· Città del Vaticano ·

RISUS PASCHALIS - VERSO LA PENTECOSTE CON LA GIOIA DELLA RESURREZIONE

«Irradia sulla tua Chiesa
la gioia pasquale, Signore»

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22 aprile 2021

Gli strumenti a fiato, le corde vocali e ogni voce stentano oggi a intonare l’inno alla gioia, e gioire è più un tempo finito che l’infinito di questo verbo: come si dice gioia? La pandemia ha la meglio anche sull’ipocrisia e a voce bassa lo ammettiamo: non va tutto bene!

A meno che? A meno che il nome proprio della gioia sia “pasquale”!

Nel mistero cristiano la teologia spesso insegna che l’aggettivo segna il sostantivo, ne qualifica il contenuto: gioia pasquale! Non come la dà il mondo io la do a voi!

Già San Bernardo nel sermone lxxvi del Cantico dei Cantici doveva rispondere ai suoi monaci che gli chiedevano come mai il Risorto non si fosse presentato a Pilato, non fosse entrato nel Sinedrio e non avesse percorso le vie di Gerusalemme, così da convincere il mondo della sua Risurrezione! Gesù sapeva che non troviamo la gioia nei palazzi del potere, che basta una poltrona, e sempre di poltrone si tratta, ad offuscarla; Gesù sapeva che la gioia non è il frutto delle diatribe intra-ecclesiali risolte canonicamente; Gesù sapeva che non sono le strade delle città, i luoghi dell’aperitivo, i colori delle regioni a donare la gioia; Gesù Maestro della gioia non la dà come la dà il mondo!

Il nome proprio della gioia è: gioia pasquale! La via alla gioia è il ritorno al Padre!

Si tratta di un cammino non illusorio o utopico, come quello di andare da Pilato, dal Sinedrio e nelle vie delle città, ma realistico e possibile perché è la misericordia del Padre che offre sempre la possibilità di ritrovarsi e ritrovare la via verso la felicità.

Non pensare, è ancora Bernardo che parla, che Cristo non possa entrare nella sua gloria se prima la gloria della risurrezione non sarà manifesta davanti al mondo.

La gioia pasquale abbraccia intero il mistero pasquale dalla discesa agli inferi sino al più alto dei cieli, alla destra del Padre, unico mercante di gioia!

La gioia non è al disopra degli inferi, non è estranea ad ogni situazione “inferiore” in cui ci muoviamo ed esistiamo: la gioia pasquale, il Risorto ha infranto le porte degli inferi e ha ridato dignità piena alla natura umana, all’uomo. Poi ha riempito di sé angeli e santi fino a ritornare al suo posto. Quale posto? Alla destra del Padre.

Questo itinerario evangelicamente attestato è narrato in modo “divino” dal Poeta che ha percorso per noi il pellegrinaggio completo che va dalla selva oscura di ogni forma di miseria e di degrado umano in cui la diritta via era smarrita al monte di Dio, alla felicità piena intesa sia come pienezza di vita nella storia sia come beatitudine eterna in Dio.

«Trasumanare. Fu questo lo sforzo supremo di Dante: fare in modo che il peso dell’umano non distruggesse il divino che è in noi, né la grandezza del divino annullasse il valore dell’umano» san Giovanni Paolo ii .

Dobbiamo imparare a leggere la Commedia come un «grande itinerario, anzi come un vero pellegrinaggio, sia personale e interiore, sia comunitario, ecclesiale, sociale e storico» infatti «essa rappresenta il paradigma di ogni autentico viaggio in cui l’umanità è chiamata a lasciare quella che Dante definisce “l’aiuola che ci fa tanto feroci” (Par. xxii , 151) per giungere ad una nuova condizione, segnata dall’armonia, dalla pace, dalla felicità».

L’itinerario di Dante, particolarmente quello illustrato nella Divina Commedia, è davvero il cammino del desiderio, del bisogno profondo e interiore di cambiare la propria vita per poter raggiungere la felicità e così mostrarne la strada a chi si trova, come lui, in una “selva oscura” e ha smarrito la “diritta via”. Appare inoltre significativo che, sin dalla prima tappa di questo percorso, la sua guida, il grande poeta Virgilio, gli indichi la meta a cui deve giungere, spronandolo a non cedere alla paura e alla stanchezza: «Ma tu perché ritorni a tanta noia?/ Perché non sali il dilettoso monte/ ch’è principio e cagion di tutta gioia?» (Inf. i ,76—78). (cfr Candor lucis aeternae, Papa Francesco nel vii centenario della morte di Dante).

di Giuseppe Gaffurini