· Città del Vaticano ·

Margherita Guidacci nel centenario della nascita

La libertà
oltre la diga spezzata

cq5dam.thumbnail.cropped.500.281.jpeg
24 aprile 2021

Ha conosciuto vette inaccessibili e profondità abissali, esplorato fondali paurosi e solcato liberi cieli ad altezze vertiginose: l’accostamento drammatico dei significati, le opposizioni polari della realtà contraddistinguono l’opera poetica di Margherita Guidacci (Firenze 25 aprile 1921 — Roma 19 giugno 1992) già dal libro di esordio, La sabbia e l’angelo (Vallecchi 1946), come in pochi altri autori e come denotano poi anche altri titoli di successive raccolte: Il vuoto e le forme (Rebellato 1977), Il buio e lo splendore (Garzanti 1989).

È rimasta fedele alla vita sempre, senza mai arretrare, neanche nei momenti più tormentati quando sarebbe stato più facile evadere; per questo lo sviluppo dell’opera registra stati d’animo estremamente diversi e persino un capovolgimento di prospettiva nell’ultima fase che coraggiosamente ha saputo testimoniare, o che, forse, passando dall’angoscia alla gioia non avrebbe potuto contenere.

Dalla vicenda umana di Margherita Guidacci si potrebbe trarre un film. Amore e morte, i temi dominanti. E sarebbe un meraviglioso romanzo d’amore. L’amore, il filo conduttore della ricerca di tutta una vita interpretata tanto in senso personale quanto in senso collettivo, o comunitario. Ma di cosa parliamo quando parliamo d’amore? Sarebbe onesto chiedersi subito, senza timore di citare Raymond Carver per la verità della vita nuda e semplice e per il significato salvifico che quasi nascostamente si manifesta dalla prosa della quotidianità — come efficacemente tratteggiato nel recente saggio di Antonio Spadaro (La scrittura di Raymond Carver. Creature di caldo sangue e nervi, Edizioni Ares 2020).

La vicenda che innerva tutta l’opera poetica di Margherita Guidacci merita attenzione perché, se pure si colloca effettivamente a cornice del più ampio arco della vita privata — il matrimonio nel 1949 con il sociologo sardo Luca Pinna, scomparso prematuramente nel 1977, le maternità, la famiglia in genere... — in realtà è determinante nell’intreccio di vita e poesia annodando gli inizi con l’ultimo decennio. L’angelo di cui si innamora ventiquattrenne, quando scrive l’opera prima, è un uomo in carne e ossa, un ingegnere trentenne italiano d’origine, proveniente dal Cile, che viene a conoscere per caso per la condivisa dedizione alla poesia nell’immediato dopoguerra fiorentino: lui cercava chi potesse approntare una buona traduzione italiana di alcuni testi di Gabriela Mistral, poetessa di nazionalità cilena insignita del Nobel nel 1945, che aveva conosciuto personalmente.

Divenne una presenza familiare nella solitudine della casa — due donne sole in quella tragedia, lei e la madre —, un volto nel quale poteva ravvisare aspetti della figura paterna, perduta troppo presto, a soli dieci anni: «Anche tu conosci i nomi delle costellazioni / come li conosceva mio padre che, bambina / mi portava sul prato del Vivaio / nelle calde serate estive e mi additava il cielo», scriverà poi, quando dopo trentasei anni quel volto si riaffaccerà nella sua vita suscitandole l’Inno alla gioia (Centro Internazionale del Libro 1983) semplicemente per avere ritrovato tra i vivi, dopo tutta quella consumata esperienza di morte, chi era venuto da lontano nel soffio vitale dell’amore e della poesia insieme.

Inconfessato a se stessi, allora, e condiviso, quel sentimento non avrebbe potuto avere uno sbocco perché lui era già legato e si salutarono, ma era autentico, purissimo, da offrire, ridonare «all’aperto» — come già aveva espresso Rilke nelle Elegie Duinesi, poeta amato e modello di riferimento, nella libertà e anche nella consapevolezza di certe riserve. Un amore che si riaccende inevitabilmente quando torna a farsi sentire dopo tanti anni, ugualmente consegnato alla libertà e alla poesia, destinato per le risurrezioni in quell’orizzonte di bene che accoglie tutti e ciascuno dei propri cari, e di cui è «porta», Porta d’amore – «Il mio amore che nasce/ in te, non finisce/ in te. Sei la mia porta d’amore/ attraverso cui passo/ incontro all’universo, tendendo a tutto le braccia./ Sei la mia libertà, che oltre la diga spezzata/ riversa le acque trionfanti –/ ed apre tutte le gabbie, le vuota in un attimo,/ empiendo il cielo di migliaia di uccelli/ che non si lasceranno mai più imprigionare».

Dopo la guerra nulla era più stato come prima, tante depressioni sono affiorate a distanza di anni. Margherita aveva sperimentato il senso di prigionia, lo stato di angoscia, lo smarrimento esistenziale... Se ne era liberata solo scrivendo Neurosuite (Neri Pozza 1970), un’opera che già dal titolo dice l’argomento di cui tratta e che pare il diario personale di una degenza in clinica, mentre in famiglia non si seppe mai di un ricovero. In quel periodo, in cui si documentava sulla malattia mentale, si recava spesso in visita a un’amica ricoverata e con il libro si inserisce nel dibattito in corso sulle terapie e sui luoghi di cura, ma attribuisce la malattia e il disagio psichico ed esistenziale alla disumanizzazione del mondo, insistendo sul fatto che la guarigione non può essere del singolo, riguarda la collettività, oltre al fatto che ogni dolore e «ogni morte contiene in sé tutta la morte della terra» (Meditazione e sentenze ii , La sabbia e l’angelo), deve guarire il mondo perché possano guarire gli individui.

Le implicazioni antropologiche ed ecologiche, nella dimensione etico-civile del suo discorso, attestano la straordinaria attualità della sua poesia: «L’acqua si lamenta:/ Ho sete! Ho sete!/ Sono bruciata/ da una fetida melma,/ dal verderame degli acidi./ Sono soffocata/ dai pesci morti e gonfi./ Grossi aculei di ferro/ rugginoso mi pungono/ la tenera gola./ Una sorda febbre/ mi divora./ Datemi, vi prego,/ un goccio...di che?// Di che? Questo è il problema/ davvero insolubile!/ E a noi chi potrà dar da bere/ se anche l’acqua ha sete» (da Il vuoto e le forme).

Poeta per vocazione, intellettuale finissima, traduttrice da ogni latitudine, di libero pensiero e anche da lingue sconosciute, dal polacco tradusse l’opera poetica di Giovanni Paolo II, dal cinese alcune poesie di Mao Tse Tung; fu anche saggista, giornalista, docente presso licei e all’università di Macerata, poi alla Lumsa; cattolica impegnata, anche politicamente, nella Firenze del dopoguerra vicina a La Pira pubblicò nel 1951 la traduzione del volume L’avventura cristiana di Emmanuel Mounier, un autore vicino al gruppo dossettiano della Costituente. Sempre attivamente partecipe della vita della Chiesa, scrisse una delle prime recensioni per Esperienze pastorali di don Lorenzo Milani complimentandosi con l’autore e con monsignor D’Avack, vescovo di Camerino, che ne curò l’introduzione, non senza annotare per inciso la nota «(che è viceversa impacciata e conciliante) dell’editore di questo libro esplosivo».

Pare di buon auspicio, anche per l’interesse crescente in ambito accademico, e quanto mai opportuno per questo centenario della nascita, la ristampa nelle edizioni Le Lettere del volume di tutte Le poesie (1999, novembre 2020) a cura di Maura del Serra, con cronologia e bibliografia a cura di Ilaria Rabatti, della quale è annunciata anche la pubblicazione dell’inedito Lato di ponente, una raccolta di pensieri che la Guidacci inviò al corrispondente Tiziano Minarelli — le lettere al giornalista bolognese sono uscite a cura di Carolina Gepponi nel 2014 (Firenze University Press) — dicendo che, appartenente alla fase più tormentata della sua vicenda esistenziale, potrebbe formare un volume a sé insieme alle poesie di Un cono d’ombra con cui vinse il Premio Cervia nel 1965 e Avourneen, silloge tuttora inedita sulla quale presso l’Università per stranieri di Siena è già stato approntato uno studio critico con la tesi di laurea di Ambra Vivarelli (relatore Giuseppe Marrani).

di Anna Maria Tamburini