecum” da lui proposto, rivela di ricevere spesso lettere «che criticano il comportamento e l’azione di alcuni membri del clero». Il patriarca ammette che spesso tali missive esprimono solo una frenetica pulsione a fustigare i limiti altrui, ma invita comunque a non ignorare la sollecitudine del popolo di Dio che chiede di avere vescovi e sacerdoti lieti di consumare le proprie vite nell’annuncio del Vangelo.

Anche il Codice di diritto canonico delle Chiese cattoliche orientali richiama le qualità che devono connotare i candidati all’episcopato o al titolo di patriarca, ma in passato — deplora il cardinale Sako — tali indicazioni non sono sempre state osservate con la dovuta considerazione. Il patriarca le ripropone, aggiungendo alla lista anche altre qualità che ha imparato a riconoscere e apprezzare a partire dalla sua esperienza di sacerdote, vescovo e patriarca.

Il candidato — come indicato dal Codice di diritto canonico delle Chiese cattoliche orientali — deve essere «persona di fede», e secondo il patriarca caldeo deve anche essere dotato di «maturità umana, spirituale, psicologica, culturale e amministrativa», così da saper esercitare la sua autorità «in modo corretto», senza abusarne per dar sfogo a rivalse personali. Inoltre, il candidato all’episcopato deve saper «leggere i segni della presenza di Dio (i segni del tempo)» e deve saper cogliere «i talenti degli altri» per coinvolgerli nell’opera apostolica. Conviene che sia umile, semplice, aperto al rinnovamento, così da custodire «l’autenticità della fede e non le idee sbagliate, lo splendore della tradizione e non l’eredità falsa, la bellezza intima della Chiesa e non lo splendore esteriore». Il “buon pastore” prefigurato dal cardinale iracheno deve essere «indipendente, cioè non politicizzato», e nel contempo deve far sentire la sua «voce profetica» sulle questioni che riguardano «la giustizia sociale, la piena cittadinanza, la pace, la difesa dei diritti delle persone oppresse, la libertà, la dignità e la convivenza armoniosa». Intervenire in questi campi, rimarca il patriarca, «non è un’interferenza nella politica, ma deriva dalla dottrina sociale della Chiesa». Conviene inoltre che il vescovo «non sia estremista» e nemmeno «un indeciso, uno che cambia continuamente idea»; non deve essere né un «autocratico» né «un opportunista» intento solo a perseguire «interessi particolari». Fa parte dei connotati del buon vescovo il suo essere «persona di preghiera», «padre, fratello e amico dei parrocchiani», a partire dai poveri, e la sua premura per la la diocesi non contrapponendo le identità dei diversi gruppi o escludendo qualcuno dalla «benedizione di Dio». Il patriarca raccomanda anche che i vescovi vengano scelti tra persone esperte in qualche scienza sacra, e che conoscano bene «una lingua straniera».

Nel suo breve “prontuario” per la selezione di buoni vescovi, il cardinale iracheno non manca di ringraziare Dio perché «nella nostra Chiesa fino ad oggi ci sono stati sacerdoti legati alla loro fede fino all’effusione del sangue». Per questo motivo — fa notare il patriarca — Papa Francesco, nel suo recente viaggio apostolico in Iraq, ha potuto riconoscere e attestare la vitalità della Chiesa locale.

Nell’ultima parte del suo messaggio, il cardinale Sako sottolinea la necessità di garantire ai sacerdoti una formazione permanente anche dopo l’ordinazione sacerdotale e, conclude rassicurando tutti «riguardo all’aspetto finanziario», ricordando che nella maggior parte delle diocesi caldee si realizza una revisione annuale riguardo all’uso delle risorse, e ogni membro del personale ecclesiastico «riceve ogni mese uno stipendio fisso», elargito con criteri di sobrietà, giustizia e trasparenza.

di Gianni Valente