· Città del Vaticano ·

La vicenda secolare dell’ospedale San Giacomo degli Incurabili

Una risorsa antica e preziosa nel cuore della capitale

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24 aprile 2021

Non è a tutti noto che l’ospedale San Giacomo in Augusta, oggetto di un’articolata vicenda giudiziaria seguita alla sua chiusura nel 2008 per effetto di un decreto della Regione Lazio, rientrava tra i pochi presidi del centro storico attrezzati per il Pemaf , il piano di emergenza interno per il massiccio afflusso dei feriti. Un documento che consente ad alcuni ospedali, che rispondono a determinati requisiti, di gestire situazioni di maxi-emergenza, garantendo assistenza a un numero cospicuo di feriti causati da eventi catastrofici, calamità naturali, incidenti, azioni terroristiche. Oggi la centralità di questo presidio sanitario, sito tra via del Corso, via di Ripetta e via Canova, è tornata a essere quanto mai attuale grazie alla sentenza del Consiglio di Stato del 7 aprile scorso, che ha dichiarato illegittima la sua chiusura, e soprattutto alla luce dell’emergenza sanitaria scatenata dalla pandemia, a seguito della quale si è resa evidente la preoccupante penuria di posti letto in terapia intensiva e la difficoltà di gestione delle insufficienti risorse a disposizione. Una struttura come il San Giacomo, dotata di un adeguato pronto soccorso, reparti modernissimi, attrezzature nuove, dodici posti letto in terapia intensiva con un sistema di sanificazione all’avanguardia, avrebbe potuto essere un importante centro a sostegno del sistema sanitario in affanno, anche grazie alla sua posizione strategica nel cuore della Capitale. Tuttavia, la sua soppressione, disposta dalla legge regionale n.14 del 2008 a causa degli eccessivi oneri di gestione, ha impedito che se ne potesse fare uso per tredici anni. Non solo, la sentenza del Consiglio di Stato ha evidenziato che se la riduzione dei posti letto da 200 a 170, attuata nel 2007 in ottemperanza al “Piano di rientro” per colmare il disavanzo sanitario regionale, era stata legittima in virtù della necessità di riorganizzare e razionalizzare l’attività ospedaliera, la soppressione del presidio, no, non lo era stata. Secondo i giudici amministrativi, infatti, avrebbe avuto maggiore utilità un’analisi accurata delle cause che hanno condotto all’inefficienza gestionale, per valutare possibili interventi di «recupero dell’efficienza di una struttura sanitaria pubblica, prima di ogni altra ipotesi, nell’interesse della collettività», considerato che la chiusura dell’ospedale ha generato un “vuoto di assistenza” territoriale, solo in parte compensato dalla permanenza del centro ambulatoriale in via Canova.

In aggiunta al ruolo significativo ricoperto nell’ambito della sanità pubblica, non bisogna tralasciare il fatto che l’edificio di origine medievale, dove ha sede il San Giacomo, è un complesso architettonico di notevole valore storico-culturale, un patrimonio edilizio, disposto su una superficie di trentatremila metri quadrati, che avrebbe dovuto essere tutelato piuttosto che abbandonato.

La storia dell’ospedale affonda le sue radici nel lontano 1339, quando il cardinale Pietro Colonna lo istituì per accogliere gli infermi e gli asfittici respinti dagli altri sanatori, con particolare attenzione ai malati di sifilide. Missione quest’ultima che valse al nosocomio il titolo “degli incurabili”, in aggiunta a “in Augusta”, per via della vicinanza al Mausoleo dell’imperatore Augusto. Tra i suoi ospiti la struttura annoverò anche Camillo de Lellis, ricoverato per un’ulcera varicosa al piede, dalla quale non si riprese mai del tutto. Tuttavia, fu proprio lì che il fondatore della Compagnia dei Ministri per gli Infermi, elevata poi a Ordine religioso nel 1591 da Papa Gregorio xiv , maturò la sua conversione. Il nosocomio, diventato Arcispedale nel 1515 per volontà di Papa Leone x , poté contare per diverso tempo su lasciti e donazioni di famiglie nobiliari e religiosi. Tra i porporati si distinse il cardinale Antonio Maria Salviati, conosciuto per la sua magnanimità nel finanziare progetti assistenziali, il quale si adoperò affinché venissero realizzati interventi di ampliamento e ristrutturazione del complesso, istituendo anche un fondo patrimoniale per garantirne il sostentamento nei secoli a venire. E proprio sulla necessità di rispettare il lascito testamentario del suo antenato, risalente al 1593, ha potuto procedere in ricorso la discendente, Maria Oliva Salviati, impegnata sin dal 2008 in una lunga battaglia giudiziaria, in primo grado al Tar del Lazio e in seguito al Consiglio di Stato, che alla fine ha accolto le sue ragioni. «Si è omesso il riferimento alla circostanza che sull’immobile — recita la sentenza di Palazzo Spada — insiste un vincolo di destinazione imposto alla fine del 1500 dal proprietario, il cardinale Antonio Maria Salviati». “Vincolo” all’assistenza pubblica che ne avrebbe dovuto impedire la soppressione. Tra le ipotesi avanzate dalla società Invimit del ministero dell’Economia e delle Finanze, che ne gestisce la proprietà, c’era anche quella di farne un centro di accoglienza per anziani. Tuttavia, il complesso edilizio non sarebbe idoneo alla lunga degenza, secondo la stessa Maria Oliva Salviati: «Non ci sono spazi verdi, aree in cui le persone anziane possano riposare. È un luogo per il ricovero e la cura del paziente. Si entra per guarire e andar via, non certo per rimanerci. Il mio antenato era un uomo lungimirante di legge e di chiesa, che volle mettere a disposizione dell’intera città questo immobile con il vincolo di farne esclusivamente un ospedale», ha concluso la contessa, ricordando che, a conferma della donazione del cardinale, esiste una bolla pontificia di Papa Paolo v .

Al di là di ogni considerazione prettamente giuridica e degli sviluppi che seguiranno la decisione del Consiglio di Stato, ora che i riflettori si sono riaccesi sulla questione, la speranza è che si possa procedere al più presto alla riutilizzazione di questo secolare presidio sanitario nel centro di Roma, affinché torni a essere un punto nevralgico, cruciale, per la cura dei bisognosi senza distinzione di sesso e classe sociale, nel rispetto del mandato insito nella sua natura sin dalla fondazione.

di Lorena Crisafulli