· Città del Vaticano ·

La terapia della Scrittura

Raccontare per resistere

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24 aprile 2021

Pubblichiamo uno stralcio di un articolo uscito sull’ultimo numero della rivista dei gesuiti «La Civiltà Cattolica» diretta da padre Antonio Spadaro.

Tra le molteplici problematiche dell’attuale pandemia vi è anche la difficoltà di raccontare questi eventi traumatici come possibile fonte di insegnamento per il vivere comune. Ciò che è accaduto ha colto l’umanità alla sprovvista: il pericolo è arrivato dove meno ce lo si aspettava. Come nella fiaba La spada nella roccia, la grandezza e la potenza si sono dissolte in maniera sorprendente di fronte a una minuscola particella. Una grande lezione di umiltà, anche sotto l’aspetto intellettuale.

La diffusione sempre più capillare (e di grande successo) delle narrazioni «a bassa intensità», di genere apocalittico, aventi a oggetto il collasso di una civiltà, ha avuto ulteriore incremento e successo in tempo di covid-19, forse perché il suo motivo ricorrente è la minaccia di una catastrofe globale. In queste narrazioni (ripetitive nella trama quanto superficiali nei contenuti) manca tuttavia un messaggio di speranza: esse sono per lo più la registrazione di un progressivo e ineluttabile collasso, che può essere al massimo rimandato, ma che finisce per sommergere l’umanità.

Gli studi sulle ripercussioni psicologiche della pandemia notavano tuttavia una differenza significativa nella modalità con la quale le persone hanno vissuto la situazione di lockdown, soprattutto nel corso della «seconda ondata», che ci ha trovati più demotivati e impreparati. Essa ha comportato un notevole aumento di stanchezza, fisica e mentale, incremento di depressione, episodi di violenza, separazioni, suicidi. Altre persone hanno però reagito diversamente, con un atteggiamento proattivo, di maggiore sensibilità e attenzione nei confronti di chi soffre, mostrandosi disponibili a rendersi utili per le necessità fondamentali, come ad esempio portare i pasti a chi si trova recluso in casa, organizzare il ricovero in ospedale o contattare telefonicamente le persone che vivono da sole. Gli autori chiamano questo diverso atteggiamento «resilienza», la capacità di affrontare situazioni stressanti senza compromettere la propria stabilità, anzi vivendo quella situazione in modo proattivo, attento alle necessità altrui.

Coltivare un atteggiamento proattivo di fronte agli eventi catastrofici è indispensabile per continuare a vivere. Ma per fare questo è altrettanto necessario poter trovare un senso in quella situazione; da qui l’importanza di narrazioni capaci di parlare del trauma comunicando un fondato messaggio di speranza.

La narrazione biblica può essere di aiuto anche in questo senso. Uno dei pregi fondamentali della Bibbia è una concezione della storia differente dalle culture circostanti, non fatalistica, o nichilista, di eterno ritorno dell’identico, ma affidata alla libertà e alla responsabilità di ciascuno: «La speranza — ha scritto il sociologo Shmuel Trigano — è sicuramente il tesoro più prezioso che Israele abbia portato all’umanità». Un tesoro oggi particolarmente necessario.

Proprio nelle settimane dominate dalla diffusione del covid è uscita la traduzione italiana di uno studio di David Carr, uno dei massimi esperti mondiali sulla formazione dei libri biblici, Santa resilienza. Le origini traumatiche della Bibbia (Brescia, Queriniana, 2021, pagine 272, euro 27).

Nella prefazione l’autore confessa che l’idea di scrivere il libro è nata in seguito a un grave incidente, che lo ha costretto all’immobilità per molto tempo; le sue letture sul trauma in quel periodo gli hanno permesso di vedere la Bibbia con occhi nuovi, «rendendomi sensibile ai modi in cui le Scritture si sono formate nel contesto di secolari sofferenze catastrofiche (...). Per decenni avevo letto questi documenti e scritto libri sulla formazione dei testi biblici nel crogiolo della storia. Ma non mi ero reso conto, non a questo livello, di quanto essi fossero imbevuti di trauma». La Scrittura è stata una forma di terapia di fronte agli eventi tragici, perché ha consentito di rileggerli rafforzando il potenziale di vita, un aspetto che sappiamo essere fondamentale per l’elaborazione del lutto.

Ma Carr fa un passo ulteriore: la sua ipotesi di fondo è che la Bibbia sia nata come risposta alla sofferenza comunitaria, come memoria collettiva del trauma; è questa la grande differenza rispetto al trauma individuale, «che resta congelato alla memoria». Così facendo, il Libro dei libri mostra anche come le comunità abbiano potuto resistere alle catastrofi invece di soccombere, presentando il patimento «nel quadro di una più ampia storia di redenzione».

La storia di Israele è stata in gran parte storia di eventi catastrofici: schiavitù, persecuzioni, invasioni e distruzioni, divisioni e conflitti interni, deportazioni, epidemie, stragi, lutti, esili. Ma il trauma non è mai l’esito finale: da esso nasce, come da una sorta di grembo generativo, «una epistrofe, cioè una reazione che ricostruisce dalle macerie un’identità permanente e innovativa». La celebrazione della Pasqua, il dono della Torah, la riforma deuteronomista, il tema dell’alleanza e del monoteismo, la fissazione dei libri biblici nel canone e la loro traduzione nella lingua greca sono tutti eventi stranamente speculari ai fatti traumatici: essi irrompono come salti di qualità inaspettati, non programmabili da ciò che li aveva preceduti. Anche il Nuovo Testamento mostra questa polarità inspiegabile, ma reale, soprattutto nell’evento fondativo della morte di croce e della risurrezione di Cristo.

Israele era il popolo più piccolo e debole dell’Antico Oriente, sempre sul punto di essere annientato dalle nazioni circostanti, eppure è l’unico popolo ancora oggi esistente. Non solo il popolo, ma anche le sue Scritture continuano a essere «vive», a nutrire l’odierno immaginario, a differenza di altre narrazioni trionfalistiche delle grandi potenze (l’Egitto, la Mesopotamia, Roma), che si sono dissolte con il tempo. La Bibbia è una narrazione sconcertante, controcorrente rispetto a tutte le altre, ma è in grado di ricomprendere tutti gli eventi possibili dell’esistenza, soprattutto i più terribili.

Per Carr, proprio questo è il segreto della resilienza biblica: essa è stata capace di raccontare il trauma come nessun altro. La Bibbia non entra in merito a speculazioni, non fornisce spiegazioni razionali al trauma, ma lo incorpora e lo tramanda all’interno di un piano di salvezza che tutto attraversa: «Le Scritture mostrano un Dio che è sempre presente, anche quando la vita va in frantumi». Questa è per Carr la ragione fondamentale per la quale la Bibbia continua a essere nostro patrimonio.

La Scrittura può essere considerata un unico grande racconto di salvezza nel trauma, un racconto che cresce e si sviluppa nel tempo: «Se fosse una persona, la Bibbia porterebbe cicatrici, calli ossei, lacerazioni muscolari e altre ferite dovute alla prolungata sofferenza», sarebbe una persona esperta di traumi secolari e di sopravvivenza. La Bibbia stessa svela l’identità di questa persona: nel Servo sofferente di Isaia per l’Antico Testamento o nel Cristo crocifisso per il Nuovo Testamento. Una persona che, come precisa lo stesso Isaia, «non attira lo sguardo»; al contrario, si tende a evitarla con orrore. Ma quella persona ha un insegnamento che nessun altro può dare: «Per molti di noi viene il momento nella vita in cui abbiamo bisogno di attingere alla sua sapienza».

Come ricordava Benedetto xvi , le molteplici proposte orientate al benessere e alla perfetta serenità «nell’ora della crisi ci abbandonano a noi stessi».

La narrazione biblica affronta tematiche scomode, non attraenti, ma indispensabili, e presenta un Dio che non dà soluzioni al problema, ma condivide la sofferenza. Attraversa il trauma, non lo elimina. E consegna all’umanità la speranza, in modo narrativo, non con trattati o programmazioni.

È dunque importante narrare il trauma per trovarvi un insegnamento e consentire alle generazioni successive di continuare a vivere. La speranza biblica trova il suo fondamento nella memoria del passato, rileggendone i segni, il significato degli avvenimenti, soprattutto la costante vicinanza di Dio nei momenti traumatici. I fallimenti non smentiscono la promessa, piuttosto educano il desiderio, rafforzano la vigilanza e aiutano a cogliere possibili avvertimenti per le generazioni future. In questa prospettiva, il trauma contesta i criteri con i quali tendiamo a leggere la realtà e può diventare opportunità per un inaspettato salto di qualità.

di Giovanni Cucci