· Città del Vaticano ·

#CantiereGiovani
«Green Girls» di Christiana Ruggeri

Per salvare il pianeta

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26 aprile 2021

Viso fresco e determinazione da adulte. Sono le ragazze che, sorridenti, combattono per un futuro pulito, per la salute di tutte. Sono le ragazze alla quali — con opera altamente meritoria — Christiana Ruggeri, giornalista della Rai, ha voluto dare voce per rendere ancor più robusta ed incisiva la denuncia di un mondo sempre più minacciato da scelte dettate da interessi consumistici, che hanno in spregio la bellezza e le potenzialità del creato. Attraverso queste ragazze e le loro testimonianze, si eleva potente il grido della natura, una natura drammaticamente ferita.

Nel libro Green Girls. Storie vere di ragazze dalla parte del pianeta (Firenze, Giunti, 2021, pagine 160, euro 16) l’autrice richiama con forza l’urgenza di «salvare la terra».

«C’è chi pianta alberi, chi difende i bradipi, chi sfida i governi, chi custodisce le acque, chi l’aria, chi ogni giorno si sveglia e comincia a raccogliere rifiuti e chi ripulisce il mare dal petrolio per salvare i coralli». Sono, queste, storie diverse, che provengono da ogni parte del pianeta: sono storie di coraggio ed amore, sia per la natura, sia per ogni essere vivente. Lanciate da Greta Thunberg con i Friday For Future, le green girls spesso sono attive da molto prima. Il libro — impreziosito dalle illustrazioni di Susanna Rumiz — racconta le loro battaglie che includono diciassette obiettivi sostenibili delle Nazioni Unite. Queste ragazze sono autentiche icone green pop cui ispirarsi. Con un linguaggio semplice quanto illuminante, la Ruggeri tesse dunque un ricamo i cui fili si dipanano in storie eloquenti ed edificanti. Ha nove anni l’olandese Lilly. Ha dichiarato guerra alla plastica: merito del nonno, che le ha spiegato quanto sia pericoloso abbandonarla nell’ambiente. Ogni giorno, da ritorno da scuola, Lilly posta la foto con il pattume raccolto durante il tragitto sui suoi profili social. Presto la sua simpatia diventa virale grazie ad un video in cui — armata di guanti e bastoncino a pinza — lancia la sfida ai coetanei. «Oggi raccoglieremo la plastica in un parcheggio. Che ne pensate, ragazzi». E spiega: «Questa è una forchetta, si chiama “plastica usa e getta”. Non compratela, non utilizzatela!».

Non manca certo di coraggio Leah, ugandese, 18 anni, che con cadenza sistematica chiede al Governo azioni per ridurre l’inquinamento. «Produciamo — afferma — il 4 per cento del totale delle emissioni di carbone, eppure il nostro continente è il più vulnerabile all’impatto dei cambiamenti climatici». Leah ha avviato una campagna contro i combustibili fossili, i sacchetti di plastica, la deforestazione, il degrado delle zone umide. «Come un sasso nello stagno, ha ottenuto un effetto a catena», sottolinea la Ruggeri. Colpisce quindi la ferrea determinazione della californiana Alexandria che, per protestare contro le ferite inflitte all’ambiente, realizza uno sciopero silenzioso, ma quanto mai eloquente. Davanti al Palazzo di Vetro dell’Onu, si siede su una panchina ogni venerdì. Si sveglia alle 8, prende la metropolitana e resta seduta almeno per quattro ore. Lo fa anche con il gelo del vortice polare. Porta un sacco a pelo quando la temperatura scende sotto lo zero. «Per noi adolescenti — dichiara — saltare la scuola è una forma di disobbedienza civile per fare pressione sugli adulti e sui leader mondiali». Il primo giorno dello sciopero silenzioso una guardia le dice di spostarsi. È una questione di sicurezza, le spiega. E le indica una panchina. Proprio su quella panchina Alexandria si sarebbe seduta per il suo solitario sciopero del venerdì per il clima.

Giunge stentorea, dalla Nuova Zelanda, la voce di India, 25 anni. Studia antropologia ed archeologia, e mette al centro del movimento per la giustizia climatica i diritti delle popolazioni indigene, come la sua, la maori, per assicurare ai nativi la possibilità di mantenere le terre dei loro antenati. «Ho saputo — afferma — che la mia comunità sarà sommersa dalle acque nei prossimi 30-50 anni. Quindi dobbiamo sapere come migreremo, in un modo che sostenga anche la nostra cultura».

Viveva in un paradiso ora trasformato in un cimitero. Per la filippina Marinel l’adolescenza è finita il 13 novembre 2013, quando il tifone Yolanda — ricorda l’autrice — devastò Matarinao, la cittadina costiera nell’est del Paese dove la ragazza vive. Ma quello stesso giorno Marinel assunse una consapevolezza incrollabile, cui si lega un obiettivo da raggiungere ad ogni costo: combattere, e con successo, i cambiamenti climatici. A tale nobile obiettivo Marinel ha deciso di dedicare la sua vita. E proprio grazie a lei e al suo impegno indefesso — evidenzia Christiana Ruggeri — a New York per la prima volta gli impatti del cambiamento climatico vengono considerati «gli artefici potenziali delle violazioni dei diritti umani dei filippini».

di Gabriele Nicolò